Il Prc della provincia di Imperia aderisce alla giornata di lotta contro il carovita e l'aumento dei prezzi prevista per il prossimo 18 settembre, promossa da un gran numero di associazioni di tutela e rappresentanza dei consumatori.
"Occorre porre uno stop alla lievitazione incontrollata dei prezzi - scrive il Prc imperiese - dei beni di consumo e ai continui aumenti delle tariffe; il carovita è senz'altro una delle principali cause del sovraindebitamento delle famiglie. Tuttavia, Bisogna tener presente che i consumatori sono prima di tutto lavoratori, percettori di redditi, e che, come tali, vengono colpiti dalle politiche economiche, sociali e contrattuali. Per questa ragione, la lotta da fare dev'essere una lotta unitaria e generale che coinvolga lavoratori, pensionati, disoccupati e consumatori, nella consapevolezza delle cause strutturali della situazione sociale presente e della centralità della questione salariale, cioè della necessità di assicurare aumenti delle retribuzioni e di reintrodurre idonei meccanismi di adeguamento delle stesse al costo della vita, aspetti da considerare contestualmente alle misure e agli interventi relativi ai prezzi e alle tariffe. Ma i poteri che comandano oggi in Europa, coerenti fino in fondo col proprio credo liberista e in linea con le grandi centrali economico/finanziarie, sono ben vigili rispetto a quanto può accadere nei singoli paesi in conseguenza della crisi e si fanno sentire eloquentemente sui governi nazionali. E' estremamente significativo, in tal senso, che la BCE stia già mettendo le mani avanti, per bocca del suo presidente Trichet, che torna a mettere in guardia le parti sociali dal rischio di rincorse dei salari sull'inflazione, i cui elevati elevati vengono al momento spiegati con l'azione di fattori rialzisti esterni. La Banca Centrale si dice “fortemente preoccupata” che nell'area dell'euro si inneschino su ampia scala spirali prezzi-buste paga. La ricetta che si intende imporre, pertanto, è ancora quella del contenimento salariale e della riduzione del costo del lavoro, giustificati proprio con la necessità di garantire la stabilità dei prezzi. Per rendere maggiormente persuasivo il messaggio, l'Istituto europeo - appellandosi al 'senso di responsabilità' di tutte le parti sociali - avverte che se nei mesi a venire dovesse riscontrare accelerazioni della crescita dei salari tali da risultare destabilizzanti, potrebbe procedere a aumenti dei tassi di interesse. Messaggio di chiarissimo segno, che suona davvero insopportabile per l'Italia, paese che paga salari tra i più bassi d'Europa, nel quale i generi alimentari crescono di quasi il 10 per cento l'anno e le tariffe di oltre il 40 per cento, con un indebitamento crescente delle fasce popolari (qualche giorno fa la Fiom ha fornito dati allarmanti sull'incidenza dell'indebitamento sul salario operaio). I sondaggi collocano al primo posto tra le preoccupazioni dei nostri concittadini la paura della povertà, seguita a ruota dalle «tradizionali» ansie da precarietà e disoccupazione. Gli obiettivi cui tendere, pertanto, al contrario di quello che dice la BCE, dovrebbero essere proprio due, per cominciare: una nuova scala mobile (dopo che, anche grazie all'abolizione di quella in vigore sino al 1992, si è verificato il trasferimento di circa quarantacinque miliardi di euro dal monte salari ai redditi da capitale), e la restituzione strutturale del fiscal drag (che ogni anno procura a ciascun lavoratore una perdita media di centoquaranta euro). Senza con ciò dimenticare la necessità di dare il massimo sostegno alla battaglia che una parte del sindacato sta combattendo in difesa dei contratti collettivi nazionali, dove la posta in gioco - oltre a salario, condizioni di lavoro e sicurezza - è la funzione stessa delle organizzazioni sindacali quali autonome controparti del padronato".