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Al Direttore | 26 aprile 2012, 17:16

Discussione su partigiani e fascismo: il racconto del nostro lettore di Imperia, Vittorio Bruni

Discussione su partigiani e fascismo: il racconto del nostro lettore di Imperia, Vittorio Bruni

Un nostro lettore, Vittorio Bruni, ci ha scritto per dire la sua, nella discussione sulla Festa della Liberazione:

“Esistono tutt'altre verità sulle bande partigiane che l'opinione pubblica dovrebbe sapere, eccone una di esse nella nostra provincia nel 1945: La strage di Costa d'Oneglia. La Strage di Costa d'Oneglia, avvenuta nella notte tra il 4 e 5 maggio 1945, fu un'esecuzione sommaria di ventisei persone appartenenti o sospettate di appartenere all'esercito della Repubblica Sociale Italiana o al Partito Fascista Repubblicano compiuto da partigiani appartenenti alle formazioni garibaldine. La sera del 4 maggio, alle 11 della sera, si presentarono al carcere di Imperia un gruppo di armati, che intimarono i guardiani di aprire la porta. Entrati nel carcere si qualificarono come membri della polizia partigiana incaricati di prelevare un certo numero di prigionieri custoditi. Una trentina di persone furono isolate dagli altri prigionieri e sommariamente processate. Secondo lo storico Giorgio Pisanò, all'epoca combattente nella 10a Flottiglia MAS, i prigionieri avrebbero subito anche sevizie di vario tipo. Dei trenta iniziali due furono rilasciati, i fratelli Quinto e Carlotto Daneri, che durante la guerra civile avevano finanziato la Resistenza. I partigiani presero in consegna gli altri 28 prigionieri che, fatti salire a bordo di due autocarri, portarono via dopo averli legati col fil di ferro".

"Gli autocarri - prosegue - scortati da una quarantina di partigiani e pieni di prigionieri si diressero fuori città. Giunti in località Cappuccini, i prigionieri furono fatti scendere e avviati a piedi fino a Costa d'Oneglia. I condannati, arrivati presso la chiesa del Carmine, ottennero la possibilità di poter entrare per un'ultima preghiera, ma alla fine intonarono in coro ‘Giovinezza’. Questo fatto fece infuriare i partigiani che li trascinarono via a forza per un altro centinaio di metri fino ad una trincea scavata dai tedeschi durante la guerra appena conclusa. Le vittime furono spinte sul bordo della buca e li uccise a raffiche di mitra. Tra le vittime figurava anche l'onorevole Pietro Salvo, ex deputato del PNF. Tra questi si salvò solamente Francesco Agnelli, che pur coperto di ferite, si districò dai cadaveri e raggiunse degli amici a Diano Castello ai quali raccontò i fatti. Ma nelle 48 ore dopo fu rintracciato dai partigiani e nuovamente fucilato. L'intervento dei settori moderati della Resistenza impedì che nei giorni immediatamente successivi altri civili fossero nuovamente tratti dal carcere di Imperia. Il CLN tre giorni dopo la strage fece affiggere un manifesto in cui si condannava la strage e si invitava alla pacificazione. Nonostante questo, il 18 giugno, furono prelevare e uccise ancora due giovani infermiere ex appartenenti del SAF sospettate di conoscere i nomi degli autori della strage, Giovanna Serini e Lidia Bosia. Furono violentate ed uccise a Oliveto di Imperia, nei pressi di Oneglia. In una testimonianza resa il 16 giugno 1945 dall'avvocato Ambrogio Viale, nuovo prefetto della provincia di Imperia: ‘In quei giorni i partigiani facevano le cose a modo loro. E disponevano delle carceri senza nessuna disciplina. Introducendovi persone prese a casaccio e liberando quelle che ritenevano meritevoli d'essere scarcerate’”.

Carlo Alessi

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