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INSIDER | venerdì 29 gennaio 2016, 17:00

In vermentino veritas (ma in Europa no)

Perché sarebbe un errore liberalizzare l'uso dei nomi dei vitigni sulle etichette delle bottiglie.

La Francia che ci frega i gamberoni, la Tunisia che ci annacqua l’olio extravergine e, forse, altri paesi pronti a sfruttare a loro vantaggio alcuni nomi storici del vino italiano. Benvenuta, dieta mediterranea del futuro prossimo. Frutto di accordi firmati con troppa leggerezza (i nuovi confini marittimi tra Italia e Francia hanno regalato un fondale pescosissimo ai transalpini) e di assurdità europee (uno Stato non può aiutare un’azienda in crisi ma Bruxelles si sente in dovere di favorire l’export olivicolo tunisino a dazio zero, per soccorrere l’economia nordafricana in difficoltà). Da qualche mese, l’Europa tecnocratica e liberalizzatrice ha preso di mira le bottiglie di vino, più precisamente le sue etichette e le informazioni in esse contenute.

Che cosa sta accadendo? La Commissione Ue ha avviato il processo per modificare le norme che disciplinano l’etichettatura dei vini, previste dal regolamento CE n. 607/2009. La Direzione generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, infatti, ha immaginato uno scenario assai diverso da quello odierno. Le regole in vigore permettono di utilizzare i nomi di determinati vitigni (Barbera, Lambrusco, Nebbiolo, Vermentino, per fare qualche esempio italiano) solo sulle bottiglie di vini protetti da indicazioni geografiche o denominazioni d’origine, provenienti quindi da certi paesi. Dai documenti di lavoro e dalle bozze circolate nelle ultime settimane, è emerso un possibile cambio di rotta. In sostanza, la Commissione europea vorrebbe liberalizzare l’uso dei nomi di quei vitigni. Significa che il produttore di un qualunque vino potrebbe riportare sull’etichetta il nome di una varietà d’uva che, oggi, è riservato a qualche Dop o Igp di una singola nazione. Non è una diatriba da poco, perché l’etichetta è la carta d’identità di una bottiglia, rafforza il legame con il territorio di produzione e la sua storia, spesso legata (soprattutto nei casi delle Dop e Igp) all’affermazione di vitigni di qualità particolare e perciò certificata.

Recentemente, il commissario all’Agricoltura Phil Hogan ha rassicurato l’Italia che non c’è alcuna volontà di sovvertire lo status quo e danneggiare il patrimonio vitivinicolo italiano. Le preoccupazioni però restano, perché Bruxelles ha proposto la più classica delle misure ingannevoli. Il vignaio spagnolo potrà scrivere Lambrusco sulla sua etichetta, a patto di aver predisposto un disciplinare di produzione e averlo notificato alla Commissione. Così avremmo un Lambrusco Dop italiano e un altro sempre Dop ma spagnolo… Evviva la confusione, in spregio alla tutela delle produzioni tipiche di tutta Europa. Se il vino è (anche) un attestato di verità sul patrimonio enologico di una regione, l’Europa rischia di andare nella direzione sbagliata.

Luca Re

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