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AL DIRETTORE | domenica 28 febbraio 2016, 10:49

Sanremo: la rivolta antigenovese del 1729 raccontata dallo storico matuziano Andrea Gandolfo

La sommossa fu provocata da risentimenti della popolazione locale per l’eccessivo fiscalismo da parte delle autorità della Repubblica di Genova

Proseguendo nella storia a puntate di Sanremo, lo storico Andrea Gandolfo si sofferma su una vicenda poco conosciuta, che precedette di poco più di un ventennio la più nota rivoluzione del 1753, ossia la rivolta antigenovese del 1729, che fu causata, a differenza di quella del 1753, da risentimenti della popolazione locale per l’eccessivo fiscalismo da parte delle autorità della Repubblica di Genova. Ecco dunque il suo racconto della sommossa del 1729:

"Nel 1728 giunse a Sanremo il nuovo commissario Bernardo Sopranis, al quale le autorità genovesi avevano affidato l'incarico di sottomettere la riottosa popolazione locale alle direttive fiscali e tributarie del governo. Nel giugno 1729 egli fece affiggere sui muri della città da alcuni ufficiali degli editti che introducevano quattro nuove gabelle sul tabacco, il sapone, l'acquavite e la polvere da sparo. Mentre però gli ufficiali affiggevano tali editti, si formarono nelle vie del borgo numerosi capannelli di cittadini, che iniziarono a lacerare i manifesti in segno di protesta verso le nuove gabelle. Sopranis fece allora spargere la voce che sarebbero giunti in città numerosi poliziotti incaricati di riportare l'ordine e la legalità; avendo preso consistenza tale voce, il giorno 18 giugno un gruppo di donne si recò sul molo e vi ammassò in poco tempo un grande numero di massi e pietre, con cui esse intendevano accogliere i poliziotti in arrivo nel porto. Resosi conto dell'insuccesso della sua iniziativa, il commissario fece chiamare i priori del Consiglio Nicolò Moraldi e Stefano Palmarino per intimare loro di far sgomberare immediatamente il molo, cosa che venne fatta durante la notte successiva per non eccitare ulteriormente la popolazione. Essendo comparsa però il giorno dopo una feluca genovese nella rada antistante la città, molti cittadini erano accorsi sulla marina armati di pietre per accogliere soldati e poliziotti che avessero avuto intenzione di sbarcare. Quando, verso le tre di pomeriggio, Sopranis, scortato da numerosi soldati, si avviò verso la feluca, si incontrò con un certo Girolamo Gazzano, un tribuno popolare particolarmente acceso, e ordinò di arrestarlo. L'arresto causò però un violento parapiglia tra la folla, che si rivolse allora inferocita al commissario reclamando l'immediata scarcerazione dell'arrestato.

      Il giorno successivo Sopranis fu quindi costretto dalla pressione popolare a chiedere perdono sulla pubblica piazza e a scarcerare Gazzano. Il commissario reputò allora conveniente promettere ai priori del Consiglio che non avrebbe consentito a eventuali poliziotti e soldati provenienti da Genova di sbarcare nel porto di Sanremo. Tale decisione contribuì a riportare la calma in città fino a quando, il 16 luglio, si sparse la notizia che un contingente di armati era sbarcato ad Arma di Taggia. Appena venne appurato che si trattava probabilmente di soldati genovesi, scoppiò un vero e proprio tumulto fomentato da un numero sempre più crescente di uomini, donne e ragazzi. In questa situazione, una certa Maddalena Gasciarino, coadiuvata da altre due donne sanremesi, Maria Angela Anselmi e Gerolama Martini, si recò nella chiesa di San Siro, dove suonò il campanone della chiesa allo scopo di richiamare in città i numerosi contadini impegnati nei lavori campestri. In breve tempo quindi moltissimi contadini rientrarono nel borgo armati di marre, badili e zappe per dare manforte alla rivolta. Mentre il popolo sanremese tumultuava contro Sopranis, sbarcò nel porto cittadino il cartografo e capitano Matteo Vinzoni, che, inviato dalle autorità genovesi per eseguire le misurazioni territoriali necessarie alla redazione dell'Atlante della Sanità, fu costretto dalla furia popolare a ritornare sulla sua imbarcazione e a ritornare a Genova.

      Nel corso della rivolta, inoltre, un cittadino di Triora, tale Gio Batta Oddo, accusato di aver ottenuto dalle autorità genovesi il privilegio di vendere tabacco a Sanremo, rischiò addirittura di essere linciato dalla folla se non fossero interventi prontamente in suo aiuto due frati Cappuccini, che lo accolsero nel loro convento. Nel frattempo le autorità sanremesi decisero di rivolgersi direttamente all'imperatore inviando a Milano il giovane figlio del console Sardi, Gio Batta, presso il Conte Daun, rappresentante il vicario imperiale, e il conte Stampa, ministro plenipotenziario dell'imperatore, allo scopo di perorare la causa dell'indipendenza della città da Genova. Sentite le ragioni di Sardi, i due funzionari imperiali minacciarono allora il governo genovese di invadere i domini della Repubblica con un contingente di truppe austriache se esso avesse insistito nella sua linea di comportamento prepotente e vessatorio nei confronti di Sanremo, mentre anche il re di Sardegna Vittorio Amedeo II si dichiarava disponibile ad inviare un corpo di spedizione formato da settemila soldati per difendere i legittimi interessi della città matuziana. Il 24 agosto intanto Sopranis trafugò le carte più compromettenti dell'archivio segreto e il mattino dopo si imbarcò su una gondola alla volta di Bordighera dopoché la notizia della sua fuga si sparse velocemente in città destando ovunque sentimenti di tripudio. Quando poi si venne a sapere che un gruppo di galee genovesi era in procinto di sbarcare ad Arma, la popolazione decise di alzare dei terrapieni in piazza Sardi e di collocare dei cannoni sul molo per impedire lo sbarco dei soldati inviati dalla Repubblica. Dopo cinque giorni di trattative, nel corso dei quali una commissione di deputati sanremesi si recò anche a Genova per lamentarsi della riprovevole condotta di Sopranis, i seicento soldati genovesi guidati dal comandante Anselmo Grimaldi poterono finalmente sbarcare a Sanremo il 30 agosto.

     A differenza di Sopranis, Grimaldi adottò però la linea morbida, limitandosi ad ordinare la distruzione dei terrapieni, l'allontanamento entro tre ore di un medico piemontese, un certo Fantini, accusato di aver patrocinato l'annessione della città al Regno di Sardegna, l'arresto delle tre donne che avevano suonato la campana di San Siro, e la citazione di Gio Batta Oddo, il triorese scampato al linciaggio durante il tumulto, per conoscere i principali fautori della rivolta, molti dei quali, per timore di rappresaglie, si rifugiarono nel Marchesato di Dolceacqua. Grimaldi si dimostrò comunque molto indulgente verso i principali responsabili della sommossa, oltreché particolarmente disponibile e gentile nei confronti degli amministratori comunali, tanto da conquistarsi la generale simpatia della popolazione. Completò poi questa opera di pacificazione la pubblicazione da parte di Grimaldi del perdono generale, concesso tra il giubilo dell'intera cittadinanza il 14 settembre 1729. Al momento della sua partenza, Grimaldi, soprannominato il Sanremese per la benevolenza da lui dimostrata verso la città matuziana, fu accompagnato al porto da moltissimi cittadini, che gli resero omaggio con festose acclamazioni per la sapiente opera di pacificazione, che egli aveva saputo svolgere a Sanremo. Essendo poi terminato il mandato dell'inviso Sopranis, il governo genovese nominò commissario generale della città Francesco Maria De Franchi, figura sicuramente più mite e accondiscendente del predecessore. Il nuovo commissario riuscì a placare gli animi esagitati dei Sanremesi persuadendo le due fazioni filo e antigenovese ad addivenire ad un pacifico accordo, frutto di una serena disamina della situazione venutasi a creare dopo un così lungo periodo di profondi e insanabili contrasti. 

Dott. Andrea Gandolfo - Sanremo".

Redazione

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