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Attualità | 25 agosto 2019, 08:00

Viaggio nel territorio: la chiesa di San Bernardino da Siena a Triora nel racconto di Alberto Berruti

Molte piccole chiese del Ponente Ligure nascondono, dietro un aspetto rustico, inaspettati tesori d’arte. Uno di questi scrigni è la Chiesa di San Bernardino da Siena a Triora.

Viaggio nel territorio: la chiesa di San Bernardino da Siena a Triora nel racconto di Alberto Berruti

Si trova poco sotto il borgo, in posizione isolata, in mezzo ad antiche fasce di terra un tempo coltivate a frumento. Da qui la vista si allarga verso montagne boscose e si perde in lontananza. Uno splendido, enorme, ippocastano regala ombra d'estate e sfumature di colore nelle altre stagioni.

La costruzione si fonde letteralmente con la collina, grazie ai due archetti che la collegano a un muro di pietra e che proseguono idealmente negli archi del delizioso portico.

Perché la dedica a un santo toscano? Il motivo è piuttosto semplice.

San Bernardino da Siena era un frate francescano vissuto nel Quattrocento, che nei suoi viaggi di predicazione raggiunse anche Triora, dove la gente lo accolse con grande entusiasmo.
E' conosciuto soprattutto per le sue prediche dure e piene di fervore, nelle quali interessanti analisi sociali ed economiche si mischiavano a temi religiosi di tenore completamente diverso, come la lotta alla stregoneria.

Un personaggio antico e moderno nello stesso tempo insomma, che per le sue doti di comunicatore è stato scelto come patrono dei pubblicitari.

Direi che ora è finalmente arrivato il momento di entrare (le chiavi sono reperibili presso il Museo Etnografico in paese).

Tutte le pareti sono affrescate. Purtroppo in molti punti, nonostante i restauri, il colore non ha retto al passare del tempo.

Vedere gli affreschi nella loro integrità deve essere stata un'esperienza unica: per dare lustro a queste chiese di piccole dimensioni, ci si affidava proprio alla ricchezza della decorazione.

Anche senza essere esperti d'arte, ci accorgiamo immediatamente che gli affreschi non sono tutti opera della stessa mano. Sono stati realizzati in periodi relativamente vicini, ma le differenze di stile sono evidenti. Testimoniano infatti una sorta di passaggio tra lo stile tardo-gotico e gli inizi della pittura rinascimentale nel Ponente Ligure.

Gli affreschi di San Bernardino sono anonimi: non hanno firma e non ci sono notizie certe sugli autori. All’epoca non si facevano troppi problemi di tutela del copyright... Molti pittori si consideravano anzi più artigiani che artisti e, pur realizzando opere uniche e pregevoli, spesso non sentivano la necessità di apporre la loro firma.

Nella chiesa dovrebbero avere operato almeno tre pittori diversi.

Dietro l'altare, nell'abside, si conserva un primo ciclo di affreschi, risalente al 1466. Nella parte alta troviamo un Cristo in Gloria, un' Annunciazione, i simboli degli evangelisti e due santi: questo settore è purtroppo molto danneggiato. Nella parte bassa, ben conservata, possiamo ammirare una teoria (una "serie") di apostoli, suddivisi in due gruppi di sei e inseriti in un architettura gotica dipinta, con i tipici archi "a sesto acuto".

Il disegno è elegante, il pittore presta molta attenzione ai particolari, soprattutto quelli degli abiti. Le figure esprimono misticismo mediante l'immobilità e la tranquillità che comunicano.
Questi messaggi sono tipici di un ambiente aristocratico, colto. Il legame più probabile è quello con le opere che venivano realizzate per la piccola nobiltà del basso Piemonte, ad esempio gli affreschi del castello della Manta a Saluzzo.

La pacatezza e l'eleganza di questi dipinti ricorda i polittici medioevali, a loro volta strettamente imparentati con l'arte bizantina: il santo è rappresentato con ferma solennità proprio per sottolineare che fa parte di un altro mondo.

Per questa parete si è proposto il nome di due pittori piemontesi, il Baleison e un anonimo conosciuto come Maestro di Luceram.

La parete di sinistra è purtroppo molto rovinata, mentre in quella che rimane alle nostre spalle una volta entrati, la controfacciata, troviamo gli affreschi meglio conservati. Su questi due lati sono presenti i cicli più recenti, che dovrebbe risalire a inizio Cinquecento.

Sono narrate le storie della passione e morte di Cristo, movimentate e ricche di personaggi. Le scene sono inserite in spazi reali, non più quindi in un architettura puramente decorativa.

In particolare nella Crocefissione ammiriamo un paesaggio complesso e curato. Molto interessante la scelta di creare una sorta di palcoscenico, rialzando la scena attraverso le pietre in primo piano.

Anche la caratterizzazione psicologica è stupefacente. Maria, distrutta, sta quasi per svenire, le pie donne cercano come possono di sorreggerla; la Maddalena non si arrende e abbraccia la croce quasi a voler partecipare al supplizio; i soldati giocano a dadi nel più gretto menefreghismo, mentre i dignitari romani sembrano l'emblema stesso dell'ineluttabilità della legge; san Longino trafigge il petto di Gesù ma sembra alquanto perplesso e già proiettato nella sua prossima conversione.

La prospettiva è accentuata, c’è una profondità che segna la fine dello stile gotico e l’inizio di quello rinascimentale, nel Ponente Ligure legato agli influssi della pittura lombarda.

Si è pensato di attribuire questa parte di affreschi a uno o più pittori seguaci di Ludovico Brea, raffinato artista ligure entrato in contatto proprio con ambienti rinascimentali milanesi. Ultimamente si è anche ipotizzata una pista toscana.

L’ultima parete, quella di destra, è impressionante.

Raffigura un tema molto diffuso nelle nostre zone rurali: il Giudizio Universale. Serviva a far capire ai fedeli, in maniera piuttosto esplicita, cosa li avrebbe aspettati nell’aldilà se avessero seguito la strada del peccato.

Per gli uomini e le donne del Quattrocento, magari di sera alla luce tremolante delle candele, questa parete doveva essere molto persuasiva.

Nella parte alta si comincia da sinistra con demoni mostruosi che seviziano crudelmente i dannati, bellissimo il diavolo mangia-uomini che sembra uscito dalla fantasia di un regista horror moderno, con tanto di pentolone pieno di eretici poco sopra la testa.

Guardando verso destra troviamo San Michele, l'arcangelo guerriero, che pesa le anime: alcune andranno in Purgatorio, altre in Paradiso e cioè nella Gerusalemme Celeste che chiude la parete.

Nella parte bassa è invece raffigurato l'inferno, diviso diligentemente in sette scomparti dove i malcapitati scontano i sette peccati capitali, anche qui con immagini pulp di torture e supplizi assortiti.

La potenza espressiva del pittore raggiunge il suo apice in scene piene di caos e violenza.

L’orrore lascia il posto alla commozione nell’ultimo affresco verso destra. Qui è raffigurato il limbo, il luogo popolato dai bambini venuti a mancare prima di ricevere il battesimo. Si pensava che non fossero condannati all'inferno ma che non potessero neppure andare in paradiso. La scena è angosciante e fa pensare all’alto tasso di mortalità infantile dell'epoca.

I probabili autori di questa splendida parete sono Giovanni Canavesio o i due fratelli Biasacci di Busca. Tutti e tre fanno parte della tradizione tardo-gotica piemontese.

Usciamo dalla Chiesa di San Bernardino portandoci dietro tutte le emozioni create da queste opere d’arte che purtroppo rischiano di venire un po’ dimenticate.

Io vi consiglio di andare al più presto a vederle di persona, Triora è uno dei “Borghi più belli d’Italia” e saprà stupirvi.

Buona Liguria.

Alberto Berruti si è appassionato fin da piccolo alle bellezze della Liguria, per colpa un pò dei genitori e un po' di Rosalba, la sua maestra delle elementari. Dal 2016 cura il blog Tesori del Ponente, dove racconta luoghi più o meno conosciuti delle province di Imperia e Savona. Collabora come guida turistica abilitata con la scuola ANWI di Arma di Taggia, che associa il Nordic Walking alla scoperta del territorio.

Redazione

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