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ATTUALITÀ | 14 aprile 2019, 09:02

Vita da mamma: difendere la propria porzione di letto dall'invasione dei figli

Arriva dagli Stati Uniti la scoperta del secolo. Secondo un antropologo il co-sleeping ovvero "dormire nel lettone con il proprio bimbo fa bene”. Ma che ne sapeva Freud.

Vita da mamma: difendere la propria porzione di letto dall'invasione dei figli

Dagli Stati Uniti un cervelloide di antropologo ha coniato il “co-sleeping” commentando: “dormire nel lettone con il proprio bimbo" fa bene. C'era bisogno di qualcuno che giustificasse anni di notti passate a difendere la nostra misera porzione di letto, schivando calci, gomitate e testate.

Tutto inizia il primo giorno che arrivi casa dall'ospedale. Hai passato mesi a preparare una cameretta che nemmeno i progettatori di Walt Disney avrebbero saputo realizzare, curando i colori, il paracolpi in tinta con la copertina ricamata dalla nonna, le tende con coniglietti, un armadio che a paragone quello di Chiara Ferragni piangerebbe miseria.

Capisci che quella stanza rimarrà intonsa, nel momento stesso in cui ti siedi sul tuo letto, prendi il bimbo di tre giorni dalla culla e lo tieni in braccio. E lui si addormenta. Quello è l'inizio della fine e solo poche mamme sono così coraggiose e tenaci da riprendere il pargolo, riporlo nella sua navicella (si chiama così e non credo sia meglio approfondire perché) e, in certi casi, portarlo a dormire nella sua stanzetta.

L'80% delle mamme di oggi non ce la fa. Il bebè sa che lo capiamo anche senza parlare e sfrutta il potere del pensiero. Ecco che tutte riceviamo lo stesso messaggio subliminale che dice: “E' così piccolo, come faccio a lasciarlo in una culla così grande tutto solo”. Così finisce che nella navicella accanto al nostro letto va a dormire il gatto e il bimbo entra spavaldo nel lettone, dove prende fin da subito possesso degli spazi per un tempo indefinito.

Quando arriva il secondo figlio, la cameretta è sempre identica, stesse tende, stesso armadio, ma i lettini sono diventati due, così come le copertine della nonna. Il tutto pronto per essere usato ma già mentre stiamo montando il secondo lettino dell'Ikea siamo consce che quella parte di casa rimarrà la riproduzione, intoccabile, di un'area espositiva Prenatal.

Quando è ora di dormire il primogenito è il re del talamo e non contempla in nessun modo l'idea di spostarsi. Il piccolo è stato posto nella culla, sempre la stessa usata dal gatto, accanto alla mamma. Questa volta le cose sono cambiate, i genitori sono decisi: lo mettiamo a dormire da solo fin da subito altrimenti a 30 anni dormono ancora con noi.

Tutto secondo le regole. Fino al primo pianto della notte in cui il figlio numero due viene preso in braccio dalla mamma, che si addormenta stremata. Il piccolo ne approfitta e non sapendo ancora articolarsi né vedere bene, usa l'ingegno e rotola nel mezzo del lettone accanto al fratello. Il gatto riacquista la culla, uno dei genitori finisce a dormire sul divano e quello che resta inizia a soffrire di scogliosi.

Così dopo sei anni in cui dormiamo in circa 15 centimetri di letto, con un bimbo che occupa tutto lo spazio rimanente, l'altro che per sopravvivenza si è spostato in diagonale sulle nostre teste e il gatto, a cui è stata tolta l'inutile culla, che si mette a dormire esattamente sopra al nostro sedere, ci viene spontaneo chiedere consiglio.

In tv c'è chi lo chiede alle agenzie di prestito, sperando che comprando un letto a castello il problema si risolva. Ho comprato due culle, due lettini con le sbarre e due lettini versione nano di Biancaneve ma nulla è cambiato.

Il pediatra dei miei bimbi mi ha risposto: “Signora, non si preoccupi, dormite assieme finché potete, Quando avranno 20 dormiranno da soli e se non dormono da soli sicuro non dormiranno con lei”.

Parole sante.

 

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Stefania Orengo

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