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AL DIRETTORE | venerdì 11 marzo 2016, 09:11

Le vicende del confine italo-francese nelle Alpi Marittime al centro del nuovo racconto del dott.Andrea Gandolfo

Il dott.Andrea Gandolfo offre una nuova puntata della storia inerente alle vicende del confine italo-francese nelle Alpi Marittime.

Andrea Gandolfo

Il dott.Andrea Gandolfo offre una nuova puntata della storia inerente alle vicende del confine italo-francese nelle Alpi Marittime.
 
"Vorrei narrare in questa puntata la storia della nostra frontiera tra la fine della Grande Guerra e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Di particolare interesse, in questa fase, è stata, a mio avviso, la fortificazione del confine, soprattutto nel settore della val Roia, di cui ancora oggi rimangono delle tracce significative. Ecco dunque il mio racconto della storia del confine italo-francese nelle Alpi Marittime tra il 1918 e il 1940:

Al termine del primo conflitto mondiale il ministro degli Esteri Sonnino affidò l’incarico di studiare la questione del confine italo-francese in Val Roia a una commissione mista di rappresentanti della Presidenza del Consiglio e dei ministeri dell’Interno, degli Esteri, dei Lavori Pubblici e dell’Industria, Commercio e Lavoro. Il 6 dicembre 1918 il presidente della commissione De Marinis inviò a Sonnino un dettagliato promemoria sulla questione della Roia, nel quale venivano evidenziate tutte le principali emergenze derivanti dal tracciato della linea di confine all’interno della vallata. Per risolvere queste gravi anomalie la commissione avanzò dunque tre proposte di rettifica del confine, di cui la minima prevedeva l’inclusione di tutta la val Roia nel territorio italiano, la mediana l’annessione all’Italia di tutto il bacino del Roia, e la massima lo spostamento del confine con la Francia fino a Cap d’Ail, includendo nel territorio italiano i comuni francesi di Mentone e Roccabruna.

Questo progetto, che avrebbe forse potuto risolvere pacificamente alcune gravi controversie di natura confinaria tra i due paesi, venne però nettamente respinto dal governo francese con una nota trasmessa il 7 gennaio 1919 dall’ambasciata di Francia a Sonnino, nella quale il ministro degli Esteri transalpino Pichon comunicava allo stesso Sonnino che non rientrava nella visione del suo governo di consentire alla minima cessione di territorio né nel comprensorio delle Alpi Marittime, né in nessun altro luogo della frontiera italo-francese. Nella medesima nota l’ambasciata di Francia informava inoltre il nostro ministro degli Esteri che – considerato il fatto che il promemoria in questione aveva assunto la forma di una comunicazione indirizzata dalla delegazione italiana a quella francese nell’ambito della Conferenza della pace allora in corso nella capitale francese – il governo di Parigi, desiderando evitare che l’oggetto del promemoria si potesse ricollegare alle deliberazioni della conferenza, non aveva nessuna intenzione di ammettere un intervento internazionale in una vertenza concernente una frontiera comune già prima del conflitto, la cui soluzione non spettava alla conferenza, rientrando esclusivamente nella sfera delle relazioni dirette tra i due governi.

In un promemoria di risposta a questa nota redatto da Sonnino per lo stesso Pichon, il nostro ministro degli Esteri chiarì alcuni aspetti della sua posizione in merito alla questione delle rettifiche confinarie nella zona della Roia, dove l’unico intento del governo italiano era quello di agevolare il traffico fra territori isolati tra di loro da un cuneo separatore, invitando nello stesso tempo il governo francese a prendere in considerazione l’ipotesi di riesaminare tutta la questione allo scopo di eliminare – senza alcun pregiudizio per i reciproci interessi nazionali – una grave anomalia (quella del cuneo della Roia) che caratterizzava negativamente la situazione della zona di confine nel settore delle Alpi Marittime.

Il 7 dicembre 1918 era stato nel frattempo raggiunto un accordo tra Italia e Francia in base al quale i due governi avviarono l’introduzione – nell’ambito della regolamentazione della circolazione nelle zone di frontiera ai fini dei controlli di polizia – la cosiddetta «tessera di frontiera», che rappresentava una sorta di passaporto grazie al quale i residenti nelle regioni frontaliere potevano circolare liberamente all’interno della «zona di frontiera» attraverso i valichi espressamente indicati nella tessera stessa.

Di lì a pochi anni, tuttavia, i rapporti franco-italiani si incrinarono nuovamente a causa di una serie di incidenti accaduti tra il 1924 e il 1926 nei pressi del villaggio di Castellar, nell’entroterra di Mentone, e che furono denunciati da un giornalista del quotidiano «La France» di Nizza, il quale li desunse a sua volta dal racconto del sindaco del paese François Graziello. Gli incidenti in questione, costituiti peraltro da una sequela di episodi assolutamente insignificanti occorsi ad alcune persone sorprese nel territorio dello Stato confinante senza autorizzazione o a militari italiani espatriati per futili motivi, furono però occasione di un’ulteriore vertenza italo-francese, nel corso della quale fu deciso di effettuare un controllo e un raffittimento dei termini nel tratto tra Rio delle Pasque, lungo la mulattiera Breil-Libri, e Castel del Lupo, allo scopo di dirimere le controversie sorte in relazione all’andamento del confine nella zona oggetto della contesa. Dopo le ultime modifiche al tracciato confinario, di questo raffittimento è rimasto oggi in vigore solo il tratto compreso tra Monte Mergo e Castel del Lupo per complessivi 24 termini.

A partire dal 1924 era stata intanto avviata la costruzione delle prime opere di fortificazione nel settore delle Alpi Marittime, e in particolare in Val Roia, a San Dalmazzo di Tenda e in Valle Stura, dove furono realizzati numerosi appostamenti in caverna destinati a costituire il primo nucleo di quell’imponente sistema fortificatorio meglio noto come “Vallo Alpino”. Il 6 gennaio 1931 lo Stato Maggiore dell’Esercito emanò una circolare contenente disposizioni in merito a una nuova struttura difensiva, denominata «Organizzazione difensiva permanente in montagna», che segnò la nascita ufficiale del Vallo Alpino vero e proprio anche lungo il confine italo-francese. Dopo un primo studio preparatorio sulle aree più idonee ad ospitare le opere difensive, i vari comandi d’armata e gli uffici addetti all’apprestamento delle fortificazioni effettuarono una serie di sopralluoghi per definire meglio ubicazioni, compiti e caratteristiche delle opere.

Quest’ultime furono disposte, oltre che per raggiungere gli obiettivi ad esse assegnati, in modo tale da proteggersi reciprocamente con il cosiddetto fuoco di fiancheggiamento. Venne così portata a termine una linea che, facendo da tramite tra le varie opere difensive dislocate sul territorio, formava la cosiddetta Posizione di Resistenza, nei pressi della quale si sarebbe dovuto arrestare l’assalto nemico e dove si sarebbe dovuto concentrare il fuoco delle mitragliatrici dei centri di resistenza e dei Nuclei Armi Supplementari, dei pezzi delle batterie in caverna e di quelle situate all’aperto. Sul fianco posteriore delle posizioni di resistenza erano poi ubicati vari ricoveri in caverna, che accoglievano le truppe di contrattacco e che servivano per controllare i numerosi spazi rimasti scoperti tra le opere.

Nel comprensorio delle Alpi Marittime, e in particolare nel settore di Cima Marta, le opere del Vallo furono erette soprattutto all’interno delle creste montane, dalle quali si potevano efficacemente controllare i sentieri e le alture circostanti ed usufruire di un’eccellente visuale su un vasto tratto di fronte; queste strutture erano inoltre inaccessibili e protette dall’andamento del terreno con entrate defilate in leggera contropendenza. La zona della Roia era compresa in particolare nel I Settore di copertura, ripartito inizialmente nel I Settore Bassa Roia (dal mare a Cima Marta) e nel II Settore Alta Roia - Gessi (da Cima Marta, esclusa, fino al Monte Malinvern), mentre, a partire dal 27 gennaio 1940, dal I Settore sarebbe stato staccato il V Settore Media Roia, con giurisdizione da Testa d’Alpe a Cima Marta e che venne affidato alla divisione di fanteria Cosseria, poi sostituita nel 1940 dalla divisione di fanteria Modena.

Tali settori erano poi suddivisi in vari sottosettori, dei quali quello dell’Alta Roia aveva l’incarico di impedire l’attraversamento della vallata in direzione sud-nord sbarrando la Strada Statale 20; quello di Muratone aveva invece il compito di controllare i due sentieri provenienti da Saorge e la mulattiera che raggiungeva la zona da Breil attraverso un territorio in gran parte boscoso, il cui transito non presentava particolari difficoltà; e infine il sottosettore di Marta, al quale era affidata la delicata mansione di controllare la strada che, valicando la collina nei pressi della Bassa di Giacque, proseguiva sotto le pendici del Balcone e lungo il Vallone di Marta per giungere nei pressi delle caserme ubicate alle falde di Cima Marta.

Per presidiare l’intero sistema difensivo che formava il Vallo Alpino venne ufficialmente costituito, con regio decreto del 28 aprile 1937, il corpo della Guardia alla Frontiera, peraltro già operante dal 1934, al quale fu affidato l’incarico di sorvegliare le opere difensive e attivarne i relativi dispositivi di copertura, lasciando che si occupassero di altre mansioni le divisioni di fanteria e alpine acquartierate in località talvolta distanti dai crinali alpini e quindi non necessariamente vincolate a un determinato territorio. I militari della Guardia alla Frontiera svolgevano peraltro le loro funzioni insieme a vari reparti dei carabinieri e della Guardia di finanza. A questi ultimi erano affidati in particolare, e in esclusiva, la vigilanza presso i valichi di frontiera, la repressione del contrabbando e dell’immigrazione clandestina e l’accesso alle zone limitrofe alle opere difensive per contrastare eventuali attività di spionaggio e la fuga di notizie sulle strutture di carattere militare. Per queste mansioni i reparti della Guardia di finanza, affiancati a volte anche da unità della Milizia Confinaria (un reparto speciale della MVSN creato ad hoc per la vigilanza alle frontiere), usufruivano di posti fissi, situati lungo i tragitti verso le località di confine e dove era consentito il passaggio soltanto alle persone munite di appositi permessi e lasciapassare.

In particolare, nel settore di competenza della zona intemelia, compresa tra Ponte San Luigi e Cima Marta, – in base ai dati contenuti in un documento risalente al 1932 –, risultavano operanti 1 comando di tenenza, 12 comandi di stazione e 2 distaccamenti dislocati a Margheria dei Boschi e ai Baracconi di Marta, dell’Arma dei Carabinieri; 3 comandi di tenenza, 22 comandi di brigata e 2 squadriglie navali della Compagnia Guardia di Finanza di Ventimiglia, costituita da 4 ufficiali e 298 militari di truppa e alla quale era affidata soprattutto la vigilanza della strada litoranea da Bordighera al confine di Stato; e una coorte speciale di frontiera delle Camicie Nere di Ventimiglia, con giurisdizione sul territorio da Ventimiglia a Cima Marta inclusa, ad eccezione della zona litoranea da Ventimiglia a Ponte San Luigi, dotata di un organico di 14 ufficiali e 280 uomini di truppa, suddivisi in 3 centurie, 8 manipoli e 18 distaccamenti.

All’epoca della stesura del documento esistevano in tutto il comprensorio intemelio quindici valichi di frontiera, di cui cinque aperti al transito delle persone munite di passaporto o altro documento internazionale equipollente e dieci valicabili invece solo da cittadini forniti di apposita tessera frontaliera. Proprio per presidiare più adeguatamente il più importante di questi valichi, quello di Ponte San Luigi, nel 1938 venne avviata la costruzione dell’edificio destinato ad accogliere gli uffici doganali e delle forze dell’ordine preposte al controllo della frontiera, in sostituzione della vecchia dogana, già ospitata in uno stabile (tuttora esistente) situato a fianco dell’Albergo Miramare di Grimaldi a cinquecento metri dal confine. Dopo un’interruzione dei lavori in seguito all’apertura delle ostilità con la Francia, la nuova struttura sarebbe stata infine inaugurata nei primi anni del dopoguerra. Nel 1939 erano inoltre attivi una dogana di prima classe del secondo ordine a Piena Bassa o Ravai, per l’entrata e l’uscita delle merci dalle due strade della Roia, carrabile e ferroviaria, e un «posto doganale» a Olivetta per le importazioni ed esportazioni in franchigia attraverso il Passo del Vescovo, dove era consentito anche il passaggio di piccole quantità di merci importate da viaggiatori per uso particolare.

Accanto alla dogana di Piena Bassa furono costruiti anche vari edifici destinati ad accogliere il personale incaricato dell’espletamento dei servizi di frontiera lungo la strada e la ferrovia del fondovalle roiasco, dove si formò quindi un piccolo villaggio costituito da numerosi agenti della finanza, delle ferrovie e della Pubblica sicurezza con le loro rispettive famiglie. Dopo il passaggio della zona alla Francia nel 1947, la località fu scelta dalle autorità transalpine per installarvi l’edificio della dogana francese, che sarebbe stata poi definitivamente abolita nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso in seguito all’entrata in vigore dell’accordo di Schengen e alla conseguente eliminazione dei controlli alle frontiere interne dei Paesi incorporati nel relativo «spazio».

Le frontiere della zona intemelia cominciarono intanto a diventare luoghi di transito e di passaggio per migliaia di ebrei europei in fuga dalle loro nazioni alla ricerca di luoghi sicuri in grado di metterli al riparo dalle grandi persecuzioni antisemite annunciate dal governo nazista. Statistiche ufficiali hanno calcolato in circa 2500 gli ebrei tedeschi, polacchi, romeni, ungheresi, russi, austriaci, cecoslovacchi e di altri paesi europei, che tra il 1938 e il 1940 transitarono per la Riviera di Ponente diretti in Francia. Le numerose traversate clandestine del confine, soprattutto via mare, con partenze da Grimaldi, Mortola, Latte, Ventimiglia, Bordighera, Sanremo e Alassio, insospettirono però ben presto le autorità francesi, che ne informarono allarmate il governo italiano, invitandolo a por fine al moltiplicarsi degli sbarchi clandestini di ebrei sulle spiagge di varie località della Costa Azzurra, da Mentone ad Antibes. Il 12 agosto 1939 il Ministero degli Esteri intimò così alla Prefettura di Imperia e ai Comandi di frontiera del settore di Ventimiglia di inasprire i controlli ai valichi di frontiera al fine di arginare il sempre più massiccio fenomeno delle infiltrazioni clandestine di ebrei in territorio francese.

L’ingiunzione ministeriale venne tuttavia rispettata solo parzialmente dagli organi preposti alla sorveglianza dei valichi, in quanto gli agenti in servizio presso i posti di blocco continuarono a limitarsi al controllo dei documenti, giustificando la mancata adozione di provvedimenti più drastici con il numero insufficiente di personale militare addetto al controllo dei valichi. Furono invece rafforzati i posti di controllo ai valichi di Piena e Olivetta, mentre venne sistemato un posto fisso con sette militi al Passo del Grammondo, da dove i nostri organi di polizia erano convinti avvenisse il maggior numero di espatri lamentati dalle autorità francesi. La situazione degli ebrei che riuscivano a raggiungere la Francia non sarebbe stata tuttavia sempre felice e serena in quanto le autorità locali passarono in poco tempo da un atteggiamento accogliente ad uno più intollerante, destinato a trasformarsi infine in una tendenza apertamente persecutoria, come attestato tra l’altro dalle oltre cento sentenze emanate in quegli anni dal Tribunale correzionale di Nizza nei confronti di altrettanti ebrei accusati di vari crimini, mentre anche la stampa nizzarda non risparmiava attacchi anche violenti alla comunità ebraica locale. Ma ormai si avvicinava il tempo della guerra aperta tra Italia e Francia e anche il destino di migliaia di ebrei rifugiatisi in terra francese stava per essere irrimediabilmente segnato".

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