/ EVENTI

Affari & Annunci

qualificato con esperienza trentennale, cerca lavoro fisso o per extra in provincia di Imperia, disponibilità immediata. Prezzi modici.

Vendesi Autocarro IVECO 109-14 con gru. Anno 1990 - 53.000 Km. Collaudato Prezzo trattabile

VENDESI GENERATORE 18 KW DIESEL. 380V/220V

Che tempo fa

Cerca nel web

EVENTI | martedì 02 febbraio 2016, 19:50

Sanremo: Mimmo Càndito incanta il pubblico dei 'Martedì letterari' con '55 vasche, le guerre, il cancro e quella forza dentro'

"Nuotai 25 vasche e andai avanti fino ad arrivare a 55, dopo un'ora e cinque minuti uscii dall'acqua. Nel confronto tra me e il tumore, a quel punto, ero io che mi stavo preparando a vincere.”

Questo non è un libro sul tumore”, mette subito le cose in chiaro Mimmo Càndito, quando inizia a parlare di “55 vasche. Le guerre, il cancro e quella forza dentro”. Ma non è nemmeno un libro sulla guerra o le tante guerre che un reporter come Càndito ha raccontato durante la sua carriera vissuta lungo quella sottile linea di confine che separa la vita dalla morte, due cose con cui un inviato di guerra deve, per forza di cose, fare i conti.

“55 vasche” è un inno alla vita, scritto da un giornalista che ha vissuto la sua carriera raccontando i più importanti conflitti mondiali, impaziente di essere là dove la Storia si stava palesando nella sua maniera più brutale, ma con la consapevolezza di avere sempre con sé quella 'cambiale in bianco' che i suoi lettori gli avevano consegnato, e che non aveva alcuna intenzione di tradire, anche di fronte al più evidente pericolo di morte.

Dieci anni fa ero a Miami per lavoro – racconta Càndito – quando ad un tratto riscontrai qualche dolore a livello cervicale, pensavo non si trattasse di nulla di grave, se non di una semplice infiammazione, ma mia moglie volle a tutti i costi farmi fare dei controlli. Avevamo un'amica in ospedale, un cardiochirurgo, che mi fece visitare da uno specialista, la prima diagnosi fu proprio quella di una semplice infiammazione al nervo cervicale, ma per sicurezza mi vollero fare comunque una radiografia. I medici rimasero a guardare la lastra per lungo tempo, li guardavo senza capire molto, lasciai passare qualche secondo e poi chiesi: “C'è mica un tumore?”.

La diagnosi questa volta fu proprio quella che Càndito aveva sospettato: si trattava di tumore, della peggior specie, al punto che lo specialista non gli diede nemmeno una minima possibilità di sopravvivenza. “0,0 %, tentare il protocollo con lei non servirebbe a nulla, nelle condizioni in cui è non porterebbe ad alcun risultato.”

L'unica cose che mi venne in mente in quel momento – prosegue Càndito – fu come avrei potuto dirlo a mia moglie Marinella (Venegoni, giornalista 'La Stampa' ndr). Quando partivo per la guerra la mia preoccupazione più grande era quella di lasciarle tutto in ordine in casa, e non parlo solo di vestiti o quant'altro, parlo di bollette e di ogni cosa che per lei potesse essere un peso. Di fronte a quello che mi avevano detto, tutto si faceva più difficile. La mia amica cardiochirurgo finse che fossi suo cugino e insistette con il collega, affinché mi salvasse la vita e non lasciasse che morissi, fu così che iniziammo una cura sperimentale.”

Le “55 vasche” che danno il titolo al libro sono la metafora della rinascita e della voglia di combattere di fronte ad un mostro, forse più spaventoso di qualunque guerra raccontata, perché se sul fronte la morte è un rischio, in questo caso sarebbe stata una certezza e a poco sarebbe servito aver lasciato tutto in ordine, dopo lo scompiglio di un addio annunciato e causato dal cancro.

Non ho mai fumato e sono sempre stato uno sportivo – prosegue Càndito con il suo racconto – e anche sotto consiglio dei medici che avevano trovato il mio organismo molto più giovane rispetto alla data segnata sul mio passaporto, non smisi di fare attività fisica anche durante i debilitanti cicli di chemioterapia. Nella casa in cui abitavamo a Miami c'era una piscina di 33 metri in condivisione con altri condomini, tutti i giorni mettevo il mio costume e facevo 25 vasche, circa mezz'ora di nuotata.

Scesi in vasca anche il giorno in cui la chemio fu veramente forte, iniziai a nuotare, ma alla dodicesima vasca dovetti fermarmi, 'non ce la faccio, dissi, ho perso e il cancro sta avendo la meglio'. Uscii dalla piscina, andai a sdraiarmi sul lettino e iniziai a pensare a tutte le guerre che avevo raccontato, a tutto quello che avevo dovuto affrontare, quello mi diede forza e mi dissi che non avrei dovuto cedere, così scesi nuovamente in piscina. Nuotai 25 vasche e andai avanti fino ad arrivare a 55, dopo un'ora e cinque minuti uscii dall'acqua. Nel confronto tra me e il tumore, a quel punto, ero io che mi stavo preparando a vincere.

La guerra e lo sport, in questo caso due esperienze più vicine che mai perché aiutano a guardarsi dentro per andare a ritrovare una forza nascosta, tutta quella che serve per portare a casa il risultato più grande: non il racconto della realtà e nemmeno il traguardo, ma la vita.   

Simona Della Croce

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Link Utili|Scrivi al Direttore