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AL DIRETTORE | mercoledì 10 febbraio 2016, 07:31

Lo storico sanremese Andrea Gandolfo sulle incursioni dei corsari barbareschi sulle coste del Ponente ligure

In particolare nella zona di Sanremo, nel corso della prima metà del Cinquecento.

Dopo aver già affrontato qualche anno fa il tema delle scorrerie dei Saraceni sulle nostre coste tra il IX e il X secolo, lo storico sanremese Andrea Gandolfo parla delle incursioni dei corsari barbareschi sulle coste del Ponente ligure, e in particolare nella zona di Sanremo, nel corso della prima metà del Cinquecento, che avrebbero rappresentato una delle pagine più significative della storia della Liguria, lasciando tracce, tuttora esistenti, persino nella toponomastica locale. Ecco quindi il mio racconto delle incursioni barbaresche sulle coste liguri durante il XVI secolo:

Nel corso del XVI secolo Sanremo e l'intera Riviera di Ponente vennero investiti da una lunga serie di incursioni, distruzioni e rapimenti da parte di sanguinarie bande di corsari barbareschi, che spadroneggiarono in tutto il Mediterraneo fino alla battaglia di Lepanto del 1571, continuando poi ancora a saccheggiare e devastare soprattutto le coste tirreniche anche dopo questa data, ma con minore intensità e frequenza. Le origini di queste incursioni risalivano a quando, nel 1453, subito dopo la conquista di Costantinopoli, il sultano ottomano Maometto II aveva decretato una vera e propria guerra santa contro gli infedeli, concretizzatasi in seguito in azioni di guerriglia e terrorismo da parte di flotte di pirati turchi, algerini e tunisini, che intensificarono le loro scorribande per tutto il mar Mediterraneo a partire dai primi anni del Cinquecento. La prima incursione sulle coste della Liguria occidentale di pirati barbareschi, che la popolazione locale chiamava allora saraceni, confondendoli con quelli che devastarono le coste liguri nel IX e X secolo, risale al 1508, quando una flotta partita da Biserta e capeggiata dal pirata turco Kurtogali sbarcò a Diano che saccheggiò selvaggiamente e vi rapì numerosi abitanti, poi venduti come schiavi se non riscattati prima tramite il pagamento di forti somme di denaro. Questa banda di corsari, dopo aver devastato e saccheggiato le coste della Liguria, si trasferì quindi nel mare del Lazio compiendo altri gravissimi atti di pirateria, che determinarono l'intervento dello stesso pontefice Giulio II, il quale chiese al governo di Genova di intervenire immediatamente con la sua flotta per sventare il pericolo rappresentato dai corsari turchi.

La Repubblica di Genova rispose prontamente alla richiesta del papa e si impegnò da allora strenuamente nella lotta contro i barbareschi, in cui si distinse in modo particolare il giovane capitano addetto alla difesa del porto di Genova Andrea Doria, futuro ammiraglio della flotta genovese. Sotto il suo comando le navi genovesi riuscirono a sconfiggere in più occasioni i pirati turchi, che sembravano sul punto di arrendersi tanto che lo stesso Andrea Doria riuscì a ottenere dal bey di Tunisi la solenne promessa, poi rivelatasi effimera, che i corsari barbareschi non avrebbero più assalito le coste della Liguria. Nel 1518 la maggior parte dei pirati turchi passarono sotto la guida di Kair-ed-Din, soprannominato Barbarossa, che era diventato in quell'anno governatore di Algeri, che sarebbe poi diventato nel 1533 bey di Tunisi e comandante dell'intera flotta musulmana. Una flotta di corsari turchi guidata da Barbarossa venne sbaragliata una prima volta nel 1526 dalle forze navali pontificie comandate da Andrea Doria, che due anni dopo passò al servizio dell'imperatore Carlo V come capitano generale di mare delle armate di Spagna. La scelta di Doria di schierarsi con l'imperatore irritò però moltissimo i Francesi, che per rappresaglia iniziarono a infierire sulle popolazioni liguri ritenute da allora di fatto nemiche della Francia per aver avallato, seppur indirettamente, il tradimento dell'ammiraglio genovese. Sanremo in particolare si dimostrò particolarmente entusiasta della nuova alleanza con Carlo V, che fu considerato il vero trionfatore sui pirati turchi. Quando nell'aprile 1533 l'imperatore transitò con la sua flotta nelle acque liguri, i rappresentanti della città non esitarono a recarsi con delle barche nel punto dove si trovava la flotta imperiale e a portare a Carlo V e alla sua corte doni e rinfreschi, come segno di omaggio e gratitudine della comunità sanremese nei suoi confronti.

Nel corso del 1533 si fecero inoltre sempre più frequenti gli allarmi per possibili attacchi di pirati turchi. Il 28 agosto di quell'anno il Consiglio Comunale discusse alla presenza del podestà della notizia, precedentemente diffusasi in città, dell'imminente passaggio nel tratto di mare antistante Sanremo di una flotta francese e di una turca. Dal momento che si riteneva molto probabile che tali navi arrecassero dei danni al paese, i nove consiglieri comunali presenti decisero di impartire disposizioni per riparare la cinta muraria e provvedere all'acquisto di armi e polvere da sparo. Nella stessa occasione venne concessa al podestà piena facoltà di adottare le misure di emergenza che la situazione avrebbe richiesto. Le autorità comunali ordinarono allora di porre delle guardie, cioè sentinelle, sui capi antistanti la rada sanremese: a Levante il capo dell'Armea, oggi detto Capo Verde e a Ponente il Capo Pino. In un primo tempo tali sentinelle sorvegliavano i capi soltanto per il periodo estivo, ma il 1° maggio 1534 il Consiglio Comunale stabilì di rafforzare i corpi di guardia, pagando le sentinelle anche per la stagione autunnale e invernale. La sola sorveglianza della costa si rivelò però in seguito insufficiente e si dovette provvedere ad attuare delle opere di difesa più efficaci. Il 15 agosto 1534 il commissario di guerra di Sanremo, dopo aver visitato le mura del borgo, dichiarò al Consiglio Comunale che esse presentavano molte aperture e porte non necessarie, che avrebbero potuto essere molto pericolose per la popolazione. I consiglieri decisero allora di far chiudere immediatamente tutti gli spazi rotti o aperti, affidando nello stesso tempo ad alcuni cittadini il compito di controllare la corretta esecuzione di queste operazioni. Quattro giorni dopo, il 19 agosto, il Consiglio Comunale venne nuovamente convocato, questa volta alla presenza di dodici nobili, per decidere quali altri provvedimenti adottare per far fronte alla situazione diventata sempre più allarmante. Si convenne che sarebbe stato necessario trovare del denaro a prestito, cioè chiedere in mutuo ai mercanti e alle altre categorie la somma più alta possibile per poter sostenere le spese eccezionali previste per difendere la città dal pericolo delle incursioni barbaresche. Il Consiglio stabilì inoltre che sarebbe stato indispensabile reclutare degli uomini, e in quest'ottica nominò otto Capitani, detti di guerra, con il compito di istruire e poi comandare le squadre destinate a intervenire in caso di necessità. Tali misure, concepite e attuate in via precauzionale, rimasero in gran parte inapplicate, tranne quella istitutiva dei Capitani di guerra, che sarebbe rimasta valida anche nei decenni successivi. Nel corso del 1534 Barbarossa effettuò con la sua flotta diverse incursioni sul litorale romano e napoletano, inducendo papa Paolo III a installare una serie di fortificazioni difensive, che contribuirono a frenare la spavalderia dei pirati, i quali da allora decisero di dirigere le loro scorribande verso altre zone, soprattutto le coste liguri, da loro saccheggiate selvaggiamente nel 1536 e 1537. Proseguendo poi la guerra tra Francesco I e Carlo V, il primo decise di allearsi con i Turchi, che misero così a disposizione della Francia la loro flotta composta da più di cento navi al comando di Barbarossa.

Nella notte tra il 6 e il 7 agosto nove galee turche, che si erano staccate dalla flotta impegnata nell'assedio di Nizza, si presentarono di fronte alla spiaggia di Sanremo e cominciarono a sbarcare uomini armati. Poche ore dopo, quando ormai era giorno, altri sei vascelli si aggiunsero a quelli approdati durante la notte, sbarcando altri uomini. Si svolse allora tra i Turchi, che erano circa un migliaio, e le sentinelle sanremesi un serrato combattimento che durò per ben otto ore e che causò diversi morti da ambo le parti. I pirati barbareschi, dopo essere stati respinti dalla costa, ritornarono sulle loro navi dirigendosi verso Levante, mentre alcuni di loro tentavano di prendere la città alle spalle salendo verso i monti. Mentre i Sanremesi guidati dal podestà Spinola attendevano i nemici nella zona di Poggio Radino, il grosso delle forze turche venne sconfitto da un contingente di armati sanremese in località Parà nei pressi di Verezzo. I Turchi in fuga non rinunciarono però a catturare molte donne e bambini di Verezzo, Poggio e delle altre frazioni di Sanremo che erano stati sorpresi all'aperto e che purtroppo non fecero più ritorno. I Turchi lasciando il territorio sanremese inferociti per il mancato successo dell'attacco, proferirono pesanti minacce alle sentinelle costiere avvertendole che presto sarebbero tornati per vendicarsi. Il giorno dopo la fallita incursione su Sanremo la flotta franco-turca avrebbe poi attaccato in forze la stessa Nizza, che, dopo alcuni giorni di eroica resistenza, venne conquistata dagli assedianti, che non riuscirono però ancora ad espugnare il castello, ultimo baluardo della resistenza cittadina. La battaglia della Parà, avvenuta il giorno di San Donato, era destinata a diventare una data simbolica e particolarmente significativa in quanto rappresentava una grande vittoria dei Sanremesi sui temutissimi pirati barbareschi, che erano stati clamorosamente sconfitti proprio nel momento della loro massima potenza. Il 7 agosto 1607 il Consiglio Comunale di Sanremo proclamò il giorno in cui si era svolta la battaglia della Parà solenne festività cittadina, mentre nello stesso periodo venne deciso di celebrare l'importante avvenimento con la costruzione a Verezzo di una chiesa dedicata a San Donato nei pressi del luogo della battaglia, poi terminata nel 1630. Venne anche stabilito che una delegazione di Sanremesi si sarebbe recata in processione ogni anno alla chiesa di Nostra Signora degli Angeli per celebrare l'importante ricorrenza, che sarebbe stata anche commemorata tramite l'erezione di una croce sul luogo della battaglia in località Parà, a futura memoria dell'epica vittoria dei Sanremesi sui corsari barbareschi.

Dopo la caduta della città di Nizza, i Sanremesi temevano che i Turchi tornassero a colpire la loro città per conseguire una rivincita morale e razziare un ingente bottino. Per rafforzare il corpo di guardia a difesa della città il podestà Spinola chiese allora 30 uomini a Triora, Badalucco e Montalto e altri 30 a Taggia, che però si rifiutò nuovamente di inviarli adducendo come giustificazione che la città era spopolata. Il 5 settembre 1543 gli attacchi turchi investirono nuovamente il territorio di Sanremo; in quel giorno infatti ventidue galeotte turche sbarcarono molti uomini a Bordighera e nella baia di Ospedaletti. Penetrati nell'entroterra, i pirati depredarono Seborga e quindi si diressero verso Coldirodi, dove catturarono molti abitanti che avevano invano cercato scampo rifugiandosi nei campi circostanti il paese. Appena saputa la notizia di queste altre incursioni barbaresche, il governo genovese inviò una grida a tutti i comuni della Riviera di Ponente per avvertirli di stare all'erta anche nell'entroterra. Dopo aver razziato e saccheggiato quasi tutti i paesi della costa ligure e provenzale, i Turchi decisero il 9 settembre di allontanarsi dalla zona. Questo fatto non rallegrò però il podestà Spinola che sperava ancora di raggiungere un accordo con i Barbareschi per la liberazione dei prigionieri sanremesi e coldirodesi. Ai primi di ottobre anzi partì da Sanremo una fregata carica di frutta e denaro per raggiungere la flotta turca ancorata nel porto di Tolone e trattare con i Barbareschi la restituzione dei prigionieri. Giunta però davanti a Nizza, l'imbarcazione venne bloccata, e la merce che trasportava fu sequestrata e il denaro rapinato. La notizia di questo atto di pirateria cristiana suscitò l'indignazione dei Sanremesi, che, per bocca del podestà Spinola, protestarono vibratamente con il governo genovese, che riuscì a farsi restituire dai Nizzardi la merce depredata alla fregata sanremese. Nel frattempo la flotta turca si era trasferita in Corsica, rendendo molto problematica la prosecuzione delle trattative per la restituzione dei prigionieri sanremesi e coldirodesi che erano ancora sulle galeotte barbaresche, di cui era estremamente difficile individuare il luogo preciso in cui si trovavano.

All'inizio del 1544 giunse a Sanremo un nuovo podestà, Sebastiano Artusio, che era stato incaricato dal governo di Genova di indagare sulla possibilità di predisporre un'adeguata difesa della cittadina dell'estremo Ponente. Già nel mese di gennaio Artusio, accompagnato dal capitano Gian Francesco Fabiano, esaminò le fortificazioni esistenti constatando che le difese erano poche, ma potevano essere rafforzate con poca spesa. Come primo provvedimento il podestà ordinò comunque di dislocare otto uomini nei punti più prominenti della costa per controllare se, soprattutto durante le ore notturne, fossero sbarcati dei vascelli armati; Artusio prescrisse inoltre che, con il sopraggiungere della bella stagione, si provvedesse ad un rafforzamento della suddetta guardia. Negli stessi giorni il Consiglio Comunale di Sanremo, per migliorare l'armamento delle sentinelle, chiese al governo genovese di inviargli dieci smerigli, le lunghe bocche da fuoco che permettevano di tirare dalla costa sulle navi che si avvicinavano a terra. Non si sa quale sia stata la risposta del governo, ma è probabile che la richiesta del Consiglio Comunale sanremese sia stata respinta per la grande carenza di queste armi nei depositi della Repubblica della Genova e per il fatto che queste armi erano richieste in grande quantità da quasi tutte le località della Liguria. Facendosi poi sempre più incombente la minaccia di attacchi turchi e dopo aver constatato la mancanza di uomini validi per la difesa della città, le autorità di Sanremo scrissero il 9 aprile 1544 al Senato della Repubblica per pregarlo di emanare una legge che costringesse anche gli uomini dell'entroterra, specialmente quelli di Triora, Badalucco, Montalto, Ceriana, Baiardo e Castelvittorio, di mettersi a disposizione del podestà di Sanremo per fare la guardia sulle coste della cittadina.

Tre giorni dopo il podestà di Sanremo avvertì il Senato che le galee turche erano ancorate ormai da diverso tempo presso le isole Hières ed erano pronte a salpare da un momento all'altro verso oriente. Fece inoltre presente alle superiori autorità che a Sanremo la paura per un loro improvviso attacco era molto grande e che, per ogni evenienza, ogni notte sorvegliavano sulla città ben 90 uomini dislocati in parte sul porto, in parte in piazza e in parte sui capi. A metà maggio giunse la notizia che la flotta turca sarebbe presto ripartita per Costantinopoli, non attraverso però la via più breve, cioè prendendo il largo e dirigendosi verso la Corsica, ma costeggiando lungo la Riviera ligure con prevedibili soste davanti ai porti delle città e dei paesi più importanti. Appena la notizia si diffuse a Sanremo, la tensione raggiunse il suo culmine: tutti temevano infatti un attacco barbaresco durante il passaggio della loro flotta. Al momento della partenza da Hières, Barbarossa aveva però avvertito le autorità sanremesi che, passando da Sanremo, egli aveva intenzione di fare rifornimento di viveri per la sua flotta; l'ammiraglio turco aveva addirittura ordinato che gli fossero preparati dei cibi e delle bevande da distribuire ai suoi uomini. Il commissario genovese di Sanremo assicurò allora Barbarossa che avrebbe ottemperato alle sue richieste, facendogli però sapere che, per il ritiro dei viveri, non sarebbero dovuti sbarcare a Sanremo più di otto o dieci turchi. Sbarcati però a Sanremo alcuni Turchi non si accontentarono di prelevare i viveri pattuiti dirigendosi verso la collegiata di San Siro nella speranza di razziare il ricco bottino degli arredi e delle altre cose sacre custodite nella chiesa; fortunatamente però i Sanremesi avevano provveduto a trasferire i beni più preziosi della chiesa nell'oratorio di San Sebastiano e così i Turchi, che poterono depredare ben poco, sfogarono la loro ira rompendo gli altari e quanto capitò loro sotto tiro. La maggior parte dei Barbareschi rispettò però gli accordi prestabiliti e, dopo aver ritirato i cibi e le bevande richieste, si allontanò dalla rada antistante Sanremo facendo rotta verso Levante. Dopo aver saccheggiato vari altri paesi liguri, la flotta turca fece quindi ritorno a Costantinopoli. Il pericolo dei pirati barbareschi non era però terminato in quanto il nuovo capo della flotta turca, Dragut, successo nel 1546 a Barbarossa, riprese le scorrerie nei nostri mari.

Il 25 luglio 1546 infatti una squadra di 26 galeotte e due grosse galee, comandate da Dragut, Charo Mustafà e da un rinnegato soprannominato lo Zoppo, saccheggiarono Laigueglia, dove presero prigionieri tre quarti degli abitanti sorpresi nel sonno; subito dopo la stessa flotta compì altre razzie e distruzioni a San Lorenzo e Santo Stefano. Giunta notizia a Sanremo di questo ennesimo atto di pirateria dei Turchi, la popolazione rimase profondamente sgomenta e preoccupata per il persistere degli attacchi barbareschi. Il podestà Lorenzo Fiesco Sforza comunicò allora al governo di Genova il 2 agosto che gli abitanti di Sanremo vivevano in uno stato di autentico terrore per la paura di un imminente attacco dei Turchi; era inoltre assolutamente necessario terminare il lavoro di costruzione delle mura che recintavano il quartiere di San Siro, dove abitavano più di ottocento persone, tra cui il prevosto e tutti i preti della chiesa maggiore, che erano di fatto prive di protezione. Il 9 marzo 1547 venne rieletto podestà di Sanremo Luca Spinola, che provvide a riorganizzare le difese, rafforzando in particolare il numero delle sentinelle a guardia delle coste. Nell'agosto 1548 il passaggio di venti vascelli turchi davanti a Sanremo determinò l'immediato intervento del podestà Giacomo Boggio, che ne informò il governo genovese, il quale emanò subito dopo una grida con cui metteva in guardia tutte le località rivierasche dal pericolo turco. Nell'aprile dell'anno successivo il nuovo podestà Antonio Vignolo, in ottemperanza agli ordini ricevuti dal Senato genovese, predispose delle difese in vista di un eventuale attacco della flotta di Dragut; si provvide tra l'altro a fissare dei precisi turni di guardia e a controllare l'efficienza delle fortificazioni.

Il 6 marzo 1550 il Consiglio Comunale decise di predisporre nuove misure difensive per prevenire ulteriori attacchi barbareschi concedendo ai capitani di guerra la facoltà di spendere quanto necessario per difendere la città da Dragut. Il 25 marzo successivo, essendo giunta la notizia che la flotta di Dragut si stava dirigendo verso la Liguria, lo stesso Consiglio deliberò di riparare al più presto le mura cittadine, abbattendo gli alberi e altre eventuali costruzioni abusive che potessero facilitare la scalata delle mura. In quel periodo sorse inoltre una controversia tra gli abitanti del Borgo e quelli del Piano, il nuovo quartiere sorto attorno alla chiesa di San Siro, che protestarono con una lettera inviata al governo genovese per essere stati trascurati nelle opere difensive apprestate in città per contrastare gli attacchi barbareschi. Il governo di Genova inviò allora a Sanremo l'ingegnere militare Gio Maria Olgiati, che collaborò con le autorità locali in vista di una completa revisione delle fortificazioni della cittadina. Tra le misure adottate in questa circostanza vi fu quella di ridurre le porte della città da 15 a 4, affidandone la sorveglianza a delle guardie armate fino alle nove di sera, quando le porte sarebbero state chiuse. Il 27 giugno 1550, sempre per tutelare maggiormente il borgo da probabili attacchi di Dragut, la cittadinanza riunita nella chiesa di Santo Stefano, decise di assoldare 100 uomini addetti alla guardia delle porte e delle coste, poi peraltro licenziati il 4 luglio successivo. Nell'agosto del 1550 iniziarono anche i lavori per la costruzione di una nuova opera difensiva, il bastione di ponte Berruto, poi detto torre della Ciapella, terminata nell'ottobre dello stesso anno. Il bastione, tuttora esistente nell'attuale piazza Eroi Sanremesi, aveva l'importante funzione di garantire in caso di assedio il rifornimento idrico agli abitanti e di proteggere l'attiguo mulino da eventuali incursioni nemiche, compiti entrambi indispensabili per assicurare la sopravvivenza della popolazione nell'evenienza di un improvviso attacco barbaresco dal mare.

Nel luglio del 1553 il Consiglio Comunale decise inoltre di eseguire dei lavori di ampliamento delle mura affidando l'incarico di provvedere alla difesa della città ai due cittadini Bartolomeo Musso e Bernardo Gaudo, che svolsero quindi il loro ufficio seguendo gli ordini del podestà e dell'ingegner Melegheto in rappresentanza del governo genovese. Nel 1555 i Turchi tornarono però a colpire: verso il 25-26 giugno di quell'anno infatti alcune galee cariche di pirati algerini sbarcarono nella baia di Ospedaletti, dirigendosi poi verso Coldirodi, dove fecero prigionieri molti abitanti del paese. Subito dopo questi pirati approdarono nel porto di Sanremo, in località San Rocco, offrendo alle autorità locali la possibilità di riscattare immediatamente i prigionieri catturati a Coldirodi. Iniziarono quindi delle trattative tra i capi algerini e il podestà Alessandro Giustiniani, che si protrassero per molte ore. Molti abitanti riuscirono a riscattare dei prigionieri pagando forti somme di denaro, ma le operazioni furono interrotte da un forte vento, che costrinse i Turchi a ritornare sulle loro navi e a ripartire alla volta di Antibes, dove continuarono le trattative. Dopo un mese, grazie anche all'intervento di alcuni mercanti di Nizza e allo stesso Consiglio Comunale di Sanremo, che aveva deliberato di destinare a questo scopo i proventi della vendita dei pascoli comunali di monte Bignone, quasi tutti i prigionieri di Coldirodi ancora in mano ai pirati furono liberati. Soltanto tre prigionieri non poterono essere riscattati per mancanza di denaro e purtroppo finirono i loro giorni come schiavi. Dopo questo episodio il Consiglio Comunale autorizzò i Collantini, come erano detti gli abitanti di Coldirodi, a costruire un bastione sul loro capo per una migliore difesa del borgo dagli attacchi dei pirati barbareschi.

Nel giugno del 1561 intanto tornava a profilarsi la minaccia barbaresca: in quel mese venne infatti avvistata una flotta di pirati turchi nel tratto di mare antistante Sanremo; si trattava della flotta del famoso capo corsaro di Algeri Ulugh-Alì, detto Occhialì, che negli anni seguenti avrebbe devastato pesantemente le località costiere del Ponente ligure. Ai primi di luglio un gruppo di pirati venne messo in fuga da una bombarda installata sulla spiaggia di Sanremo, che, sparando contro le loro navi sbarcate a San Martino, li aveva costretti a desistere dalla loro intenzione di saccheggiare la città. In seguito a questo episodio le autorità comunali decisero di acquistare altre due bombarde, che furono piazzate sui promontori in modo che potessero battere il mare dal capo Armea al capo Pino. Nel 1562 vennero portate a termine delle altre fortificazioni a Poggio e a Bussana, mentre continuavano a funzionare regolarmente i corpi di guardia addetti alla vigilanza delle coste e delle spiagge di Sanremo.

Per aumentare ulteriormente le difese della città, i Sanremesi decisero di inviare al Senato nel giugno del 1563 un loro sindaco, Agostino Fenolio, il quale propose alle autorità genovesi di costruire un forte presso il porto per tenere al largo le navi che volessero avvicinarsi a terra. Il forte inoltre avrebbe potuto difendere le navi che entravano nel porto in cerca di salvezza e, naturalmente, avrebbe dovuto essere munito di un'adeguata artiglieria. Il progetto incontrò però l'accanita ostilità di diversi consiglieri comunali fermamente contrari alla sua realizzazione, che così non venne più attuata. Il 9 giugno 1564 tornò in Riviera il temibile Ulugh-Alì, che sbarcato con la sua flotta presso la grotta dell'Arma a Bussana, si diresse verso Taggia, dove devastò e saccheggiò il convento dei Domenicani e alcuni quartieri della cittadina, difesa peraltro con grande valore dai Taggesi, che risposero all'attacco con armi da fuoco anche di grosso calibro; alla fine del combattimento, durato circa sette ore, i Turchi lamentarono diversi morti e feriti, che però furono portati via, mentre i Taggesi ebbero un solo ferito.

Negli anni successivi i Barbareschi compirono numerose altre incursioni ai danni dei paesi rivieraschi, risparmiando però sempre Sanremo, forse a motivo del suo ottimo sistema difensivo, munito tra l'altro di artiglierie a lunga gittata. Dopo la sconfitta della flotta turca a Lepanto nel 1571 si poteva dire terminato l'intero complesso di fortificazioni della costa ligure, tanto che lo stesso Ulugh-Alì, sopravvissuto alla battaglia, preferì rivolgere i suoi attacchi verso le coste dell'Italia meridionale e delle isole. Tuttavia nel 1594 Coldirodi venne nuovamente attaccata dai pirati, che rapirono sessanta persone, poi rilasciate dietro il pagamento di un riscatto di 8000 lire. Dopo questo ennesimo assalto barbaresco, il Consiglio Comunale di Sanremo decise di costruire una torre quadrata a difesa della costa, il futuro forte di Ospedaletti, poi terminato nel 1597, nominando anche un Magistrato per la redenzione degli schiavi che si occupasse delle complesse procedure necessarie per la liberazione dei prigionieri in mano ai pirati barbareschi. Negli anni successivi questo nuovo ufficio svolse un'attività particolarmente intensa, se si pensa che, a tutto il 1600, furono pagate ben 29000 lire di riscatti; e ancora nel 1646 cinque sanremesi furono riscattati per la somma complessiva di 190 scudi, segno evidente che, almeno fino alla metà del Seicento, i pirati barbareschi non cessarono di razziare e saccheggiare le nostre coste.

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