Attualità - 05 giugno 2012, 09:46

Sanremo: la storia di Daniel, un giovane della città dei fiori che ha scelto la campagna per vivere e lavorare

Nell'intervista il racconto della sua vita e la decisione di proseguirla lavorando la terra.

“Un tempo, la prima cosa che si faceva quando si metteva su famiglia era comprare un pezzo di terra e costruirci una casa sopra. Era rarissimo che qualcuno non avesse una casa di proprietà. Oggi, invece, i giovani spendono la metà del loro stipendio per pagare l'affitto di una casa che non sarà mai loro. Bisogna riprendersi la terra, insisto molto su questo punto, è fondamentale”.

Daniele Meliffi, per gli amici Daniel, è un ragazzo di 25 anni, di Sanremo, che lavora in una tipografia e che da due anni ha fatto scelte di vita particolari e decisamente poco comuni, cercando di costruire un'alternativa partendo direttamente da sé stesso. Dopo il lavoro si occupa di un pezzo di terra a San Giovanni che la sua famiglia non stava più utilizzando: ha reso abitabile una piccola casa, ha seminato un piccolo orto e ha deciso di vivere senza troppe comodità e col lavoro della terra. Lo abbiamo incontrato per fare un po' di luce sull'ambiente giovanile di Sanremo, per vedere come i giovani vivono e reagiscono al momento storico non proprio semplice in cui ci troviamo a vivere. Dani comincia la nostra intervista raccontandoci qualche pezzetto della sua storia: dopo aver lasciato il Liceo classico di Sanremo per iscriversi all'Istituto d'arte si è messo in viaggio, attraversando mezza Italia, senza una precisa meta, e mantenendosi con la giocoleria e la musica: “Ho frequentato per due anni il liceo classico, ma poi ho voluto cambiare per andare all'istituto d'arte, e lì mi hanno rimandato in prima. Ho fatto altri due anni a Imperia, poi in seconda ho cominciato a non andare più a scuola, quindi mi hanno bocciato e sono andato a lavorare a 17 anni. Ho fatto prima il manovale, poi ho cambiato per un lavoro in una tipografia in via Straldi a Sanremo".

Passano due anni, poi decide di partire, di fare nuove esperienze: è salito su un treno con un amico, una chitarra e tanta curiosità. “Ho lavorato lì per un po' di anni, poi, con la liquidazione, ho cominciato a viaggiare per qualche tempo. Sono stato quasi in tutta Italia. Sono arrivato in Puglia passando da Toscana, Lazio, Campania e Basilicata. Avevo calcolato di usare i soldi della liquidazione dalla tipografia per pagare questo viaggio, ma alla fine non li ho praticamente toccati. Viaggiavo con un ragazzo che suonava la chitarra, e insieme mettevamo su qualche spettacolo di giocoleria e facevamo abbastanza soldi per mantenerci. Da un minimo di 30 euro al giorno siamo arrivati anche a 120 euro a Bergamo Alta. E poi viaggiare senza spendere troppi soldi, in Italia, non è troppo difficile: vai ai mercati della frutta, dai panettieri, e alla sera trovi sempre qualcuno che ti regala qualcosa. Ci spostavamo in treno... abbiamo girato un sacco di posti da luglio a novembre, il più delle volte senza progettare la prossima tappa".

Una volta tornato, ha deciso che voleva andare a vivere in una città più grande, avere la possibilità di conoscere persone e situazioni diverse, ed è andato a Milano, a vivere in una casa 'occupata'. “Poco tempo dopo essere tornato a Sanremo, sono andato a Milano, perchè mi è capitata la possibilità di andare a vivere in una casa occupata con alcuni amici. Era un appartamento in una torre di 16 piani, in un quartiere di 8 tori tutte uguali di case popolari, in periferia. Era della nonna di un nostro amico, a cui era stata assegnata dal comune, che gli aveva lasciato le chiavi, e lui era entrato cominciando a viverci. Noi siamo arrivati qualche tempo dopo. In quella torre eravamo gli unici ragazzi ad aver occupato, ma negli altri palazzi c'erano altre famiglie che occupavano, per situazioni magari di difficoltà e bisogno”.

Quello della casa è un problema controverso e quantomai attuale, soprattutto in grandi città come Milano. Ci sono famiglie che si mettono in lista per un casa popolare  e possono aspettare per più di dieci anni senza che il comune assegni loro alcuna abitazione. Ma nonostante questo, sembrano esistere un considerevole numero di case vuote, che sarebbero abitabili, ma non vengono assegnate a nessuno. La casa in cui viveva Daniel con i suoi amici, sarebbe potuta essere destinata a una famiglia, ma per quanto tempo sarebbe stata vuota? “A Milano la gente si lamentava seguendo la logica dell''Aler', che è il movimento per la casa, e che diceva che chi occupa una casa toglie il diritto a chi è in lista d'attesa. Però le case ci sono: il solo problema è che sono vuote, e non vengono assegnate. A quel punto perchè non occuparle? Perchè non riprenderci un diritto che ci è concesso solo sulla carta?! Ti racconto una storia a me vicina, per farti capire meglio. Mio padre ha problemi cardiopatici ed è dovuto stare alcuni mesi in ospedale. Una volta uscito dall'ospedale, gli assistenti sociali che l'avevano seguito e a cui diceva di non sapere dove andare a vivere, non sapevano aiutarlo a trovare una soluzione, o magari non ne avevano semplicemente voglia. Mio padre, disperato, a 58 anni, con problemi di cuore, ha dovuto occupare una casa, altrimenti non avrebbe saputo dove vivere”.

Occupazione come riappropriazione degli spazi che dovrebbero essere pubblici, e che finiscono troppo spesso in stato di inutilizzo e abbandono, uno spreco di risorse che soprattutto in un momento come questo non ci si può permettere. Comunque, tornando alla nostra storia, nell'appartamento occupato in cui Daniel ha vissuto, tutti erano aspiranti 'artisti', come lui stesso ci racconta. “Stefano era un musicista e disegnava, Irene faceva sculture e dipingeva, Simone scriveva e ha da poco pubblicato un libro di poesie. Io ho cominciato a dipingere a olio nel 2007, perchè sotto casa c'era un centro di aggregazione, dove si ritrovavano più che altro anziani, e qui organizzavano proprio dei corsi di pittura a olio. Mi son fatto spiegare le basi della tecnica e ho cominciato a dipingere da solo. Ma disegno fin da quando son piccolo. Mi è sempre piaciuta l'arte: ho cominciato con Topolino e Paperino, poi mi sono appassionato ai fumetti, e crescendo ho cominciato a fare graffiti. Quando sono andato a Milano ho smesso per un motivo o per l'altro, e quindi ho dovuto trovare un altro modo per sfogare la mia arte, e così ho cominciato a dipingere". Tutti i muri di casa erano completamente dipinti con acrilici - ci dice Dani ridendo e descrivendoci una sua opera realizzata proprio sui muri della casa  – ad esempio avevo dipinto un'allegoria dello stato italiano come lo vedevo all'epoca: c'erano delle facce con gli occhi e la bocca cuciti in primo piano in basso, che sembravano sfilare in una parata. Sopra c'era una montagna con un mucca, da cui dietro spuntava il sole e le nuvole. Era un'opera satirica, che parlava di gente che non vede, che non riesce a comunicare, e che adora una mucca in cima a una montagna: un idolo, una cosa finta...”.

E parlando della sua opera, finisce che Dani si lascia andare, comincia a parlare di come la pensa, di come, secondo lui, la gente abbia smesso di 'essere utile a sé stessa, di provvedere ai propri bisogni senza che li demandi ad altri: dalla casa ai vesti, dall'intrattenimento al cibo, secondo lui, sono tutti servizi che non siamo più in grado di produrre da soli. “Dobbiamo imparare a servire noi stessi , a fare quello che davvero serve alle nostre vite, senza pensare al portafogli o all'immagine sociale che si ha. Oggi i giovani hanno la possibilità di poter non far niente perchè c'è chi fa tutto al posto loro: possono stare a casa, su internet, a guardare la TV, senza nemmeno uscire di casa. Cose come accendere un fuoco, o coltivare un orto non gli serviranno mai in un mondo come questo. La società ci spinge verso una passività assurda, del tipo 'stai a casa, stai tranquillo, non mettere la mani in pasta. C'è qualcuno che lo fa per te, c'è qualcuno che lo prepara e te lo vende al supermercato. Tutto ha un prezzo, e tu devi solo comprarlo'. Credo che noi esseri umani siamo parte di un tutt'uno con piante e animali. E penso anche che non possiamo pensare di danneggiare e fare del male a questo organismo senza fare del male a noi stessi. Partendo da questa idea, credo che dovremmo cercare uno stile d vita più in armonia con la Natura, non incidendo così duramente sull'ambiente. Dopo essere tornato da Milano, son dovuto tornare a Sanremo ed è poi è nata la possibilità di amministrare un pezzo di terra che non veniva più utilizzato. Il marito della sorella di mia madre aveva questo terreno abbandonato da 15 anni, e sapevo che aveva appena comprato una casa con un pezzo di terra a San Bartolomeo. Inizialmente gli avevo semplicemente offerto aiuto nell'orto che coltivava, e lui mi ha chiesto se volevo rimettere a posto questa campagna e la casa che c'era, in cui vivevano i suoi nonni durante la guerra, senza elettricità e senza acqua corrente, dovendo andare ogni giorno al ruscello qui vicino per prendere l'acqua. Ho dovuto lavorare molto: in 15 anni, la natura aveva fatto di questo giardino casa sua. Ho cominciato a tagliare l'erba e a liberare la campagna dai rovi e dalle piante infestanti, poi ho continuato coi lavoretti in casa: abbiamo messo una vasca per l'acqua sul tetto, per avere più pressione, le porte e le finestre mancavano completamente e con l'aiuto dei miei zii le abbiamo montate; poi abbiamo messo il lavandino in casa. Ormai è un anno, da sabato scorso, che vivo qui, e da quasi due che ci lavoro. Ci son ragazzi, miei amici, che vengono qui a trovarmi, organizziamo dei pranzi dove ognuno porta quel che vuole e può, e ci godiamo il calore del sole e la bellezza della natura stando insieme. A casa di una mia carissima amica, c'era questa cornice con dentro una scritta di giornale ritagliata: 'Pesci rossi e altri sogni', diceva quel ritaglio, delle parole che mi son sempre piaciute e che ho usato come nickname su internet. Qualcuno dei miei amici si è inventato che questo era l'acquario dei pesci rossi e degli altri sogni. Mi piace creare situazioni dove le persone possano stare tranquille: siamo tutti giovani, tutti esseri umani, tutti amici che stanno bene insieme. Tutti cuciniamo qualcosa, si coopera per stare insieme. Bisogna far vedere alle persone che un altro mondo è ancora possibile, fare in modo che la gente di guardi dentro, e che trovi dentro di sè queste cose, che poi devono essere coltivate nel silenzio e nell'ascolto del proprio cuore. Nessuno te lo può instillare dentro".

Daniel si è fatto aiutare dai suoi zii per fare questi lavori, proprio perchè i lavori manuali rappresentano una nicchia di saperi che sfortunatamente stanno andando perduti. “Un tempo funzionava che gli anziani li tramandavano ai giovani, i giovani diventavano vecchi e li insegnavano a loro volta ai nuovi giovani. Sono saperi che vanno assolutamente recuperati prima che vadano persi per sempre".

Quando gli chiedo com'è nata dentro di lui questa idea di vita lui ripensa ai giorni milanesi, mi dice che in casa sua erano tutti 'vegani', e che proprio sensibilizzandosi sulle tematiche dell'animalismo è nata in lui la necessità di pensare un nuovo modo di vivere il rapporto con il nostro pianeta. Ma bisogna accompagnare i propri pensieri ad azioni coerenti, e provare a realizzare quello che si immagina. Daniel prova a raccontarmi il suo percorso, di come ha deciso di iniziare a mettere in pratica queste idee. “Son sempre stato un tipo molto intellettuale, uno che pensa tanto e poi con le mani non fa molto. Fino a quando ho avuto 15 anni, rimanevo spesso a casa a disegnare e a pensare. Dopo tutto questo pensare ho cominciato un percorso di autoanalisi, ho approfondito il mio guardarmi dentro e ho capito che questo pensare deve essere accompagnato da un agire, altrimenti non cambia proprio nulla. Dovevo mettere in pratica questi pensieri, non per dimostrare qualcosa a me stesso, ma per realizzarmi in quello che credevo. Finchè non realizzi quello che hai in testa, non saprai mai quanto  può essere vero. E la soddisfazione è enorme. Ancora adesso son felicissimo per l'opportunità che mi è capitata. Ho una casa, un orto.. eppure non sono ancora soddisfatto. Non ho un bosco dove raccogliere la legna per l'inverno, non ho un ruscello per rifornirmi d'acqua, dipendo ancora dall'Amaie, non riesco a produrre tutto quello di cui avrei bisogno, ma da solo non posso pretendere troppo. Una persona da sola fa poco, insieme ad altra gente si fa molto di più, si può pensare molto più in grande e soddisfare i bisogni che si hanno solo con il lavoro della terra. Si deve partire dal ridimensionare i bisogni che abbiamo: la macchina sotto casa, la televisione sempre accesa, l'acqua calda, internet, gli elettrodomestici. Se abbiamo tutti questi bisogni non ci possiamo lamentare che la società ci fa vivere una vita vuota. Le cose fanno le cose al posto nostro: questa vita in società e la tecnologia annullano l'uomo. Capisco che ci sia gente che non può mollare tutto e cambiare vita: hanno famiglia, figli, un lavoro. I giovani invece possono ancora permettersi di costruirsi una vita differente, riprendendosi la terra. Un tempo, la prima cosa che si faceva quando si metteva su famiglia era comprare un pezzo di terra e costruirci una casa sopra. Era rarissimo che qualcuno non avesse una casa di proprietà. Oggi, invece, i giovani spendono la metà del loro stipendio per pagare l'affitto di una casa che non sarà mai loro. Bisogna riprendersi la terra, insisto molto su questo punto, è fondamentale: per esempio, il comune ha un sacco di terreni demaniali che non mette a disposizione, abbandonati a loro stessi, che qualche giovane potrebbe rendere coltivabile; è anche vero che nessuno fa richiesta per questa possibilità, e c'è un disinteresse sia dell'amministrazione, che della popolazione. Ci sono un sacco di paesini abbandonati  e lì si potrebbe lavorare insieme per creare nuovi modelli di vivere, eliminando tutti i  vecchi parametri, non solo sociali, ma soprattutto etici, pensare in termini di un nuovo sistema di valori. Ricreare un nuovo tipo di mondo: chi ha detto che questo è l'unico modo possibile di vivere?! Chi ha detto che per vivere un uomo debba stare in una città piena di sconosciuti che vivono insieme per interesse?! Mi piacerebbe provare e iniziare a vivere in una piccola comunità, autosufficiente e indipendente su tutti i piani. Voglio condividere questo con altre persone, per una qualità di vita superiore, non solo materiale, ma soprattutto psicologica, creare una famiglia che collabori. Bisogna ricreare tutto da zero, cambiare i riti, trasformare le tradizioni. E questo non ti assicura un risultato certo: bisogna sperimentare, e ci sono esperimenti che riescono, ed altri che non riescono. Poi questa è la mia idea. Magari c'è chi ha idee diverse".

Questa è l'idea di Daniel, la sua proposta per riscoprire un piano nelle nostre vite che tralasciamo sempre di più, da cui ci discostiamo, accecati dalla chimera del progresso, dalla fretta, dalla folle corsa di questo treno che sembra impossibile da fermare e da cui nessuno vuole scendere. Dani è sceso, e ha scoperto un mondo ricco di relazioni e silenziosi alfabeti attraverso cui parla e capisce gli elementi della Natura. Segue il ritmo del sole, non avendo l'energia elettrica, e gli piace andare a dormire col buio e svegliarsi col sole che sorge. La sera accende una piccola lampada a gas, ma solo per cucinare. Dopo mangiato va a letto a leggere, coccolato dalla luce fioca di 5 candele sul comodino. “L'energia elettrica non è esistita fino alla fine del 1800. Per secoli e secoli l'uomo ha vissuto senza averne bisogno, mentre adesso sembra impossibile anche solo pensare a una situazione che ne escluda l'utilizzo. È bello rinunciarci, perchè vivi a ritmo della luce del sole, e questo è più naturale. Ti accorgi che quando c'è buio ti viene sonno, e automaticamente vado a letto presto, poi, la mattina mi sveglio quando sorge il sole. Certo, alle 5 del pomeriggio, d'inverno, è buio, e non puoi mica andare a letto alle 6, ma la domanda che mi viene in mente è: un tempo come facevano? Questo tipo di saperi non sono stati trasmessi perchè non erano visti come utili al tipo di società che stava evolvendosi. Non sto dicendo che tutti i progressi tecnologici siano negativi. L'energia elettrica in sè non è una cosa negativa, anzi, è un vantaggio notevole. Ma questi piccoli vantaggi messi insieme, creano uno svantaggio perchè rendono la vita inutile. L'energia elettrica, l'acqua corrente, il petrolio sono tutte cose molto comode. Ma tutte insieme fanno un mondo cattivo perchè l'uomo non deve più fare niente, e invece di essere felice di questo, l'uomo sprofonda in un tremendo senso di vuoto, perchè l'essenza della sua vita è proprio il lavoro che serve a realizzare i suoi pensieri. Nel mondo in cui viviamo noi non dobbiamo far niente, c'è già chi pensa a tutto per noi... ti faccio un altro esempio per spiegare meglio quel che voglio dire: 'Il signor A gioca una partita a scacchi contro il signor B. Il signor A viene aiutato dal signor C, che è un grande maestro di scacchi. Se il signor C suggerisce una mossa al signor A, fa qualcosa di buono per lui, ma se gli suggerisce tutte le mosse, allora a è inutile che il signor A giochi”. Uno stato di cose a cui siamo tragicamente abituati, che ci fa dimenticare che potrebbero esserci altre strade da percorrere e nuovi esperimenti da condurre, che ci fa pensare che il mondo così come lo conosciamo sia l'unica alternativa possibile. “La vita come vorrei viverla io è molto più dura, lo so. Devi fare tutto tu, devi pensare a tutto e si fa una fatica enorme alle volte. Ma è una fatica, questa, che poi ti lascia soddisfatto, che ti fa sentire utile a te stesso e alle persone a cui vuoi bene. Ogni sera vai a letto stanco, ma ricompensato, hai addosso quella stanchezza felice, e dici 'domani lo faccio di nuovo', perchè ti fa stare bene. Invece  oggi la gente lavora 8 ore al giorno, 5 giorni alla settimana, e il più delle volte fa un lavoro che non gli piace, per cui non prova interesse. Perchè? Per i soldi ovvio, ma che vita è questa? Ne vale davvero la pena?!”

Quindi una personale ricerca della felicità, ottenuta dalla soddisfazione del creare qualcosa con le proprie mani, del lavoro a stretto contatto con la terra, senza molte comodità, ma ricca di sensazioni che solo un approccio del genere con la natura è in grado di darti. Una scelta, che in un momento di crisi e di disoccupazione giovanile come quello in cui ci troviamo a vivere, può rappresentare anche una soluzione e una via di scampo per troppi giovani che ancora pesano sulle finanze familiari. “D'estate non faccio praticamente la spesa, giusto una volta ogni due settimane, vado al mercato a  comprare l'olio, il riso e il pane. Per il resto riesco a mangiare quello che coltivo. Io son contento, però son qua a godermi tutto questo da solo. E poi il mio è un 'hobby'. Sono comunque a lavoro la maggior parte del tempo, e vivo ancora in società. Come ho un po' di tempo libero, vengo qui e mi ci dedico. In campagna non ci si ferma mai: l'erba cresce, i rovi che rispuntano fuori anche se eri convinto di aver estirpato la radice, e in definitiva c'è sempre qualcosa da fare, e poi un'altra cosa positiva della vita in campagna è che ti costringe a usare il cervello per risolvere i problemi che via via ti si presentano". Ci sono tanti giovani, a Sanremo, che dicono che non c'è niente da fare, però alla fine non fanno niente per cercare di cambiare le cose. “Potrebbero andare in campagna e recuperare la terra dei loro parenti o affittare qualcosa. Chi non ha niente da fare, di sicuro, avrebbe qualcosa per occuparsi il tempo, e fidati quando ti dico che la soddisfazione che ne consegue è davvero una cosa esagerata. Capisco che ci siano persone che nemmeno prendono in considerazione l'idea, ma se prendi in considerazione la crisi, capisci che è una possibile soluzione. La Terra c'è, perchè non utilizzarla? Ci sono tantissime cose da poter fare, basta averne voglia e non sprecare tempo a lamentarsi se le cose non ci piacciono. Qualsiasi sia la cosa che ti piace fare impegnati e realizzala, mettila in pratica. Vedrai che questo colmerà un po' il  tuo vuoto”.

Andrea Federigi