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Attualità | 18 agosto 2019, 08:00

L'esperienza amministrativa di Enrico Fornari a Sanremo nella ricostruzione di Andrea Gandolfo

Ai primi di maggio del 1921 la giunta Fornari dovette inoltre impegnarsi per contrastare la serrata di quattro giorni proclamata dai panettieri per protestare contro il prezzo politico del pane fissato dal Comune.

L'esperienza amministrativa di Enrico Fornari a Sanremo nella ricostruzione di Andrea Gandolfo

Forse non tutti sanno che quasi un secolo fa Sanremo è stata governata da un’amministrazione di estrema sinistra, quando il movimento comunista italiano non aveva ancora fatto che i primissimi passi come forza politica autonoma. Tutto era cominciato nel gennaio 1921, quando, nel corso del congresso socialista di Livorno, si era consumata la scissione dell’ala intransigente del partito, che decise di dar vita a una nuova formazione politica: il Partito comunista d’Italia.  

    La nuova situazione politica scaturita dal congresso livornese ebbe effetti immediati anche a Sanremo, dove la giunta municipale, presieduta dal sindaco Domenico Cotta, dovette prendere atto della sopravvenuta divisione venutasi a creare al suo interno, con la conquista della maggioranza da parte dei consiglieri comunisti. A questo punto, il tranviere Enrico Formari, capo dell’opposizione comunista, decise di sbloccare la situazione prendendo l’iniziativa di scrivere al sindaco Cotta, per chiedergli formalmente di rassegnare le dimissioni. Constatato il venir meno della sua maggioranza, Cotta, che era rimasto fedele al vecchio partito socialista, non poté far altro che rassegnare le dimissioni, insieme ai consiglieri socialisti Angelo Gentilini, Guglielmo Sacco e Giuseppe Carbone. Nel corso del Consiglio comunale del 21 aprile 1921 si procedette quindi alla sostituzione del sindaco e della giunta dimissionari, con l’elezione dei consiglieri Gatti, Paoli, Gallo e Castagnari, tutti appartenenti al Partito comunista, e la nomina di Fornari alla carica di primo cittadino.

    Durante i primi mesi di attività, la nuova amministrazione avviò un intenso programma mirante alla realizzazione di alcune opere pubbliche giudicate indispensabili per il miglioramento della vita cittadina, tra le quali rientravano anche l’ampliamento del cimitero e la copertura del torrente Foce, oltre alla messa a punto di alcune misure di carattere finanzario, tra cui figurava l’incremento delle imposte per i redditi più elevati. Tra gli altri provvedimenti adottati dalla giunta Fornari – schieratasi tra l’altro a fianco dei lavoratori nel corso dei vari scioperi succedutisi in quei mesi – si segnala l’istituzione del caroviveri per le bidelle provvisorie; l’approvazione del regolamento per il personale delle scuole elementari; la concessione di sussidi per gli operai disoccupati; l’acquisto di un apparecchio cinematografico ad uso delle scuole elementari e secondarie; l’approvazione di un nuovo preventivo recante modifiche ai prezzi già fissati per il progetto di costruzione del tratto della strada rotabile della Madonna della Guardia, danneggiato da una frana nella zona di Capo Verde; la ratifica della deliberazione della giunta relativa alla revisione dei costi previsti nel progetto di ampliamento del cimitero urbano e all’apertura di una gara a licitazione privata per l’aggiudicazione dei relativi lavori e l’approvazione di una nuova tariffa per la tassa di famiglia, o focatico.

    Ai primi di maggio del 1921 la giunta Fornari dovette inoltre impegnarsi per contrastare la serrata di quattro giorni proclamata dai panettieri per protestare contro il prezzo politico del pane fissato dal Comune. Di fronte alla drastica opposizione dei panettieri alle deliberazioni adottate, l’amministrazione municipale decise allora di usare la forza facendo requisire i forni e mettendo in vendita, alla sera, il pane a prezzo politico, avvalendosi anche della fattiva collaborazione di alcuni operai. Il calmiere adottato dal Comune suscitò anche le vibrate proteste dei macellai, che, per sostenere le loro rivendicazioni, fecero pubblicare su un quotidiano genovese, uno specchietto dimostrativo delle spese inerenti alla macellazione di un vitello e del reddito che consentiva la vendita della carne ricavata dalla suddetta operazione, dichiarandosi infine vittime della crisi economica cittadina. Proprio per favorire il buon andamento delle attività commerciali, la giunta Fornari tentò anche di varare una riforma daziaria finalizzata alla graduale abolizione delle barriere doganali, allo scopo di salvaguardare ed incrementare ulteriormente l’intero comparto economico cittadino e modificare la situazione allora vigente, oltreché per evitare il ricorso alle vecche forme di riscossione delle imposte. Il tentativo sarebbe comunque fallito per la strenua opposizione portata avanti dai gruppi liberali e conservatori, che non resero possibile l’attuazione del provvedimento proposto dall’amministrazione comunista. 

    Nella seconda metà di maggio la giunta Fornari aveva inoltre stilato il testo di un capitolato d’oneri per la cessione del dazio alla ditta dell’avvocato Ferdinado Buonaccorsi, che garantì al Comune un incasso netto annuo superiore di 60.000 lire a quello ottenuto nel 1920, impegnandosi nello stesso tempo, in caso di provento minore, a versare la differenza nelle casse comunali entro il mese successivo alla chiusura dell’esercizio. L’accordo venne peraltro fortemente criticato dalla stampa locale, e in particolare dal «Pensiero di Sanremo», che parlò senza mezzi termini di «carrozzone daziario». La giunta Fornari sostenne anche con forza l’esigenza inderogabile di spostare la ferrovia a monte e di provvedere al raddoppio dei binari. Un altro fronte dell’attività amministrativa era rappresentato invece dai rapporti, sempre contrastati, con i gestori del Casinò, nei confronti dei quali il sindaco ottenne un aumento del premio di concessione da  318.666,65 lire. La decione di Fornari diede però avvio a una lunga controversia con i gestori della casa da gioco Roches e Archiprêtre, che si protrasse per vari mesi, finché la giunta non chiese il sequestro del Casinò, dichiarandosi favorevole ad una risoluzione definitiva del contratto di gestione della casa da gioco. Nei primi giorni di ottobre l’Amministrazione Fornari aveva frattanto reso nota la proposta di bilancio preventivo per il 1921, che contemplava, tra l’altro, un avanzo di amministrazione di 259.233,73 lire, chiudendo però con un deficit complessivo di 1.786.122,28 lire. Tra le voci più significative del documento si segnalano l’obbligo di iscrizione per i dipendenti comunali negli istituti di previdenza, appositamente creati per le pensioni degli impiegati, dei salariati e dei maestri elementari; l’aumento del dazio comunale da  763.770,16 lire; l’elevazione della tassa di esercizio e rivendita da  90 mila lire; l’aumento della tassa di famiglia da  300 mila lire; lo stanziamento di 25.000 lire per la tassa sulle aree fabbricabili e l’incremento del finanziamento dei diritti di piazza da  60.000 lire con un aumento netto di 38.840 lire, avente come obiettivo quello di ricavare 60 mila lire dalla riorganizzazione del servizio. 

    Nel frattempo era stato anche costituito un comitato pro monumento per raccogliere i fondi da destinare all’erezione del monumento ai caduti sanremesi della Prima guerra mondiale. Ai primi di settembre del 1921 questo sodalizio invitò tutte le associazioni cittadine a designare una o più persone da inserire nell’organico del comitato d’onore e di quello esecutivo, nel quale aveva tra l’altro accettato di entrare il sottoprefetto di Sanremo Muratori, che aveva anche inviato un’offerta di 50 lire per contribuire alle spese di costruzione del monumento. A quest’ultime volle contribuire pure  mandamentale di tiro a segno, che deliberò l’erogazione di un finanziamento di 100 lire da prelevarsi sulle disponibilità di bilancio del 1921. La netta affermazione conseguita nella tornata elettorale del maggio 1921 dal Blocco nazionale, aveva intanto determinato anche un cambiamento rilevante all’interno degli equilibri politici cittadini, dove i comunisti erano stati sorpassati, oltre che dai socialisti, anche dai popolari. Nella speranza di poter sfruttare i mutati rapporti di forza per rovesciare l’amministrazione, conservatori e fascisti iniziarono allora a premere per ottenere lo scioglimento anticipato del Consiglio comunale, aspettando un passo falso del sindaco per poterlo più agevolmente destituire.  

    L’occasione propizia si presentò pochi mesi dopo per una leggerezza di Fornari, che gli sarebbe però costata molto cara. In occasione infatti dei festeggiamenti per il terzo anniversario della Vittoria, tenutisi il 4 novembre 1921, il sindaco comunista si rifiutò clamorosamente di esporrre il tricolore dalla sede del Comune. Di fronte poi al suo rifiuto di rispondere al sottoprefetto, che gli aveva chiesto di fornire adeguate giustificazioni del suo inspiegabile comportamento, il prefetto di Porto Maurizio Adolfo Cotta decise alla fine di  sospendere a tempo indeterminato Fornari, con decreto dell’8 novembre 1921. Il decreto prefettizio di sospensione del sindaco era tuttavia soltanto il prologo allo scioglimento del Consiglio comunale, che sembrava ormai inevitabile. Quando infatti emerse l’esistenza di un notevole passivo nel bilancio municipale del 1921, il prefetto Cotta ordinò un’inchiesta amministrativa, che accertò la mancanza di un inventario dei beni comunali, l’eccedenza delle spese e la pletora degli impiegati del Comune. Dopo aver attentamente esaminato la relazione prefettizia, il Consiglio di Stato si pronunciò infine per lo scioglimento del Consiglio municipale nel novembre del 1921, quando al sindaco Fornari subentrò il sottoprefetto di Faenza Arrigo Medail, in qualità di commissario prefettizio. 

    La fine dell’esperienza amministrativa di Fornari, che era stato tra l’altro uno dei primi sei sindaci comunisti d’Italia, avrebbe quindi segnato l’inizio di una nuova stagione politica sanremese, a pochi mesi di distanza dala presa del potere da parte del fascismo.

Redazione

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