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Cronaca | 22 gennaio 2020, 07:11

"Scajola era un amico, l'unico che mi è stato vicino": a pochi giorni dalla sentenza Lady Matacena rompe il silenzio

In una drammatica lettera depositata in Tribunale Chiara Rizzo fornisce la sua versione dei fatti: nessun tentativo di favorire il marito latitante. E dal sindaco di Imperia solo vicinanza e "un aiuto lecito"

"Scajola era un amico, l'unico che mi è stato vicino": a pochi giorni dalla sentenza Lady Matacena rompe il silenzio

“Per anni ho ascoltato, in silenzio, tante falsità e tante interpretazioni scorrette dei fatti portati alla vostra attenzione. Ora vi chiedo ascoltare anche le mie verità”. Rompe il silenzio Chiara Rizzo, l’ex moglie di Amedeo Matacena, sotto processo a Reggio Calabria insieme al sindaco di Imperia Claudio Scajola e al suo collaboratore Martino Politi e la sua segretaria Maria Grazia Fiordalisi. E lo fa attraverso una lettera indirizzata al Tribunale, presieduto da Natina Pratticò, e depositata dal suo legale Candido Bonaventura. Per oltre cinque anni di dibattimento la Rizzo non ha mai parlato in aula né attraverso dichiarazioni spontanee né sottoponendosi all’esame richiesto dal Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

Ma durante l’ultima udienza del processo “Breakfast”, la cui sentenza è attesa per venerdì, ha deciso di mettere nero su bianco non solo la propria opinione, ma anche e soprattutto ha ricostruito quei mesi, oggetto poi dell’indagine, in cui si è ritrovata sola poiché il marito, dopo essere stato condannato definitivamente a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa, l’ha “mollata” dall’oggi al domani per rendersi latitante a Dubai, paese in cui ancora oggi sta trascorrendo la fuga. Una lettera drammatica, per certi versi anche triste, che mette in luce diversi aspetti. Non c’è più una Lady Matacena algida e austera, come si era abituata a vederla, ma c’è una donna, una madre, che per difendersi dalle gravi accuse mosse dalla Dda dello Stretto decide di mettere a nudo il fallimento del suo matrimonio, ma anche la disperata ricerca di assicurarsi un futuro e di impedire che questo venga negato al figlio.

Chiara Rizzo, insieme a tutti gli altri imputati, è accusata di aver fatto parte di un rete che avrebbe tentato di aiutare Matacena, ex deputato in quota Forza Italia e considerato un uomo vicino alla potente cosca mafiosa reggina dei Rosmini, a rendersi latitante. Una latitanza che dagli Emirati Arabi avrebbe dovuto proseguire in Libano; ma è anche accusata di aver tentato di schermare il grande patrimonio di famiglia impedendo un eventuale sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Accuse che la Rizzo respinge fortemente nella lettera e su cui fornisce una spiegazione alternativa, diametralmente opposta a quanto sostenuto dalla Procura antimafia.“La storia vera è un’altra, molto più semplice di quella ipotizzata in quest’aula- ha scritto la Rizzo”. Sulla scelta di Matacena di scappare a Dubai, la donna parla di decisione presa “autonomamente nel 2013” e che di fatto lo ha portato ad abbandonare “la sua famiglia, sua moglie e suo figlio allora in età adolescenziale. Questa scelta non l’ho mai condivisa- chiosa la Rizzo-ma purtroppo ne ho subito tutte le conseguenze. Prima dal punto di vista emotivo, sentimentale ed affettivo:abbandonata dal padre di mio figlio, la persona con cui avevo costruito una famiglia, colui che rappresentava il nostro punto di riferimento, il nostro sostegno, la nostra serenità… insomma l’uomo di casa”. Una scelta che ha avuto per loro anche un risvolto sociale: ”moglie e figli di un condannato, scappato ed infine latitante pagano una scelta non loro...messi in disparte dai più, allontanati ed esposti al pubblico ludibrio. Mio figlio ancora un bambino portava (e porta) un cognome che lo segnerà per tutta la sua esistenza!”. 

Ed ecco che la Rizzo, secondo la sue dichiarazioni, ritrovatasi sola e con pochi soldi in tasca comincia freneticamente a capire come poter andare avanti. “È tutto vero sì, sottolinea, mi sono recata più volte in quel periodo da avvocati e consulenti. Il motivo che mi ha spinta a farlo è semplicissimo; niente era programmato: stavo subendo la scelta di mio marito, ero rimasta sola con due figli, mi sentivo persa ero in enormi difficoltà; a chi avrei dovuto affidarmi se non a stimati avvocati, persone che conoscono le leggi a chi avrei dovuto chiedere cosa fare, come comportarmi senza violare le leggi ? Nell’ambito di questi aiuti si inserisce anche l’On. Claudio Scajola perché non ascoltarlo?”.

Rizzo-Scajola: un rapporto amicale che però per la Procura ha costituito un vero e proprio progetto criminale di aiuto al latitante Matacena. Un rapporto cui Scajola ha sempre definito come un “semplice tentativo di aiuto ad una donna disperata, sola e abbandonata”, e che si è articolato esclusivamente ad un interesse per un’eventuale richiesta di asilo da inoltrare al paese libanese. “Perché non fidarmi di una persona amica, avvocato, più volte ministro, persona colta ed autorevole e, soprattutto, un uomo che ai miei occhi è sempre apparso al di sopra di ogni sospetto ?- domanda retoricamente la Rizzo al Collegio riferendosi a Scajola. Quindi la mia era solo un’affannosa ricerca di consigli (ed aiuti) per risolvere problemi pratici e per non inciampare in comportamenti delittuosi, altro che progetto criminoso”. Tantissime le conversazioni fra i due su cui la Rizzo fornisce un’unica interpretazione. “Mi sono solo limitata ad “ascoltare” ciò che mi veniva riferito certa -ancora oggi lo sono- che quanto rappresentatomi (se giuridicamente percorribile in termini di esercizio di diritti) sarebbe stato connotato da ufficialità e conforme a legge.  Nulla, comunque, in concreto è stato posto in essere ed ho sempre avuto la consapevolezza che quelle “chiacchiere” oggetto di intercettazioni con Scajola non avevano altro scopo che quello di mantenere vivo il contatto con la sottoscritta (…) Di ciò io mi rendevo conto ma non lo davo a vedere per non rischiare di essere abbandonata da una delle poche persone che in quel momento della mia vita mi aveva offerto amicizia ed aiuti (leciti) per la risoluzione tanti piccoli problemi di vita quotidiana come quelli relativi al rientro delle somme delle Seychelles e-o della ricerca di qualche minima fonte di reddito”. Scajola quindi in quel preciso momento storico ha rappresentato per lei l’unica persona che l’ascoltava e che stava cercando di aiutarla, lecitamente, in un momento molto delicato della sua vita.

Legge e legalità: due parole che compaiono spesso in questa missiva firmata dalla donna. “Provengo da una famiglia con un papà avvocato ed un fratello poliziotto, ci tiene a precisare la Rizzo, sono stata educata al rispetto delle regole e mi hanno insegnato a credere nella giustizia (dalla quale come ben sapete non sono scappata) e nella legalità! Quindi per mia cultura, a dispetto di quanto ho ascoltato in quest’aula dal pubblico ministero, la mia collaborazione fin dall’inizio di questa vicenda è stata massima e senza riserve. L’ho dimostrato da subito, quando avendo appreso della mia richiesta di arresto dal telegiornale mentre mi trovavo all’estero, ho chiamato immediatamente il mio avvocato e ho subito concordato il mio rientro in Italia per mettermi a disposizione delle autorità”. Qui proprio la donna racconta il momento drammatico del suo arresto avvenuto a Nizza nonostante abbia subito manifestato la volontà di consegnarsi alle autorità italiane. Portata in carcere a Marsiglia e poi trasferita a Reggio nell’istituto penitenziario di Arghillà. “Della mia permanenza nel carcere francese non voglio dire nulla tale è ancora oggi il dolore e la paura nel pensare a quei giorni(…)Sono stata rinchiusa nel carcere di Arghillà; la permanenza al suo interno, per una persona lontana da quel mondo, e soprattutto consapevole della propria innocenza, è scioccante e traumatica”.

Al termine della lettera infine, la donna ci tiene a precisare che non ha mai inteso “mettere al riparo” alcuna somma di denaro. “Il mio ex marito- è scritto- non mi disse mai di suoi timori che potesse subire sequestri in conseguenza delle sue vicende giudiziarie e di simili pericoli non gli sentì fare riferimento neanche con avvocati e consulenti. In ogni caso quando divenni beneficiaria economica lui aveva ottenuto assoluzioni e non condanne ed i fatti per i quali poi fu condannato erano avvenuti prima che ci conoscessimo. Il mio essere beneficiaria economica era reale e non fittizio e la logica di ciò risiede in scelte familiari (contrasti del mio ex marito con suo fratello, con la sua ex moglie e scelte già programmate da mio suocero) che nulla hanno a che vedere con la gestione del patrimonio in nome e per conto”. Anche sul presunto tentativo di favorire la sua latitanza la Rizzo respinge in toto la ricostruzione dell’accusa. Nessuna trama è mai stata da me ordita e-o seguita per sottrarre il mio ex marito (che più volte ho cercato inutilmente di convincere a consegnarsi) all’esecuzione della sua pena. Sul punto non ho mai chiesto nulla a nessuno e non ho dato impulso alcuno a qualsivoglia illecita soluzione”. 

Se per Scajola il pm ha invocato una condanna a quattro anni e sei mesi di carcere per la Rizzo invece, la pena richiesta è molto più alta: 11 anni e sei mesi. Dopo l’arresto, cinque anni di processo  e una richiesta di condanna “durissima”, la Rizzo però ha ancora fiducia nell’operato della magistratura: “nonostante tutto ciò che ho subito credo ancora nella Giustizia- ci tiene a sottolinearlo- e non posso non essere certa che dalla sentenza che emetterà questo Tribunale emergerà la verità vera e, quindi, la mia totale innocenza”.

Angela Panzera

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