/ INSIDER

In Breve

mercoledì 24 agosto
lunedì 22 agosto
venerdì 19 agosto
mercoledì 17 agosto
venerdì 12 agosto
(h. 17:00)
mercoledì 10 agosto
venerdì 05 agosto
(h. 17:00)
mercoledì 03 agosto
venerdì 29 luglio
(h. 17:00)
mercoledì 27 luglio

Che tempo fa

Cerca nel web

INSIDER | lunedì 29 febbraio 2016, 17:00

And the Oscar goes to...il coraggio di arrivare lassù

Dal tappeto rosso di Hollywood alla vetta del Nanga Parbat: storie di successo da zero a 8000 metri.

Sono stati gli Oscar della perseveranza e degli spazi estremi. A Ennio Morricone per la colonna sonora dell’interminabile western-splatter di Tarantino, dopo cinque nomination andate a vuoto per l’ottantasettenne maestro italiano. A Leonardo Di Caprio, che aspettava da oltre vent’anni di fare centro come miglior attore. Redivivo con il sorriso liberatorio di chi è scampato alla morte mangiando fegato crudo di bisonte e dormendo in carcasse di animali. Alla follia post apocalittica di Mad Max, collezionatore di Oscar tecnici, sei in totale, dalla scenografia ai costumi e al trucco, passando per i montaggi e il sonoro.

Le terre selvagge canadesi e argentine imperversano nei lunghi piani-sequenza con luce naturale voluti da Alejandro Iñárritu; le scorribande furiose inscenate da George Miller arroventano ancora di più i deserti allucinanti della Namibia, mentre la neve del Colorado ricopre tutti i panorami di Tarantino, finché i suoi personaggi vanno a rintanarsi e uccidersi in un emporio sperduto nella foresta. C’è tanta pazzia e avventura in questi film premiati nella notte di Hollywood, ma nulla era sicuro. L’ha detto Di Caprio ricevendo finalmente il suo Oscar: non ho dato per scontata questa serata e non dobbiamo dare per scontato il nostro pianeta. Leo l’ambientalista. Leo che ha girato le scene più difficili della sua carriera, semi assiderato a trenta gradi sottozero. Spesso la gloria impone sacrifici enormi. Tanta pazienza e determinazione e coraggio non esente da qualche rischio. Le stesse qualità dei quattro alpinisti che venerdì scorso, un po’ più in sordina rispetto ai clamori che precedevano la notte delle stelle, hanno scalato il Nanga Parbat per la prima volta d’inverno. Due italiani, uno spagnolo e un pakistano. Simone Moro, Tamara Lunger (in realtà lei s’è fermata poco sotto la vetta), Alex Txikon e Alì Sadpara. Dopo due mesi di spedizione, sono riusciti a conquistare il penultimo ottomila che mancava all’appello nella stagione più fredda dell’anno (resta solo il K2 inviolato d’inverno). La montagna “mangiauomini”, la nona più alta del mondo, la cui prima ascensione fu compiuta dall’austriaco Hermann Buhl nel 1953. L’ottomila affrontato nel 1970 da Reinhold Messner con il fratello Günther, poi morto in discesa sotto una valanga.

Negli ultimi anni si erano intensificati i tentativi di scalare il Nanga Parbat. Le spedizioni invernali ad alta quota sono l’ultima frontiera dell’alpinismo. Simone Moro è diventato il campione degli ottomila versione freezer: quattro in tutto, avendo salito anche Shisha Pangma, Makalu e Gasherbrum II. Sono le imprese dove nulla è scontato per definizione. Le probabilità di successo sono veramente scarse. Però che bello guardare il mondo da lassù. Un pugno di alpinisti ha meritato un Oscar immaginario, perché il loro non è uno sport con regole e premi e categorie, ma un confronto psicofisico con la natura. Occorre soffrire. Per una vetta e per chiudere un film andando a cercare il ghiaccio nella Terra del Fuoco (maledetto cambiamento climatico che ha lasciato le montagne americane senza neve). Per sopravvivere quando sei stato abbandonato, per ridare l’acqua a una comunità assetata e sognare un futuro meno catastrofico. Per il bene del nostro pianeta e delle prossime generazioni. Attori e alpinisti da Oscar ci hanno appena ricordato tutto questo, bello o brutto o inutile che sia.

Luca Re

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Link Utili|Scrivi al Direttore