/ INFERMIERE E SALUTE

INFERMIERE E SALUTE | 14 aprile 2019, 09:16

Il cibo, la dieta e le abitudini alimentari: aspetti simbolici

Ritorna l’appuntamento con la nostra psicologa, la dottoressa Irene Barbruni

Il cibo, la dieta e le abitudini alimentari: aspetti simbolici

L’atto di nutrirsi, nell’ambito umano, assume caratteristiche complesse. Infatti, l’uomo quando si nutre soddisfa esigenze profonde che vanno al di là della semplice introduzione di sostanze nel corpo. In tutte le culture possiamo individuare una serie di dimensioni culturali e simboliche, fondamentali per comprendere i significati consci ed inconsci dei nostri comportamenti alimentari.

Fin dai tempi antichi l’uomo è andato oltre all’aspetto puramente biologico del momento nutritivo, fornedo un significato sociale ma anche religioso (tanti sono i riti religiosi che comprendono l’offerta di cibo). Infatti l’essere umano ha messo il cibo su un tavolo elevandolo dalla terra e ha riunito attorno ad esso i membri del gruppo.

Le abitudini alimentari sono cambiate parzialmente nel tempo. L’aspetto dell’incontro con l’altro e l’offerta di cibo rimane molto presente anche oggi. I pranzi e le cene diventano occasione di incontro, ma anche quando arriva un ospite inaspettato abbiamo l’abitudine di offrire da bere o da mangiare. Ma non vi è solo l’aspetto sociale; spesso ci fermiamo durante la giornata intervallando i pasti principali con spuntini frequentemente dolci o comunque appetitosi. Il gusto e l’olfatto sono sensi arcaici strettamente legati, sia anatomicamente che fisiologicamente, alle nostre percezioni e alla nostra memoria. Assaporare o annusare un certo cibo spesso ci richiama direttamente ad uno stato emotivo collegato ad un ricordo. Il profuno della “sardenaira” della nonna, ad esempio, ci riporta alle emozioni e ai vissuti della nostra infanzia. Quindi un atto, che sembra così strettamente legato al corpo, in realtà possiede un legame fortissimo con gli aspetti della nostra psiche.

Fin dai primi giorni di vita il bambino associa il nutrirsi, ossia il momento in cui sperimenta la sazietà, al sentirsi amato e al sicuro. Questa associazione, se pur meno frequente, rimane nella vita adulta, nel momento in cui alcuni bisogni di cibo non rientarno in un bisogno di nutrimento del corpo, ma dal bisogno di una stimolazione piacevole. Purtroppo oggi abbiamo perso quell’equilibrio e quella naturalezza che nell’uomo primitivo era presente. Quindi assistiamo a fenomeni che vanno da diete rigorose, che assumono caratteristiche di espiazione, alla valenza autodistruttiva e squalificante (sia per il cibo che per la persona) dell’abbuffata. Al di là dei problemi alimentari assistiamo in generale a disagi nel rapporto con il cibo, percepito infine come un nemico vero e proprio. Spesso si mangia per tristezza, per noia e il cibo si carica di valenze compensatorie e purtroppo non è la strada giusta per risolvere nessuno dei nostri problemi. Anzi quando il nutrimento alimentare si sostituisce a quello affettivo, prepariamo il terreno per i disturbi alimentari, condannandoci ad una perpetua frustrazione dei bisogni più profondi e duraturi della persona. Il cibo è certamente legato ad un senso di piacere, ma è un piacere superficiale, come il divertimento o il possedere oggetti.

Per ritrovare quella naturalità persa nel rapporto con il cibo, è fondamentale emanciparsi dalla esclusiva associazione cibo/piacere e introdurre buone abitudini che ci conducono verso un nutrimento più completo. Per fare un esempio: se il medico mi consiglia caldamente di non consumare un determinato tipo di cibo, che però mi piace molto, nel momento in cui riesco a mettere in atto questa rinuncia riuscirò ad emanciparmi dalla dipendenza da un certo gusto e parallelamente acquisterò maggior equilibrio con la naturalità del cibo che deve nutrire e non fare ammalare.

Porre il piacere a fondamento della vita è tuttavia la condizione dell’età contemporanea. Siamo costantemente sollecitati dalle compagne pubblicitarie, che cercano di farci comprare di tutto, un tutto che viene ammantato dall’illusione che, attraverso di esso, raggiungeremo la felicità.    Cedendo a questa seduzione siamo preda dell’incantesimo che ci trasforma in animale come ammoniscono le favole: si veda Hansel e Grettel, oppure Ulisse nell’isola della maga Circe, che trasforma i suoi marinai in porci. Il fatto di diventare animali non è solo una metafora, perché infondo è quello che pensiamo di essere in questa cultura, dove gli esseri umani considerano di essere mossi prevalentemente da bisogni fisiologici dimenticando i bisogni accrescitivi (come li chiama Maslow) i quali comprendono piaceri più elevati che ci conducono verso la finalità della nostra vita, ossia la nostra realizzazione piena.

 

                                                                                              Dott.ssa Irene Barbruni

 

Disclaimer:

Tutti gli articoli redatti dal sottoscritto, si avvalgono dei maggiori siti e documenti basati sulle evidenze, ove necessario sarà menzionata la fonte della notizia: essi NON sostituiscono la catena sanitaria di controllo e diagnosi di tutte le figure preposte, come ad esempio i medici. Solo un medico può effettuare la diagnosi ed approntare un piano di cura.

Le fonti possono non essere aggiornate e allo stato dell’arte possono esservi cure, diagnosi e percorsi migliorati rispetto all’articolo.

Immagini, loghi o contenuti sono proprietarie di chi li ha creati, chi è ritratto nelle foto ha dato il suo consenso implicito alla pubblicazione.

Le persone intervistate, parlano a titolo personale, per cui assumono la completa responsabilità dell’enunciato, e dei contenuti.

Il sottoscritto e Sanremonews in questo caso non ne rispondono.

 

Compito dell’infermiere è la somministrazione della cura, il controllo dei sintomi e la cultura all’ Educazione Sanitaria.

 

                                              

Roberto Pioppo

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium