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| domenica 28 febbraio 2016, 07:31

In & Out: da Tokyo a Latte, la storia di Makoto Takahashi, esperto affilatore di lame

"Ricordo che ero felice perchè entrando in casa dei miei zii non dovevo togliermi le scarpe. La tradizione in Giappone, vuole che ci si tolga le scarpe e le si riponga in un apposito spazio all'entrata".

Un nome che significa “Verità”, un cognome che tradotto dagli ideogrammi ha il significato di “Ponte Alto”. E' proprio vero che in un nome spesso si racchiude l'essenza di noi stessi. Makoto Takahashi è un ragazzo giapponese che da Tokyo si è trasferito a Latte, vicino a Ventimiglia, quando aveva appena 10 anni. Quello che ha percorso lui è stato davvero un ponte alto, fra due culture completamente diverse, sapendosi adattare fino a dire oggi, con la massima verità e spontaneità, di sentirsi più italiano che giapponese. Questa è la storia di Makoto, affilatore di lame.

Da Tokyo a Latte, cosa ti ha portato in provincia di Imperia? Quando ero bambino mia zia sposò un uomo italiano, di Verona e si trasferirono a Latte. Inizialmente doveva raggiungerli mia cugina, ma essendo figlia unica, all'ultimo momento decise di rimanere in Giappone. Così mio papà propose di mandare me in Italia. Al tempo avevo 10 anni e sarei dovuto rimanere solo per un anno. Oggi ne ho quasi 40 e sono ancora qui.

Il Giappone e l'Italia hanno due culture opposte. Come ti sei trovato a crescere qui? Quando sono arrivato avrei dovuto frequentare la quinta elementare. Ma non conoscevo una parola di italiano, e sapevo leggere e scrivere solo in giapponese. Ho frequentato il primo anno, inglobando prima, seconda e treza elementare e ho recuperato. Quando avevo 10 anni non avevo bene in mente la differenza fra le culture. Per me era importante giocare e farmi degli amici. Ricordo che mi sembrava strano avere a disposizione ben tre mesi di vacanza, durante i quali tornavo in Giappone e aiutavo mio papà con il suo lavoro. Il Giappone è un Paese ad alto rischio sismico ed esiste una figura che fa da tramite tra il geologo e i costruttori; questo è il lavoro che svolgeva mio papà.

Di cosa di occupi qui in provincia di Imperia? Ho frequentato la scuola di agraria e mi sono iscritto all'università di Imperia, alla facoltà di Economia e Commercio. Nello stesso periodo ho però trovato lavoro come interprete e mi sono trasferito a Milano. Lì ho lavorato per una società di Import-Export, dove sono entrato in contatto con una ditta giapponese di lame e forbici. Non tutti sanno che le migliori forbici sono proprio quelle giapponesi, che hanno un prezzo importante così come deve esserlo la loro manutenzione. Ho approfondito questo settore, recandomi anche presso la ditta madre, in Giappone, diventando un affilatore di lame e nello specifico di forbici da parrucchiere. Una volta ci si rivolgeva all'arrotino, ma queste speciali lame giapponesi hanno bisogno di una cura particolare e io mi occupo di loro.

Dopo così tanti anni in Itaia ti senti ancora giapponese? Ho il passaporto giapponese perchè quelle sono le mie origini e le sento molto forti in me. Però sono diventato italiano nelle abitudini. Sarebbe difficile tornare in Giappone dopo essere cresciuto con la mentalità italiana. Per esempio, nel mio Paese la possibilità di prendere due settimane di ferie può accadere al massimo una volta in tutta la vita; chi ha un apuntamento arriva sempre quindici minuti prima dell'orario stabilito. Non credo riuscirei più ad abituarmi a tutto questo.

Cosa è stata la prima cosa che ti ha colpito quando sei arrivato in Italia, a Latte? Ricordo che ero felice perchè entrando in casa dei miei zii non dovevo togliermi le scarpe. La tradizione in Giappone, vuole che ci si tolga le scarpe e le si riponga in un apposito spazio all'entrata. Mi sembrava impossibile poter camminare per le stanze con le scarpe!

Un ponte alto, molro alto, è quello che ha attraversato Makoto, passando tra due culture che non sono più simili di quanto non lo siano il giorno e la notte, sapendo prendere il meglio da entrambe.

Stefania Orengo

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