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| mercoledì 14 agosto 2013, 07:41

Le operazioni militari a Mentone e Alpi Marittime nel 1940 nel racconto del nostro lettore Andrea Gandolfo

Le operazioni militari che si svolsero in particolare nel settore di Mentone e delle Alpi Marittime dal 10 al 25 giugno 1940, durante la breve guerra tra Italia e Francia all’inizio della partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale.

Il nostro lettore Andrea Gandolfo ci ha scritto per riassumere le operazioni militari che si svolsero in particolare nel settore di Mentone e delle Alpi Marittime dal 10 al 25 giugno 1940, durante la breve guerra tra Italia e Francia all’inizio della partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale:

Dopo i nove mesi della «non belligeranza», Mussolini, che puntava su una rapida conclusione del conflitto facilitata dalla travolgente avanzata tedesca nel nord della Francia, decise di precipitare l’Italia nella guerra dichiarando aperte le ostilità contro la Francia e l’Inghilterra il 10 giugno 1940. A fronteggiarsi sul fronte alpino nel corso della breve campagna italo-francese furono l’Armata delle Alpi, forte di 250.000 uomini al comando del generale Olry e suddivisa nei tre settori fortificati della Savoia (SFS), del Delfinato (SFD) e delle Alpi Marittime (SFAM), con una divisione per settore affiancata da tre divisioni di fanteria, da parte francese; e il Gruppo Armate Ovest, appoggiato da varie divisioni motorizzate e dall’8ª armata, agli ordini del principe Umberto di Savoia e dotato di un organico pari a 312.000 soldati e 12.500 ufficiali, inquadrati nella 4ª armata, al comando del generale Guzzoni, schierata dal San Bernardo al Monte Granero, e nella 1ª armata del generale Pintor allineata dal Granero al mare, da parte italiana. Rinviato un primo bombardamento sulle coste italiane che avrebbe dovuto essere effettuato da un contingente aeronavale franco-britannico nella notte tra l’11 e il 12 giugno, la sera del 13 venne bombardata una prima volta la costa dell’estremo Ponente ligure, mentre il 14 una squadra navale francese bombardò alcuni stabilimenti industriali di Savona e Vado Ligure, per essere poi vanamente inseguita da uno stormo di velivoli della nostra aviazione. All’alba dello stesso giorno alcuni battaglioni del XV Corpo d’Armata italiano sferrarono una serie di assalti contro le postazioni francesi dislocate lungo il confine della zona di Mentone dal colle Treitore, a nord del Monte Grammondo, al mare. L’attacco, sostenuto in particolare dall’89° reggimento di fanteria e da un battaglione di Camicie Nere, venne tuttavia respinto con successo dalle forze transalpine. Tra il 15 e il 16 giugno gli italiani tornarono nuovamente all’assalto in Val Roia, dove penetrarono in regione Campbell-Lugo, mentre reparti del XV Corpo d’Armata si impossessavano di Cima d’Anan, del Pilon, della Côte de l’Ane e delle Granges de Zuaine, spingendosi poi a est di Fontan e nella zona del Passo di Cuore, ma già poche ore dopo i francesi avevano completamente riconquistato il territorio occupato momentaneamente dalle truppe italiane.

La mattina del 20 giugno una compagnia di fanteria italiana cercò invece di forzare lo sbarramento francese di Ponte San Luigi, ma venne anch’essa respinta dalle scariche del mitragliatore nemico lasciando sul terreno alcuni morti e numerosi feriti. Il successo contro l’assalto italiano fu soprattutto merito della pronta reazione dei reparti francesi asserragliati nel fortino situato presso il ponte e dotato di fucili mitragliatori puntati verso l’asse stradale e di un piccolo mortaio. Davanti alla casamatta del fortino i francesi avevano innalzato uno sbarramento, contro cui si erano lanciati i fanti italiani, mentre anche la strada che conduceva a Mentone era stata minata e protetta da reticolati. Il forte francese di Ponte San Luigi dipendeva peraltro dalla batteria da 75 mm dislocata a Cap Martin e addestrata per sparare sulla via litoranea oltre il ponte (cioè in territorio italiano), svolgendo quindi la funzione, oltreché di sbarrare la strada alle truppe italiane, di importante osservatorio per il forte di Cap Martin, vero e proprio fulcro del sistema difensivo francese lungo il litorale. Nelle stesse ore del fallito assalto al fortino di Ponte San Luigi, le forze italiane passarono al contrattacco nel settore della Roia a est di Breil e nella zona dell’Aution, da dove però dovettero presto ritirarsi a causa della fulminea reazione da parte dell’artiglieria nemica.

Dopo la richiesta di armistizio da parte del nuovo governo francese presieduto dal maresciallo Pétain, il «duce» decise di passare all’offensiva su tutto il fronte alpino diramando l’ordine di attacco al Gruppo Armate Ovest alle ore 3,05 del 22 giugno. Ricevuto l’ordine alle 5, il generale Pintor impartì alcune disposizioni, che - per quanto concerneva il settore delle Alpi Marittime - si concretizzarono nell’ordine di esecuzione dell’«Operazione R (Riviera)», poi condotta dalle truppe del XV Corpo d’Armata agli ordini del generale Gastone Gambara, con l’obiettivo dichiarato di penetrare in territorio francese lungo la litoranea in direzione di Nizza, Tolone e Marsiglia. A tal fine furono schierate nella zona di Mentone due divisioni, la Modena e la Cosseria, di cui la prima, schierata a nord del Grammondo e del Passo di Treitore, costituiva il perno del settore di Castillon e delle pendici del Monte Ours, mentre la seconda, allineata a sud di Cima Longoira fino al mare, avrebbe dovuto avanzare lungo la linea Granges-Saint-Paul-Roquebrune mantenendosi alla distanza di due o tre chilometri dalla fascia costiera. Alle prime luci dell’alba del 22 giugno il generale Gambara diede quindi l’ordine di attacco a tutte le unità italiane dislocate nel settore di Mentone, e in particolare a quelle delle divisioni Modena e Cosseria, che incontrarono però una fortissima resistenza concentrata soprattutto nei presidi dello Scuvion, Pierre Pointue e Balmetta. Una colonna della Cosseria, che avanzava lungo la costa, dovette arrestarsi di fronte allo sbarramento di Ponte San Luigi, punto obbligato di transito per entrare a Mentone, presso le cui prime abitazioni erano riusciti ad arrivare alcuni reparti del 2° battaglione del 90° reggimento fanteria già verso il mezzogiorno del 22. La mattina dello stesso giorno si verificò peraltro uno dei più gravi episodi della battaglia di Mentone, ossia la distruzione del treno armato n. 2 della Marina italiana, fatto saltare allo sbocco della galleria di Mortola da una salva sparata dalla batteria francese di Cap Martin. Alle 22,45 iniziarono invece i preparativi per uno sbarco sul tergo delle linee francesi, che però, a causa del numero insufficiente di imbarcazioni e di problemi legati all’avviamento dei motori, fu rinviato dall’ammiraglio Giovanola al giorno successivo. Sempre la mattina del 22 alcuni reparti della divisione Ravenna avevano sferrato un violento attacco nel settore della Roia in direzione di Breil e Fontan, dove furono respinti da un battaglione francese, mentre davanti all’Aution il 38° reggimento di fanteria dovette rinunciare al progettato assalto per l’energica reazione dell’artiglieria transalpina.

Nonostante l’annuncio della stipulazione dell’armistizio tra il governo francese e quello tedesco alle 18,30 del 22 giugno, Mussolini impartì ugualmente l’ordine di espugnare Mentone. Nella zona, alle prime luci dell’alba del 23, le forze della Modena tenevano le coste del Razet e accerchiavano i forti dello Scuvion e di Pierre Pointue, mentre altri reparti della stessa divisione cominciavano ad infiltrarsi nei dintorni di Castellar. Quattro battaglioni della Cosseria erano invece concentrati nel triangolo Baousset-Colle-Ponte San Luigi, dove trascorsero la notte tra il 22 e il 23 sotto una pioggia torrenziale. Tra le 9 e le 10 di mattina del 23 alcuni distaccamenti italiani del 41° reggimento fanteria passarono decisamente al contrattacco tentando di espugnare il colle del Razet, che però venne strenuamente difeso con successo da una postazione francese armata di mitragliatrici e mortai agli ordini del maresciallo capo Vignau. Poche ore dopo due battaglioni di Camicie Nere iniziarono a penetrare nella zona a nord di Mentone raggiungendo il torrente Borrigo, mentre reparti francesi avanzati riuscivano ad attestarsi verso la sera del 23 nei pressi del convento dell’Annunziata. Poco prima delle 11 di mattina un drappello appartenente al 90° reggimento di fanteria italiano aveva tentato di espugnare da tergo il fortino di Ponte San Luigi salendo dal boulevard di Garavan. Sotto una fitta gragnola di bombe a mano, gli italiani tentarono la scalata attraverso i gabinetti della struttura, il muro di sostegno e la dogana portandosi a soli tre metri dal fortino, ma si dovettero alla fine ritirare per la rabbiosa reazione dei francesi che li investirono con raffiche di mitra e lancio di bombe. Verso le 18, reparti italiani, costituiti soprattutto da Camicie Nere e truppe d’assalto, approfittando della fitta nebbia, attaccarono le siepi di reticolati del forte Cap Martin, ma dovettero anche qui sospendere l’assalto di fronte al fuoco incrociato di mitragliatrici abbinate a mortai da 81 mm, che li costrinsero a ritirarsi verso Mentone Vecchia. Per scongiurare il pericolo che gli italiani tornassero all’attacco della linea di resistenza favoriti dalla nebbia e dall’oscurità notturna, una compagnia di fucilieri senegalesi di riserva alla Turbie decise allora di avanzare su Ricard con due compagnie motorizzate della Divisione Alpi Marittime per le strade a mare e a monte. Più tardi il comando francese ordinò un ripiegamento all’Annunziata e a Maison Tardieu, mentre, durante la notte, alcune pattuglie avanzate del battaglione alpino si portarono fino a Gorbio senza incontrare alcuna resistenza da parte degli italiani, che nel frattempo avevano rinunciato ad uno sbarco di unità mobili sulla spiaggia di Mentone.

Nella giornata del 24 nuovi combattimenti si verificarono nella zona Monte Abo - Bassa di Scuvion - Colle di Razet, dove però, a causa della forte pioggia e della scarsa visibilità, tutto si risolse in uno scontro di artiglieria tra reparti francesi e truppe del 41° reggimento di fanteria italiano. La mattina dello stesso giorno infuriarono i combattimenti anche intorno all’agglomerato urbano di Mentone, dove già dalla notte precedente erano riusciti a penetrare quattro battaglioni italiani, mentre il I battaglione del 21° reggimento della Cremona e il XXXIII battaglione di Camicie Nere non erano più in grado di riprendere la lotta. Nelle prime ore della mattinata il generale Mondadori, comandante della Cosseria, ricevette l’ordine di passare al contrattacco su tutto il fronte, ma la prostrazione delle truppe, aggiunta alla scarsa voglia di battersi in vista dell’ormai imminente firma dell’armistizio franco-italiano, limitò l’attacco ad una sola operazione che consistette nell’avanzata della 2ª compagnia del XXXIII battaglione Camicie Nere e degli arditi del 90° reggimento fanteria verso Roquebrune e Gorbio, da dove i nostri reparti furono presto costretti a ripiegare. Alla sera, sei dei sette battaglioni della Cosseria si trovavano di fatto al di là della linea di confine lungo la strada tra Castellar e Mentone, mentre le batterie di Cap Martin venivano contrastate dall’azione di sbarramento dei treni armati della Marina n. 1 e 5. Nelle stesse ore alcune squadriglie dell’aviazione italiana cominciarono a bombardare le postazioni francesi di Monte Agel, Roquebrune e Cap Martin senza però colpire quasi nessuno degli obiettivi a causa delle pessime condizioni meteorologiche.

Poche ore dopo, malgrado fosse già arrivata la notizia della firma dell’armistizio tra Italia e Francia, avvenuta alle 19,15 del 24, i reparti italiani ripresero ostinatamente i loro tentativi di espugnare il fortino di Ponte San Luigi, che - nonostante tutto - continuava a resistere agli assalti degli italiani, tanto che i suoi difensori avrebbero ricevuto un’alta onorificenza da parte dello Stato Maggiore francese per il valore dimostrato nella difesa dell’avamposto. Ancora fino alle 20 del 24 due gruppi di mortai appartenenti a un battaglione della Cosseria continuarono a sparare contro il fortino senza peraltro ottenere la resa della piccola guarnigione di stanza nella casamatta. Alle 6 di mattina del giorno successivo, dopoché alle 0,35 erano già cessati completamente i combattimenti su tutto il fronte per l’entrata in vigore delle condizioni armistiziali, gli italiani cercarono di alzare la sbarra di confine, ma vennero respinti da una raffica di mitra, che uccise l’aspirante ufficiale Mario Lalli e il soldato Giuseppe Puddu, appartenenti entrambi al 21° reggimento fanteria della divisione Cremona. Alle 8,45 gli italiani alzarono un’enorme bandiera bianca e un colonnello del genio si recò presso il comandante del fortino, il sottotenente Charles Gros, per informarlo dell’avvenuta firma dell’armistizio. La notizia fu confermata a Gros da due ufficiali di collegamento francesi, ma il fortino sarebbe tuttavia rimasto presidiato ancora per due giorni impedendo di fatto il transito agli italiani che avevano già occupato Mentone. La sera del 26 la barriera di Ponte San Luigi venne finalmente alzata consentendo il passaggio di alcune ambulanze e altri veicoli militari. Il nuovo confine provvisorio tra la zona di occupazione italiana e il resto del territorio francese era stato intanto fissato il 25 presso il Ponte dell’Unione, tra Mentone e la frazione di Roquebrune Carnolès, sopra il corso del torrente Gorbio a una cinquantina di metri dal mare lungo la strada statale RN7. Il 1° luglio giunse a Mentone lo stesso Mussolini, che passò in rassegna alcuni reparti della Cosseria insieme al maresciallo Badoglio e al generale Gambara, recandosi quindi al Ponte dell’Unione, dove rimase a lungo ad osservare le opere fortificate di Cap Martin e Roquebrune-Cornillat. Il 27 giugno era stata nel frattempo costituita la Commissione italiana d’armistizio con la Francia (CIAF), che il 7 luglio emanò alcune direttive in merito alla delimitazione delle rispettive zone di sovranità italiana e francese. Venne stabilito che una linea verde avrebbe demarcato il limite del territorio occupato dalle truppe italiane al momento dell’armistizio, mentre una linea rosa avrebbe segnato il confine con la zona rimasta francese, ma che avrebbe potuto essere attraversata liberamente da reparti italiani per esigenze di comunicazione con i territori occupati. La zona che passava sotto la giurisdizione delle autorità militari italiane di occupazione, oltre naturalmente a quella smilitarizzata per una profondità di 50 chilometri al di là della linea alpina, si limitò quindi ad un ristretto lembo di territorio appartenente alla parte orientale del dipartimento delle Alpi Marittime lungo il confine con l’Italia, comprendente in tutto 13 comuni (tra cui quelli di Mentone e Fontan) e cinque villaggi, tra i quali Douans, Le Bourguet e parte di quello di Isola, per una superficie complessiva di 800 chilometri quadrati con una popolazione di 28 mila abitanti, di cui quasi 22 mila nella sola Mentone.

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