/ Cronaca

Cronaca | 19 ottobre 2019, 07:12

‘Il dolore dell’arma’: la tragica morte del comandate Zappatore spinge a una riflessione sui tanti casi di suicidio tra le forze dell’ordine. Parola allo psicologo Davide Bellini

“Il dolore, come tutte le emozioni, funziona in maniera indiscutibilmente democratica coinvolgendo tutti senza discriminazioni, il pericolo più grande è quello di credere che qualcuno ne possa essere immune”

Davide Bellini, psicologo e psicoterapeuta

Davide Bellini, psicologo e psicoterapeuta

La tragica e improvvisa morte del comandante dei Carabinieri di Pieve di Teco Antonio Zappatore ha scosso l’intera comunità del piccolo borgo e non solo. Si tratta di uno dei tanti casi di suicidio tra i rappresentanti delle forze dell’ordine, troppo spesso ne leggiamo anche quelle cronache nazionali. Ed è sempre un colpo basso.

Stress, ansia, pressioni, problemi personali? Sono i soliti interrogativi che rimbalzano nella mente di tutti quando si apprende di una tragedia del genere. Ed è sempre difficile darsi delle risposte, specie quando a scegliere di farla finita è un rappresentante dello Stato.

L’argomento è a dir poco complesso e delicato. Ne abbiamo quindi parlato con lo psicologo e psicoterapeuta Davide Bellini, con il quale abbiamo provato ad analizzare il fenomeno che ora ha toccato la nostra provincia, ma che in Italia fa molte vittime ogni anno.

Cosa scatena in noi la notizia di un suicidio tra le forze dell’ordine?Quando ci capita di leggere notizie di cronaca nera legate ai rappresentanti delle forze dell’ordine - spiega il dott. Bellini - spesso le nostre emozioni scelgono di andare per una strada più razionale, cercando soprattutto di capire i motivi che potrebbero portare a gesti così estremi come il suicidio da parte di persone che noi identifichiamo con l’idea di sicurezza. Se invece provassimo  a percorrere la via opposta, quella di sentire quali emozioni queste notizie muovano in noi, probabilmente ci sorprenderemmo nel realizzare quanto questi momenti ci coinvolgano più profondamente di quanto avremmo immaginato. I tutori della legge hanno da sempre avuto un fascino quasi atavico su tutti noi, partendo dalle macchinine della polizia nell’infanzia passando per le prime ricerche di definizione di noi stessi scegliendo tra guardie o ladri per arrivare al riconoscimento della  stella di latta degli sceriffi”.

Cosa succederebbe se queste figure potentissime che spesso la storia ci ha fatto sovrapporre  all’idea di eroe si dimostrassero di colpo deboli o addirittura capaci di fragilità che forse non concederemmo nemmeno a noi stessi?Probabilmente sentiremmo paura, avremmo la sensazione di perdere delle certezze, cercheremmo risposte facili ed immediate per placarci e per poter ricominciare a credere il più rapidamente possibile in qualcosa di solido ed inscalfibile”.

E se fosse questo il meccanismo disfunzionale, quello che ci porta a pensare che un poliziotto o un carabiniere non possa crollare davanti alle difficoltà della vita solo per il ruolo che ricopre? Ormai da parecchi anni sappiamo che esistono professioni a maggior rischio di ‘Burn Out’, di esaurimento delle risorse emotive, per questo motivo professioni come quella dei tutori della legge dovrebbero avere adeguati supporti per le loro fatiche emotive (l’E.M.D.R rappresenta ad oggi uno degli strumenti più efficaci), ma spesso ciò non avviene per tante ragioni che in queste righe sarebbe difficile riassumere. Quello invece su cui potremmo e anzi dovremmo riflettere è sul perché molto spesso siano le stesse persone che vivono i momenti di difficoltà a rifiutare ogni tipo di aiuto, condannandosi nel nome di aspettative che li schiacciano a rimanere soli con la loro sofferenza”.

Proprio per questo la riflessione che abbiamo fatto adesso ha una valenza centrale - prosegue Bellini - perché spesso le stesse aspettative che noi tutti, più o meno consciamente, abbiamo e secondo cui i tutori della legge non dovrebbero crollare, possono invece  condizionare queste persone  fino a  non permettersi di poter chiedere aiuto, incastrati in un’ideale da cui non si può più uscire. Il dolore, come tutte le emozioni, funziona in maniera indiscutibilmente democratica coinvolgendo tutti senza discriminazioni, il pericolo più grande è quello di credere che qualcuno ne possa essere immune, l’accettarne invece la possibilità di poterlo eventualmente incontrare  ci darà l’unica via per provare ad affrontarlo”.

Le conclusioni: “Molto spesso l’arma d’ordinanza di queste persone diventa lo strumento con cui decidono di liberarsi dalle proprie sofferenze, dovremmo perciò imparare a credere  a  percorsi in cui la persona si possa fermare in tempo ed accettare che per tornare ad esser forti si debba prima deporre le armi ed accettare in toto la propria momentanea fragilità. Abbiamo iniziato analizzando cosa ci potesse muovere l’ascoltare questo tipo di notizie e quanto ci fosse di noi nel sentire questi momenti, adesso forse potremmo concludere dicendo a tutti i rappresentati delle forze dell’ordine che noi non ci aspettiamo da loro che siano sempre forti ma che ci stiano sempre vicini”.

Pietro Zampedroni

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium