• Serie D, Ris. finale

    1 Savona

    79' Damiani

    0 Lavagnese

  • Serie D, Ris. finale

    1 Sanremese

    63' Gagliardi

    2 Finale

    6' Capra, 59' Roda
  • Serie D, Ris. finale

    0 Ghivizzano

    2 Argentina

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  • Promozione, Ris. finale

    1 Pallare

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    1 Ceriale

    74' Conforti
  • Prima Categoria, Ris. Finale

    2 Altarese

    32' Rovere, 53' Brahi

    3 Pontelungo

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#FONDATASULLAVORO | sabato 27 febbraio 2016, 07:31

#fondatasullavoro: lavoratori in nero, è possibile pretendere il pagamento della retribuzione?

Uno dei dubbi che maggiormente interessa i lavoratori riguarda le conseguenze legate allo svolgimento di un rapporto di lavoro in nero.

Uno dei dubbi che maggiormente interessa i lavoratori riguarda le conseguenze legate allo svolgimento di un rapporto di lavoro in nero.
Ovviamente lavorare in queste condizioni comporta la perdita di molte agevolazioni e integrazioni riconosciute dalla legge.

Inoltre, dal lato del datore di lavoro è palese come egli si esponga a rischi di forti sanzioni per aver ingaggiato dei dipendenti senza osservare le disposizioni in materia. Tuttavia ci si domanda spesso se il lavoratore, rispetto ad una attività svolta in nero, possa pretendere dal suo datore di lavoro la retribuzione.
Seguendo la generale disciplina prevista dal diritto civile, le parti non potrebbero pretendere dei diritti in forza di un contratto nullo o annullabile (nel nostro caso, per la violazione delle disposizioni di legge sui rapporti di lavoro). Quindi, in ipotesi, il lavoratore non potrebbe domandare di essere pagato sfruttando un titolo (il contratto), che è stato annullato! Se davvero le cose stessero così, il lavoratore sarebbe costantemente svantaggiato:  non potrebbe quasi mai ottenere il pagamento per delle prestazioni  lavorative che ha già svolto e dalle quali il datore di lavoro ha tratto ogni beneficio.

In proposito si è soliti parlare di irripetibilità della prestazione lavorativa per descrivere come l’energia spesa dal lavoratore per svolgere i suoi compiti, non sia restituibile al proprietario come qualsiasi altro bene scambiato con un normale contratto. Da queste premesse, esiste nel Codice Civile una disciplina speciale per i contratti di lavoro, all’articolo 2126. La norma in questione, infatti, limita la regola generale dell’invalidità del contratto, mantenendo in piedi, davanti alla legge, il rapporto di lavoro per il periodo in cui si è svolto. In questo senso, bilanciando una situazione sfavorevole per il dipendente, gli si riconosce la possibilità di essere pagato anche se ha lavorato in nero e, logicamente, si fa obbligo al datore di lavoro di pagare le somme dovute, anche se in forza di un contratto che ha perso la sua efficacia, perché riconosciuto invalido.

L’effettività di questo principio è stata anche riconosciuta nei casi in cui la prestazione di lavoro sia stata svolta senza possedere determinati requisiti previsti dalla legge per poterla eseguire. Ad esempio i giudici spesso ritengono possibile riconoscere la retribuzione anche ai soggetti che hanno svolto un certo lavoro senza possedere licenze, autorizzazioni o abilitazioni (pur rimanendo possibili eventuali sanzioni. Qui si parla principalmente della retribuzione prevista dal singolo contratto di lavoro). Tuttavia ci sono delle occasioni in cui il lavoratore perde del tutto il diritto appena esposto, riconosciute sempre dall’articolo 2126.
In particolare, il dipendente che lavora in nero perde il diritto alla retribuzione quando svolge un’attività illecita in comune accordo col datore di lavoro. Ad esempio il croupier assunto in nero in una bisca clandestina, non può invocare il 2126 per essere pagato, proprio perché l’attività svolta si pone in contrasto con i principi dell’ordinamento.

In questo caso torna operativa la tipica regola della nullità che, rispetto a contratti in contrasto con l’ordine pubblico, nega ogni diritto alle parti.

Edoardo Crespi

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