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CRONACA | venerdì 29 gennaio 2016, 19:06

Reggio Calabria: nuova udienza per il processo che vede tra gli imputati anche l'ex Ministro Claudio Scajola

Il processo è stato aggiornato al 3 febbraio quando saliranno sul banco dei testimoni altri due uomini della Dia che hanno preso parte all'inchiesta. Oggi inoltre, il pm antimafia Giuseppe Lombardo ha chiesto che venga ammessa la testimonianza del perito del Tribunale incaricato nei mesi scorsi di effettuare le trascrizioni delle centinaia di intercettazioni afferenti il dibattimento.

«Le ipotesi aprivano diverse strade. Il trasferimento attraverso il consolato oppure il trasferimento diretto». E per la Dda reggina “il trasferimento diretto” era riferibile alla disponibilità dello stato Libanese di ammettere sul proprio territorio Amedeo Matacena, l'ex armatore messinese attualmente latitante a Dubai dopo aver rimediato una condanna a 3 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. È il luogotenente della Dia Pasquale Striano, ad aprire l'udienza odierna del processo a carico dell'ex ministro Claudio Scajola imputato a Reggio Calabria insieme Chiara Rizzo, alla segretaria dei coniugi Matacena-Rizzo, Mariagrazia Fiordalisi e Martino Politi.

Tutti sono coinvolti nell'inchiesta denominata “Breakfast” e a vario titolo sono accusati di aver aiutato l’ex esponente di FI nel sottrarsi alla condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e nello specifico di programmare il suo spostamento dagli Emirati Arabi al Libano e anche di aver tentato di “schermare” il grande patrimonio dei Matacena per sottrarlo ad una eventuale procedura di prevenzione. Rispondendo alle domande delle difese, il teste ha ribadito quanto detto nella precedente udienza ossia che per la Dia reggina tutte quelle intercettazioni e i vari dati acquisiti lasciano intravedere un progetto ben definito ossia che vi è stata una cooperazione, attraverso Scajola, per il tentativo di spostamento del latitante Matacena. A fare da “trait d'union” sarebbe Vincenzo Speziali - nipote omonimo dell'ex senatore del Pdl – che sarebbe stato il punto di riferimento in Libano per consentire il trasferimento di Matacena a Beirut. Nell'inchiesta “Breakfast” è indagato anche lui e anche se non è imputato nel processo, oggi il suo nome è riecheggiato più volte in aula al cospetto del Tribunale presieduto dal giudice Natina Pratticò con a latere i togati Arianna Raffa e Stefania Rachele.

A descrivere il presunto ruolo ricoperto da Speziali è stato però, il sostituto commissario Gandolfo, sempre in servizio alla Dia dello Stretto. Per gli inquirenti fra l'imprenditore catanzarese e l'ex ministro ci sarebbero stati, tabulati alla mano, una serie di contatti, tutti registrati a metà ottobre del 2013 in cui sarebbe stata messa in campo l'ipotesi del trasferimento in Libano. Non ci sono le intercettazioni, ma per la Procura guidata da Federico Cafiero De Raho la prova risiederebbe nel contatto del 17 ottobre fra Scajola e Chiara Rizzo. « Questa è la prima conversazione in cui- ha detto Gandolfo- entra in scena la questione del Libano poiché Scajola dice alla Rizzo di “aver pensato a Beirut”».

Tutto però viene messo in stand-by; poco dopo scoppierà infatti, un caso mediatico che metterà in crisi i rapporti fra le autorità italiani con quelle libanesi. A Beirut il 12 aprile del 2014 verrà arrestato Marcello Dell'Utri. L’ex senatore, condannato in appello per concorso in associazione mafiosa, era da per la giustizia italiana “ufficialmente latitante” a pochi giorni dal giudizio della sentenza definitiva in Cassazione . «Il convincimento dell'ufficio di procura è che Speziali- scriva proprio il gip Olga Tarzia nell’ordinanza- sia al centro di una rete di collegamenti e di interessi fortemente orientati a garantire l'impunità a soggetti funzionali ad un vasto sistema economico criminale, con dirette finalità di agevolazione e conservazione del relativo assetto illecito. Invero, i due personaggi al centro di polemiche, discussioni, trasferimenti. attuati e/o programmati , altro non sono che Amedeo Matacena e Marcello Dell’Utri, già politici di primo piano nello medesimo schieramento e pacificamente vicini ad associazioni mafiose rispettivamente calabresi e siciliane». Dopo qualche giorno dell'arresto di Dell'Utri, l'allora presidente del consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi dirà- come riportato all'epoca dai maggiori organi di informazione- «Marcello è in Libano e l'ho mandato io¼»". L'ex premier lo avrebbe confidato ad Arcore. 

«L'ho spedito a Beirut qualche giorno fa perché Vladimir Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Amin Gemayel». Subito dopo queste affermazioni, l'ex presidente libanese smentirà in via ufficiale «qualunque rapporto elettorale con il leader di Fi e con Putin». « Speziali- dirà oggi in aula il teste- si sentirà sotto assedio per questa vicenda e non vorrà più parlare per telefono». Il caso Matacena però, ritornerà ad essere al centro dei discorsi fra Scajola e Rizzo, ma anche con Speziali. Ed ecco che si incastra il famoso fax inviato all'ex ministro. Il riferimento è alla lettera attribuita dall'accusa all'ex presidente libanese. La lettera, scritta al in francese e indirizzata «al mio caro Claudio», era stata sequestrata a Scajola nel corso delle perquisizioni operate in occasione del suo arresto avvenuto l'8 maggio del 2014.

Nella missiva, risalente al 20 marzo 2014, il mittente scriveva, tra l'altro: «mi occuperò a partire da domani di trovare un modo riservato per farlo uscire dagli Emirati Arabi poiché tratteremo il dossier con molta attenzione. Ho potuto patrocinare la questione e abbiamo già convenuto che una volta qui, egli potrà beneficiare, in maniera riservata, della stessa posizione che egli ha a Dubai, consegnandogli un documento di identificazione con dati anagrafici affinché egli possa rimanere nel nostro Paese e condurre una vita normale, naturalmente sotto la nostra responsabilità».

«Si era creata la necessità – ha riferito Gandolfo- proprio di certificare alla lettera, oltre alle conversazioni, che da quel fax Speziali avesse spedito la missiva indirizzata all'utenza fax di Scajola. L'unico sistema che abbiamo utilizzato è stato l'acquisizione del tabulato dell'utenza libanese. Da questi dati abbiamo compreso come oltre il fax di Scajola c'erano altri fax indirizzati ad utenze italiane. No negli stessi giorni, ma nello stesso contesto spazio temporale. Ed emerge chiaramente che quello non è l'unico fax riconducibile a Speziali perchè notiamo un fax in uscita ad una società che si chiama “Edilmediterranea spa” , è la società che gestisce in Calabria il sistema antincendi boschivo. Questa società è veneta, ma il padre di Speziali è un rappresentante in Calabria della “Edilmeditteranea”. Questo fax secondo noi l'ha spedito Speziali, ma non è Speziali che scrive, ma Gemayel.. Tramite l 'ambasciata abbiamo verificato l'indirizzo dell'esercizio commerciale da dove è stato spedito che era sito in prossimità dell'abitazione di Speziali. Il fax l'abbiamo sequestrato e per questo abbiamo certezza.

Accanto al fax abbiamo sequestrato un manoscritto e per noi anche questo l'ha scritto Speziali quando c'è stato l'incontro fra lui e Scajola fuori l'hotel “Columbus”. Anche telefonicamente l 'abbiamo “sentito” che era stato scritto da Speziali». Nulla importa per gli investigatori calabresi che l'ex presidente libanese, attraverso il suo portavoce, all'epoca della diffusione della notizia, riferì di non aver  «mai scritto alcuna lettera di protezione a beneficio di nessuno”. Anche Scajola fin dal principio dirà che «perfino il più sprovveduto degli investigatori avrebbe capito che quella lettera a firma Gemayel era un grossolano falso. L'ho spiegato fin da subito agli inquirenti senza esito. Ma pare che in una lettera scritta a macchina un potenziale presidente di repubblica scriva di essere disponibile ad ospitare un ricercato come Matacena?». Niente da fare per la Dda dello Stretto, questo fax è la prova regina del piano messo in piedi da Scajola e Speziali per favorire la latitanza di Matacena.

Il processo è stato aggiornato al tre febbraio quando saliranno sul banco dei testimoni altri due uomini della Dia che hanno preso parte all'inchiesta. Oggi inoltre, il pm antimafia Giuseppe Lombardo ha chiesto che venga ammessa la testimonianza del perito del Tribunale incaricato nei mesi scorsi di effettuare le trascrizioni delle centinaia di intercettazioni afferenti il dibattimento. « Ci sono troppe “stranezze” - ha detto il magistrato- in questa perizia. In alcuni casi si discosta troppo dalla trascrizione della polizia giudiziaria. Voglia capire in cosa e perchè».

dalla nostra corrispondente Angela Panzera

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