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MONDO DI POESIE | 10 marzo 2019, 10:00

"La stanza dell'aquila", online il penultimo capitolo del noir scritto da Salvatore Grenci e ambientato al Parasio

"Mi disse che molti anni prima, quando ancora era capitano d’artiglieria, sotto il comando del generale Mouret, giunse con un’armata forte di seimila uomini presso il vicariato del Porto Maurizio durante la prima offensiva francese in terra d’Italia".

"La stanza dell'aquila", online il penultimo capitolo del noir scritto da Salvatore Grenci e ambientato al Parasio

"La stanza dell'aquila" - capitolo 5

VIII

La parete si era dischiusa sul lato sinistro ,verso l’interno; ma si era scostata solo parzialmente e lasciava intravedere il muro di pietra scura, muffoso e maleodorante.

La nebbia azzurrognola  causata dalla polvere dei detriti e dall’umidità, si stava rapidamente diradando.

Piero cercò di schiudere ulteriormente quella specie di tramezzo mobile, senza ottenere alcun risultato.

L’apertura era di circa sessanta centimetri , ma all’estremità del divisorio  il varco si riduceva sensibilmente ed il muro impediva un passaggio agevole. 

Allungò il piede destro, oltre il tramezzo. Il robusto anfibio sembrava aderire molto bene al suolo. 

 

-          Pare che dovremo strusciare un po’ – disse 

-          Forse è meglio far passare il borsone con gli attrezzi – suggerì Enrico.

 

Lercari dondolò leggermente la sacca , poi la lasciò svolazzare dentro l’intercapedine.

Si udì un rumore sordo, seguito da una breve eco . 

Avanzò di qualche centimetro e  si affacciò  aldilà del varco. 

 

-          C’è puzza di sorcio morto, li dentro, ed è buio pesto. Dammi la  torcia – 

 

Ma Enrico non si mosse . 

Un nuovo tremendo attacco di panico lo aveva quasi paralizzato.

Sudava come un vitello da latte ed il cuore cominciò a battergli furiosamente , tanto da avvertire le palpitazioni anche alla base del collo. 

Un probabile schizzo ipertensivo gli causò una intollerabile  sensazione di soffocamento. 

Piero aveva ancora il braccio allungato in attesa della torcia , quando si accorse della condizione  di Mancinelli .  

Si volse verso di lui e gli appoggiò la mano sulla spalla 

 

-          Coraggio , amico mio, ormai non possiamo più tornare indietro  - 

 

Enrico chiuse gli occhi per un attimo 

 

-          Andiamo-  disse con riacquistata sicurezza  

 

Il fascio di luce della torcia penetrava in profondità  per circa due metri.

Fino a quel punto   non aveva notato nulla di pericoloso o inquietante. 

Sistemò la torcia nella tasca del giubbotto e , strisciando contro la parete, scivolò all’interno.

Enrico lo seguì senza tentennamenti. 

L’intercapedine era piuttosto stretta , poi , poco più avanti, il terreno si impennava bruscamente.   

Piero  osservò perplesso il borsone

 

-          Non avevi qualcosa di meglio ? non possiamo andarcene in giro nelle viscere di Porto Maurizio con una valigia , come se dovessimo  prendere l’intercity.. –

 

Mancinelli  annuì stizzito ; pensò che come organizzatore faceva acqua da tutte le parti.  

Decisero di indossare i K.way ;Piero sistemò il proiettore nel tascone centrale ed impugnò il piede di porco.

Enrico  prese la torcia ed intascò, alla meglio, l’acqua ossigenata, le garze , i cerotti ed il coltello “ milleusi”. 

Lasciarono  il borsone di nylon nei pressi dell’uscita. 

 

-          Credi che si possa richiudere  improvvisamente? – chiese  Enrico con una punta d’apprensione . 

-          Difficile, si è incastrata qui – indicò un punto sul terreno- addirittura l’estremità sembra sprofondata di qualche centimetro – 

 

Alla fine dell’angusto interstizio , discesero alcuni  gradini smussati .

Si trovarono all’imbocco di una galleria.    

 

La prima cosa che attirò la loro attenzione, fu il pavimento; era costituite da piccole lastre di pietra  che richiamavano alla mente  quelle usate dagli antichi romani per la messa in opera della pavimentazione stradale. 

Enrico rammentò che quelle  lastre erano chiamate basoli , soltanto erano molto più grandi di quelle che stavano distinguendo adesso , sotto la luce della torcia. 

Il soffitto , rugoso , come il muro presentava chiazze muscose e , in alcuni punti , lo stillicidio delle gocce d’acqua  diffondeva una eco quasi musicale. 

Notarono la struttura arcuata della volta . 

Pochi metri più avanti il condotto  deviava a destra configurando una parabola piuttosto ampia . 

 

-          Come avevo previsto , il tunnel costeggia le fondamenta della torre -  disse Enrico

 

Avanzarono  cautamente, sino alla deviazione; loro malgrado,ad un certo punto  accelerarono l’andatura , perché il tragitto cominciava ad essere in pendenza. 

Stavano scendendo rapidamente. 

Sembrava stessero percorrendo, a ritroso, la rampa di un parcheggio verticale o uno di quegli scivoli a spirale che si trovano nei Luna Park acquatici . 

L’umidità era  stranamente diminuita, ma il tunnel si andava restringendo. 

Istintivamente  Enrico si voltò illuminando lo spazio dietro le spalle: l’uscita  non era  più visibile , nascosta  dalla torre. 

Un improvviso, velocissimo sfrigolio li fece sussultare. Fece a tempo ad illuminare il lastricato per vedere un ratto enorme  attraversare il pavimento.

 

-          Dio , era grosso come un coniglio ! -  

-          Cosa  credevi di incontrare, animali domestici? -  

 

Il percorso diventava sempre più ripido  e l’umidità era di nuovo aumentata, tanto che le lastre del pavimento apparivano completamente bagnate.

 

-          Adesso sono cazzi ! –

-          Stiamo attenti a non scivo…. – 

 

Non ebbe il tempo di terminare la raccomandazione perché scivolò , battendo violentemente  l’osso sacro sul pavimento. 

Piero si chinò per soccorrerlo  ma scivolò a sua volta, ruzzolando verso il basso. 

La stazza di quasi novanta chili , trascinò Enrico  sul fondo. 

Per un tempo che a loro parve infinito, continuarono a rotolare fino a quando non andarono a impattare un muro. 

La discesa era finita e si trovarono nuovamente  in un punto  pianeggiante. 

 

-          Enrico, nulla di rotto ? –

-          Lo spero. Ho il fondoschiena a pezzi – 

 

Piero  fu il primo a risollevarsi ; il piede destro gli doleva terribilmente , ma riusciva a poggiarlo e a camminare, sebbene inizialmente con una certa difficoltà.

L’anfibio aveva evitato una seria distorsione. 

Diede la mano ad Enrico sollevandolo con decisione . 

Riusciva a muovere le gambe perfettamente. Nulla d’ allarmante alla colonna vertebrale, quindi.

Si ritrovarono nel buio  assoluto. 

 

-          Ho perso il piede di porco –

-          ..ed io la torcia – 

-          Tranquillo ,il proiettore che ho nella tasca del k.way sembra integro –

 

 

Nel silenzio, si udì il suono miagolante di una cerniera  lampo, poi la galleria si illuminò a giorno. 

Piero  mosse il proiettore descrivendo un semicerchio.

Poco più indietro, alla fine della discesa, si accorse che il piede di porco aveva frantumato il vetro e la lampadina della torcia. 

 Dietro di loro, il cunicolo era terminato ed una  spaccatura alta circa due metri si apriva su una modesta  camera circolare. 

Entrarono circospetti, appoggiando cautamente i piedi sul lastricato. 

Benché   l’ambiente fosse pianeggiante, le lastre della pavimentazione erano molto umide  e sdrucciolevoli . 

Sotto la luce piena del proiettore, anche il soffitto appariva circolare, poi si andava restringendo, fino a formare una sorta di imbuto. 

Enrico annuì .  la stanza aveva una forma eccentrica : sembrava un trullo. 

 

Quando il proiettore la illuminò, rimasero sconcertati.

 

Sulla  sinistra , adiacente alla parete, era stata posta una cassapanca  di media grandezza.

 

Sotto il fascio di luce sembrava d’argento o , comunque, di un metallo del tipo ottone argentato, ma quando si avvicinarono  si accorsero che era  di legno verniciato  e ricca di intarsi.

Notarono che  era provvista di due braccioli arcuati , alle cui estremità erano state scolpite due aquile,diverse da quella raffigurata sul cammeo scoperto nell’appartamento del Palazzo Lavagna , perché sul loro capo aleggiava una corona e le zampe poggiavano su uno scudo.

 

Un lontano risciacquo attirò  la loro attenzione.

Poco più avanti  la pavimentazione presentava un leggero dislivello, poi una grossa crepa precedeva una  buca piuttosto ampia. 

Trattennero il respiro per qualche attimo , indirizzando il proiettore all’interno della buca.

Si poteva intravedere la forma di alcuni gradini  ormai talmente consunti da assomigliare  a semplici scanalature della roccia,  corrose dall’umidità. 

 

“ Una volta doveva  esserci  una scala di pietra. “ pensò Enrico.

 Le estremità erano piuttosto irregolari. 

 

-          In origine questa era una botola .. credo che il recente terremoto abbia causato quasi una voragine -  disse  

 

In quel momento , percepirono, in lontananza, l’inconfondibile , costante  rumore delle onde sul frangiflutti . 

 

-          Piero – esclamò Enrico – abbiamo trovato il passaggio : questa è la grotta del pescecane – 

-          Se non lo stessi vedendo in questo momento, non avrei mai creduto che potesse esistere veramente – 

-          Probabilmente  il piccolo forziere con le monete d’oro ripescato da Marietto e Danilo, era stato sistemato  nei pressi della botola ; la scossa di terremoto ha fatto crollare questa parte , risucchiando il cofanetto nell’apertura  - 

 

Si inginocchiò scrutando verso il fondo, ma , poco più in basso, una rapida deviazione non consentiva di vedere oltre. 

-          Lo sbocco sotto le ratteghe è ormai inutilizzabile…. – 

-          Perché, avevi intenzione di  imbelinarti li sotto ? ti sei fumato il cervello ? –

-          Ma no ! dicevo tanto per dire – 

 

Il rumore delle onde aveva un effetto  rilassante; stettero in silenzio per qualche secondo . 

Enrico si stiracchiò faticosamente: il  fondoschiena cominciava a fargli un male del demonio. 

 

-          Adesso, cosa facciamo ? –

 

Piero interruppe quel singolare momento di tranquillità, quasi volesse riportare l’adrenalina ai livelli opportuni .

 

    -  Ci resta un’ultima cosa da fare   - replicò Enrico - la più importante : scoprire cosa 

       contiene quella cassa -

  

                                                                 IX

 

 

Sotto la luce del proiettore  la cassapanca  appariva più malandata di quanto sembrasse alla prima fugace occhiata.

Il colore argenteo del legno , in alcuni punti, aveva lasciato il posto ad un colore nero come il carbone . 

Enrico toccò uno dei bracci ed una polvere argentata , grassa ,gli sporcò i polpastrelli.  

Per quanto cercasse  non riuscì ad individuare la serratura. 

 

-          Okay , apriamola – disse . 

 

Sollevarono l’antina  superiore con estrema facilità. La prima cosa che notarono, sotto la luce del proiettore, furono due oggetti ricurvi ,sembravano di un metallo indefinibile , scuro. 

Osservandoli da una diversa prospettiva, si accorsero che  emettevano fugaci barbagli argentei. 

Erano lunghi alcuni centimetri ed alle estremità avevano agganciato una specie di laccio di cuoio , ormai completamente rovinato e sfilacciante .

 

-          Sono speroni – disse Enrico – speroni d’argento. 

 

La cassapanca era semivuota. 

Dapprima non si accorsero  della piccola spada, sistemata all’estremità. 

Enrico la prese senza esitazioni : era completamente arrugginita. Impugnò l’elsa , tentando di estrarla  dal fodero, ma l’usura del tempo e la ruggine causata dall’umidità avevano praticamente incollato la lama  alla guaina. 

Notò che sull’impugnatura era visibile una scritta , forgiata nel metallo. 

 

-          Piero, illumina meglio l’elsa – 

 

Sotto la luce più intensa  si poteva leggere chiaramente “ Le soleil de Austerlitz “. 

Ancora, quasi attaccate al fondo  , erano visibili quelle che un tempo ben potevano essere medaglie. 

Il nastro, logoro e nerastro,  diviso in tre strisce una più scura e le altre più chiare, faceva pensare ad un  tricolore. 

Quello che un tempo era rappresentato sul metallo, adesso era praticamente  irriconoscibile. 

Tolsero dal fondo della cassa la spada, gli speroni e cinque medaglie. Non v’era altro.

 

Pur essendo conscio che la scoperta poteva essere di straordinaria importanza, Enrico non riusciva a nascondere la sua delusione: quello che cercava non c’era.  

 

Piero  tastò la parte inferiore   di quella specie di forziere , ormai libera dal suo contenuto. Si udì uno scatto. 

 

-          Enrico, c’è un doppio fondo ! -  

 

Cercò un punto più largo , all’estremità , per sollevare la copertura ; fece leva con le dita ed una striscia di legno gli restò in mano.   

Si sporse , sotto il fascio di luce , per osservare meglio : sotto c’era qualcosa.

Tolse altre liste di legno, spezzandole. 

-          Avanti, sbrigati – lo sollecitò Enrico 

-          Sbrigati un cazzo ! non vorrei  ferirmi. Magari abbiamo risvegliato qualche virus che stava dormendo della grossa da più di duecento anni ed è pure di cattivo umore… - 

 

Ormai era perfettamente visibile. Sembrava un’agenda di pelle.

Mancinelli  chinò il busto in avanti, fece passare il palmo della mano attraverso la fenditura .

Prese l’oggetto e lo sollevò con molta attenzione , evitando le sporgenze acuminate del legno. 

In quel momento Piero si accorse che Enrico portava  guanti di gomma.

 

-          Ehi ! non potevi dirmelo ?  -

-          Scusami, ma solo adesso mi sono ricordato dei guanti. –

 

L’oggetto era una cartella di pelle rossastra . Sulla parte anteriore  si diffondevano alcune arrossature più intense ; altre zone presentavano macchie decisamente scure . 

Il dorso non era di pelle  ma di tela e, in alto, si notava un fregio argentato costituito da due lettere corsive maiuscole : F.A.. 

Le iniziali di un nome. 

Dallo spessore del dorso, la cartella era adatta a contenere molta documentazione, ma all’estremità si assottigliava notevolmente ; tre piccoli nastri annodati, di colore indefinito , chiudevano l’involucro. 

Enrico scrutò l’interno  nella parte più larga , vicino al dorso  : un sottile fascio di carte ballonzolava  comodamente nell’ampia custodia rigida. 

 

-          Piero, ci siamo. Non può esservi dubbio alcuno : queste sono le memorie segrete del dottor Antommarchi! –

-          Probabile, ma dubito che potrai ricavarne qualcosa .Ormai quelle carte saranno ridotte ad un fascio indistinto, incollate  dall’umidità. Saremo fortunati se non si sbricioleranno al contatto come fette biscottate. – 

 

Enrico non rispose  alle osservazioni di Lercari. Sembrava  in trance e non riusciva a distogliere lo sguardo dalla cartella di pelle rossastra.

Chiuse la cassapanca e si sedette sul bordo. 

 

-          Avvicina il proiettore –  

 

Piero fece una smorfia di disapprovazione 

 

-          Senti, non potremmo uscire di qui e andare ad esaminare il reperto  comodamente seduti sul divano di casa tua ? –

 

Nessuna risposta. Con lentezza esasperante, quasi rituale, Enrico stava slacciando i nastri. 

Aprì la cartella e sorrise. 

La scrittura giganteggiava sul foglio ingiallito; i caratteri erano ampi. Notò  l’estremità di una vocale arricciata verso l’interno, come una coda  di topo.

Alla fine del primo  periodo  il punto era seguito da un trattino.

Tutto corrispondeva alla descrizione fatta dal professor Siri. 

Si tolse i guanti e, con estrema delicatezza ,  sfoglio la prima pagina.  

La carta crocchiò  tra le sue dita ;il foglio era quasi rigido e si separava perfettamente dal resto.  

A parte qualche macchia di colore marrone chiaro , il documento sembrava perfettamente intelligibile e constava di dieci fogli. 

 

-          Guarda , lo stato di conservazione è perfetto! – 

-          Ma è impossibile ! –

-          Impossibile ? molte cose sono sembrate tali in tutta questa vicenda .. – 

-          Che facciamo ?

 

Ancora una volta, Enrico non rispose. 

 

Apres trois jours .....      

 

-          Ho bisogno del traduttore simultaneo –

-          A disposizione ! -

                                    

                                                                          X

… Dopo tre giorni di burrasca lascio, finalmente, Porto Maurizio  dove sono stato ospite di persona degna ed eccellentissima a cui ho riposto fiducia , affidandogli quanto non ho avuto il coraggio di  vergare ufficialmente sul crepuscolo dell’Imperatore.

Domenico Ansaldi, dico. Uomo retto,intelligente e prodigo.

A lui ho donato  quanto Hudson Lowe non riuscì a trovare nelle masserizie e che voleva per se o per l’Inghilterra: il simbolo delle legioni di Roma che fu dell’Augusto Imperatore e che consegnò a Giulia Augusta  prima della morte; lo spadino di Austerlitz; gli speroni d’argento che ho voluto sottrarre dalla cassa  quando mi costrinsero a deporvi le interiora ed il cuore del mio Sire;  le medaglie più importanti della legione e financo il dono che mi rese orgoglioso di essere corso come l’Imperatore : i primi marenghi d’Italia. Le monete che ricordavano la battaglia tanto amata. 

Tutto cominciò  su questo promontorio orgogliosamente cinto da mura perfette per la difesa e per la protezioni dei sudditi laboriosi ed onesti , ed è  su questo promontorio fortificato che l’eccellentissimo Ansaldi conserverà  lo scritto del vero, con la promessa di lasciare occasione  ai posteri di conoscerlo. 

Ancora scosso  dagli accadimenti di cui sono stato testimone, ho chiesto all’Ansaldi  se la magnanimità , la grandezza dell’idea e del progetto, debbano essere accompagnate anche  dalla nefandezza, nel percorso di tale encomiabile disegno.  

L’arguto mi rispose citando Sant’Agostino e la Città di Dio,e che gli ordinatori del caos terrestre loro malgrado peccano contro gli umili che vogliono riportare a dignità.

Prima di partire, sulla feluca di proprietà dell’Ansaldi , ho affidato quest’ultimo pensiero, all’onesto  stivadore che ha sistemato le mie umili cose.

Che lo portasse allo stimatissimo di cui sono stato ospite affinché lo corredi opportunamente al resto.

Viste da questo ridente borgo marinaro , le muraglie sono rassicuranti, e solare appare tutto il promontorio, così diverso dallo scoglio malsano dove ho passato due interminabili anni.

 

Porto Maurizio al   10 ottobre  1821    

 

 

……………………………………………………………………………………………………………..

 

Provo ancora vergogna per il tono altisonante del motto che precede il diario che farò pubblicare.

Sono uno spergiuro.

Ma nonostante abbia voluto occultarne una parte , ancora ribadisco che altro scopo non ho, per gli anni che mi rimangono da vivere , che far conoscere la verità .. ma non adesso.

Longwood  26 ottobre 1819  

 

Qui cominciano le mie omissioni.

Il resoconto di quella giornata non corrisponde a quanto ho scritto nel diario che  farò pubblicare.

I bastimenti ancorati nella rada erano tre ; due provenivano dalle Indie ed uno dalla Spagna.

Da quest’ultimo,  di primo mattino ,  discese la donna alla cui vista il mio Sire  rimase sconvolto. 

Eppure il giorno  era iniziato sotto eccellenti auspici.

L’aria era fresca e profumata, ed un sole tiepido rallegrava tutti noi della Corte.

L’Imperatore si svegliò di ottimo umore ; mi fece convocare per rassicurami sul suo stato di salute.

Disse che aveva un formidale appetito e benché fosse ancora molto presto , mi   espresse il desiderio di  voler mangiare un  buon piatto di tagliatelle alla corsa. 

Gli risposi di essere rammaricato di non poter soddisfare il suo desiderio, a quelle latitudini. Tuttavia consigliai a Sua Maestà di non appesantirsi , visto che le forze stavano ritornando. 

Rise di gusto ; mi tirò le orecchie urlando che ero un capocorsinaccio adulatore e ruffiano e che non mi avrebbe fatto impiccare solo per puro egoismo, dato che , secondo lui, ero ancora indispensabile. 

 Dopo la colazione, mi ordinò di prepararmi perché  avremmo fatto una lunga passeggiata dato che non voleva rovinare una così splendida giornata  incontrando Hudson Lowe; mi confidò che , molte volte, aveva represso a stento la voglia di saltargli al collo per strozzarlo come un pollo ruspante, se solo avesse avuto ancora l’ardire di chiamarlo generale.

 

Nella rada era un vociare allegro. L’imperatore sembrava molto interessato alle operazioni di sgombro delle stive e si stupiva della velocità con cui  gli incaricati deponevano i  pesanti bauli sui carri. 

D’improvviso impallidì  e cominciò a sudare copiosamente. Mi afferrò l’avambraccio e lo strinse fino a farmi male. 

“ quella donna “ disse “ Io la conosco! Non è possibile ; anche qui ! “ .

Fui sconcertato dall’improvvisa espressione di terrore del suo volto. 

Volle rincasare immediatamente e mi congedò , avvertendomi che per il resto della giornata non voleva essere disturbato, per nessun motivo. 

Invece , un’ora dopo , mi convocò  d’urgenza .

Lo vidi  seduto sul letto , con le braccia penzoloni in mezzo alle gambe. Notai che la vestaglia di velluto azzurro giaceva scomposta sul pavimento.

Era a piedi nudi ed ansimava penosamente. 

Fece cenno  che potevo sedermi sulla poltroncina di vimini. 

“ Vi debbo parlare, dottore” principiò, guardandomi quasi supplichevole.

“ L’avete vista ? “ domandò ansioso . 

Imbarazzato, chiesi delucidazioni su cosa avrei dovuto vedere. 

Senza soddisfare la mia curiosità, iniziò un racconto incredibile.

Mi disse che molti anni prima, quando ancora era capitano d’artiglieria, sotto il comando del generale Mouret, giunse con un’armata forte di seimila uomini presso il vicariato del Porto Maurizio durante la prima offensiva francese in terra d’Italia.

Lui stesso, senza attendere ordini, aveva portato tre brigate e dieci pezzi d’artiglieria sulle coline prospicienti la piazzaforte savoiarda di Oneglia, distante pochi chilometri dal vicariato, attaccandola all’alba. 

Tra gli ulivi di quella collina, morì un giovane contadino , colpito accidentalmente da una palla di cannone.

“In quell’occasione” aggiunse “ mi resi conto di come la guerra possa trasformare gli uomini in animali feroci e senza cuore. Assieme a quel giovine, v’era una fanciulla di bellezza straordinaria . Non so ancora spiegarmi perché approfittai di lei; forse  il bisogno di rubare un po’ d’amore, come l’affamato ruba il cibo. 

Lei non si oppose. Non urlò , non mi respinse , non mi supplicò benché fossi totalmente cosciente del fatto che avrebbe dato qualsiasi cosa pur di trovarsi lontano da quella radura.

Successe l’incredibile : la fanciulla mi ghermì come una pianta carnivora  e io fui preso da sgomento ..e da terrore puro.

Voleva annullarmi con il suo corpo , come un vortice risucchia ogni cosa nel profondo dell’oceano. 

La morte non mi ha fatto mai paura ; né la mia , né quella dei miei soldati.ma quel giorno ne ebbi tanta, troppa. 

Fu nel 1809 , che la rividi. Dopo la battaglia per Aspern ed Essling , avevo perso più di ventimila uomini .. e la vidi quasi sospesa in aria , passare tra i cadaveri . 

Mi avvicinai , cavalcando con circospezione; lei si voltò e sorrise , ma era un sorriso che prometteva vedetta. I suoi splendidi occhi grigi erano obliqui , come quelli di un lupo. 

Non era più la  fanciulla della collina, ma una  giovane donna. 

D’improvviso, la sua figura diafana fu come avvolta da una nuvola di fumo . 

Quando l’improvvisa nebbia si diradò, un lupo stava saettando tra i cadaveri ed i lamenti dei moribondi … 

L’ultima volta che la vidi , fu in Russia, dopo la battaglia delle Moscova. 

Per la prima volta, nella mia vita, pensai di abbandonare e ritirare l’armata da quella bianche  lande desolate. 

Ma lei era la , ancora in mezzo ai cadaveri, e questa volta mi invitava ad andare avanti.

Con gesti espliciti e  beffeggianti, mi incitava ad proseguire dentro  quell’abisso.. ……… .” 

Ero seriamente preoccupato . L’imperatore continuava a ripetere la parola abisso come se fosse stato sotto ipnosi.

Lo invitai a rasserenarsi , aiutandolo a distendere le gambe sul letto. Poi gli preparai una efficace miscela  di acquavite e bromuro.

Bevve d’un fiato senza protestare e senza domandarmi, come era solito , per quale motivo gli avevo preparato quella tale medicina e perché. 

Mi accorsi che stava per addormentarsi e chiesi il permesso di potermi congedare.

Fece un cenno di assenso.

Stavo uscendo , quando mi chiamò.

“ dottore” mi disse “ quella donna, adesso , è qui…” . 

 

 

14 novembre 1819 

 

L’imperatore non è pazzo.

Anch’io mi sono accorto della presenza di quella donna. Molte volte .

Il fatto incredibile è che appare e scompare come per magia …… 

 

 

Enrico schioccò la lingua stizzito; la pagina seguente era illeggibile , e così anche quella dopo.

Finalmente , la scrittura era di nuovo chiara , ma la luce del proiettore cominciava da affievolirsi. 

 

 

12 dicembre 1820 

 

 Quel giorno,Ho parlato a lungo con il dottor Arnoth.

Anche lui non riusciva a spiegarsi l’improvviso peggioramento dell’Imperatore. 

Quello che  sembrava inesplicabile erano  i periodici attacchi di vomito.

L’imperatore rigettava una sostanza  verdastra che ben poteva essere bile; dissi ad Archibald che ciò era  tipico dell’avvelenamento da arsenico , ma lui mi contraddisse , facendomi notare che il male che stava consumando Sua Maestà, probabilmente era quello che aveva ucciso il padre, ma  non era del tutto convinto.

Domandai , allora, come spiegava le improvvise perdite di coscienza , la cianosi dei polpastrelli e l’urina color marsala. 

Sostenne che qualsiasi deperimento , accompagnati da tali sintomi, può esser causato da severa malattia , così come da un avvelenamento…….. 

 

 

2 maggio 1821

 

Quanto è accaduto quel giorno , fuga ogni dubbio sulla natura della malattia dell’Imperatore e sul ruolo di quella donna, o fantasma che fosse.. 

Quello che ho descritto nel diario . corrisponde a verità per quanto concerne la sintomatologia: l’evoluzione della febbre, il vomito, le nausee insopportabili.

Tutto è stato meticolosamente descritto ,ma non l’incredibile , assurdo, spaventoso fatto di questo giorno triste e sconvolgente. 

L’imperatore mi aveva  appena raccomandato che , dopo la sua morte, avrei dovuto esaminare attentamente il piloro  ; di rendere noto il risultato dell’autopsia a suo figlio , il principe ereditario . 

Mi aveva, altresì, ordinato di fare in modo che nessun medico inglese fosse presente al momento della sezione delle sue spoglie mortali. 

Verso le tre del pomeriggio,S.M. era  spossato ed è caduto in un sonno profondo ma sereno.

Anch’io ero molto stanco ; mi sono lasciato cadere sul divano, nell’anticamera , concedendomi, a mia volta, un sonno ristoratore.

Quando mi destai ,era già buio. Avevo dormito cinque ore filate.

Non riuscivo a comprendere come mai il dottor Arnoth non mi avesse raggiunto nella sala degli ospiti , come promesso. 

Avvertii un rumore provenire dalla stanza di S.M. Pensai subito , con angoscia, che fosse caduto dal letto , dato che nelle notti passate, durante il sonno, era stato preda di violenti singulti che gli facevano assumere, suo malgrado ,una posizione anomala. 

Entrai sommessamente in quel luogo di sofferenza. 

Non potei credere a quello che vidi. 

Al capezzale, quella donna stava versando il contenuto di una boccetta nel calice che io avevo posto sulla cassettiera.  

Quando si accorse della mia presenza, non si scompose, ma portò le mani in grembo aspettando   la mia reazione. 

Benché inorridito da quanto avevo appena  visto, cercai di non fare rumore per non svegliare S.M..  

Afferrai  quella donna per un braccio, le chiusi la bocca con il palmo della mano  e la trascinai fuori dalla camera da letto. 

Una volta nell’anticamera, la mia collera non ebbe più freni. 

La spinsi violentemente sul divano, e solo la coscienza di essere ancora un gentiluomo , mi impedì di schiaffeggiarla. 

La guardai intensamente, ancora ansante per lo sdegno.

Il suo volto, bellissimo, non tradiva alcuna emozione ; non era spaventata, né, al contrario, aveva assunto un atteggiamento di sfida nei miei confronti . 

I suoi incantevoli occhi grigi, dai tratti orientaleggianti, facevano pensare ad una icona delle Russie : nessuna trepidazione, ma solo lo splendore  impenetrabile  della fissità . 

Chiesi , pacatamente ma con tono severo, cosa avesse versato nel calice.

Mi aspettavo un ostinato silenzio,invece parlò.

La sua voce pareva di velluto, dolce, ma pure ferma e chiara .

“ In che modo “ domandò “ il debole può difendersi dalle soverchierie ? “.

Stizzito, risposi che non avevo tempo per gli indovinelli e che l’avrei fatta arrestare dalla guardia britannica ,se solo  non mi avesse fornito una spiegazione convincente dell’accaduto.

Senza curarsi della minaccia, riprese a parlare.

Disse che in lei vivevano, in egual misura, un animale puro ed uno impuro, che in questi anni era stata accompagnata dalla verità , dall’onestà così come dalla menzogna che è poi la furberia del debole… 

Si accorse che non ero disposto ad ascoltare simili logomachie , perché abbandonò presto quelle parole enigmatiche per dirmi che si chiamava Elvira, che era italiana e proveniva dal Porto Maurizio ……………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………………………….

 

Le ultime righe del foglio, erano nuovamente illeggibili , così come la parte iniziale della pagina successiva; a metà facciata , finalmente, Piero ed Enrico ripresero la lettura. 

 

……………………… Insistetti per sapere cosa fosse l’intruglio che aveva versato nel calice con il bromuro che da qualche giorno somministravo con regolarità all’Imperatore. 

In quel momento il suo voltò tradì un’espressione umana. 

Un sorriso  dileggiante, ma  pure infinitamente triste, comparve sull’ovale perfetto del suo volto .

Disse che oramai avevo perfettamente compreso cosa fosse successo in quei giorni.

Decisi che solo un’inchiesta in piena regola avrebbe stabilito in che modo quella donna fosse riuscita a farsi accettare a corte ; quali persone avesse frequentato ; con chi s’accompagnava ed altro ancora.

In quel momento entrò il dottor Arnoth ; sembrava esausto ed era  in procinto di scusarsi per il ritardo, quando , con gesto improvviso e fulmineo ,  lei s’alzò e fuggì oltre l’uscio.

Mi precipitai all’esterno, urlando ad Archibald  che bisognava raggiungere quella donna; che aveva fatto qualcosa all’Imperatore.

Il dottor Arnoth , in un primo momento , non si rese conto della situazione: aveva la bocca aperta e l’espressione imbambolata.

Mi voltai e vidi che finalmente, senza indugiare oltre,  cominciò a correre verso di me. 

Era quasi notte; in lontananza, oltre la discesa, le fioche luci della rada a tratti riuscivano ad illuminare la figura della donna che correva con le braccia aperte , quasi volesse abbracciare qualcuno.

Un vento freddo e pungente cominciò a soffiare da sud; Mi voltai ancora e vidi Archibald ansante  portarsi la mano sul petto. 

La pioggia portata dal vento, cadde improvvisamente; era una pioggia  fine, penetrante, quella che i Corsi chiamano “ Inzuppa Nostromo “ .

 

Ancora oggi, non riesco a credere di essere stato testimone … di avere visto l’impossibile .

Ancora oggi , la tensione diventa insopportabile al solo ricordo. 

Il mutamente avvenne all’improvviso. 

Ero meravigliato da come quella donna riusciva così facilmente  a distanziarci e anch’io , al pari del dottor Arnoth, sentii che non avrei potuto proseguire oltre poichè  il cuore mi batteva all’impazzata e le gambe  erano diventate pesanti come zavorra.

Ansimavo a bocca aperta , ma il vento era talmente  forte da impedirmi di respirare.

Eravamo ormai prossimi alla scogliera, quando caddi sulle ginocchia e cominciai  a tossire convulsamente. 

Archibald mi  raggiunse .Stava aiutandomi  a risollevarmi, quando ci accorgemmo che la donna si era fermata  a sua volta.

Benché la luce fosse scarsa , i bagliori azzurrognoli causati da un lontano temporale marino ,rischiaravano il suo volto diafano  . Ci stava osservando.

D’improvviso  la sua figura scomparve dentro un alone di fumo azzurrognolo.

Fui sicuro, in quel momento, di avvertire un forte odore di animale selvatico.

L’alone , ad un certo punto, si ridusse fino a prendere la forma di un’ombra nebulosa oblunga che si mosse rapida, oltre una siepe, verso la scogliera.

L’ombra  divenne più compatta , più distinta….

Sotto i nostri occhi spalancati per il terrore, un lupo stava correndo verso la scogliera.

Saltò oltre il ciglio dell’orrido ;l’ ululato agghiacciante si trasformò presto in un latrato lontano…… 

 

Ciò che vedemmo , tra i bagliori intermittenti, era straordinario e indicibile.

Il vento si era quietato e la pioggia aveva smesso di tormentarci.

Fu Archibald a rompere quel silenzio irreale.

“ Dio mi è testimone “ disse “ quello che ho visto non può accadere in questo mondo “ . 

 

6 maggio 1821 – pomeriggio

 

In tutto coscienza, affermo oggi  di avere mentito per necessità politica e umana, e su questo,anche il dottor Arnoth era concorde con la  linea di comportamento da me proposta 

Non è vero che all’esecuzione dell’ autopsia parteciparono anche tre colleghi inglesi .

Solo io ed il dottor Arnoth procedemmo alla sezione delle spoglie mortali dell’Imperatore.

Non potemmo fare a meno di permettere a Bertrand e   Montholon di assistere all’operazione.

 

Contrariamente a quanto descrissi nel diario che farò pubblicare, sia io che Archibald ci accorgemmo subito che lo stomaco era molto infiammato , in tutte le sua parti e non solo in quella  più vicina al piloro, come affermato nel mio primo scritto ..

Le tracce di una sostanza molto simile al curaro erano presenti nel foro che riscontrammo in un piccolo indurimento laterale. 

Soprattutto , il palmo delle mani e dei piedi presentavano alcune papule color marrone , debordanti in ramificazioni bluastre.

Le mostrai ad Archibald che , con un cenno del capo,fece  intendere di avere compreso che quelle lesioni erano state causate da una cronica intossicazione di sostanza venefica.

Ho scritto, anche, che il tubo digestivo appariva disteso a causa della sovrabbondanza di gas.

Credo, in verità, che tale distensione, unitamente alla strano rilassamento  della massa muscolare, a più di venti ore dalla morte, siano stati causati dalla stessa sostanza.

Quella triste operazione , purtroppo, confortava ciò che io e Archibald temevamo quando parlammo dei gravi sintomi  che S.M. aveva accusato nei giorni  precedenti la sua dipartita.

Il continuo rigetto di ogni cibo; le feci liquide , maleodoranti e sanguinolente; il polso veloce e debole….. tutto questo- ed ora l’osservazione diretta del tubo digerente - non lasciava  dubbi: l’Imperatore era stato avvelenato. 

 

 8 maggio 1821 

Hudson Lowe  ha voluto frugare  tra gli oggetti privati dell’Imperatore; sembrava in preda ad una febbre .

Ha preteso di  vedere tutto . Persino  le coperte del letto di morte.. non riuscivo a capire cosa cercasse.

Forse c’entrava quella donna misteriosa ? 

 

 

Porto Maurizio  6 ottobre 1821 

 

Sto scrivendo queste ultime note alla luce di un’olezzante candela fornita dall’Ansaldi.

Questa silenziosa e rilassante camera mi induce ad aggiungere il resoconto della mia ultima giornata vissuta nella sua dimora. Un console marinaio è venuto ad avvertirci che la burrasca potrebbe continuare ancora per qualche giorno, ma spero proprio di partire domani.     

Ho fatto bene a confidarmi  con Ansaldi , ma quello che mi ha detto oggi sconvolge vieppiù il mio fisico e anche l’intelletto, così gia duramente provati.

Quando gli ho parlato della donna misteriosa , della sua provenienza; del suo nome ; di sua madre; del padre suo, di come era stato ucciso e di quanto altro lei stessa mi aveva rivelato, trasecolò. 

Ho tralasciato , naturalmente , l’episodio riguardante la tremenda esperienza vissuta da me e Archibald  sulla scogliera, perché non mi avrebbe creduto; ciononostante sembrava strabiliato.   

Mi prese le mani  domandandomi, con voce roca dalla meraviglia , se ero certo di quanto avevo raccontato o se , per avventura, avessi sentito questa strana storia da qualche pelandrone del Porto Maurizio  dedito ad imbrogliare il prossimo.

Mi sono alzato  e, con una punta di indignazione,  dissi  che non ero pazzo e  certamente non avvezzo ad impadronirmi delle esperienze altrui per trarne interesse. 

“ Avete ragione, amico mio “ disse  “ vi prego di scusarmi  ma quanto avete raccontato  non lascia dubbi : voi avete conosciuto una nostra cittadina. Siete al corrente della sua vita conoscete il nome dei suoi genitori…. Io so di chi state parlando. … vedete , un ricco commerciante di tessuti, ora scomparso, aveva  preso a servizio  sua madre che, come già sapete, si chiamava Candida ; così come conoscete il nome di suo padre …”  

L’ ho interrotto , chiedendogli gentilmente cosa trovasse di tanto strano nel fatto che quella donna mi avesse raccontato la sua vita; feci notare che ,date le circostanze , poteva essere un modo per accattivarsi le mie simpatie .

“ non può essere diventata una donna “ disse “  perché è morta più di ventisette anni fa ,quando era  ancora diciassettenne. 

Alcuni soldati francesi,per errore, spararono a lei e a  un certo Guglielmo , un vagabondo che si dichiarava giacobino……………………………………….

 

 

                                                       XI

 

L’ultimo foglio di quell’incredibile elaborato era nuovamente indecifrabile. 

Piero si passò la mano sul volto segnato dalla stanchezza, poi guardò Enrico con aria interrogativa . 

 

Quasi con indolenza, Mancinelli  sistemò con estrema cura i fogli all’interno della cartella ed annodò i nastrini sfilacciati. 

Nessuno dei due aveva la forza, né la voglia di commentare. 

La luminosità del proiettore si era ridotta di molto. Ormai sembrava un tenue lumicino verdastro. 

 

-          Hai intenzione di portare fuori la cassa ? – domandò infine Piero – perché sarebbe il caso di sbrigarsi, se non vogliamo restare al buio . – 

 

Dapprima sembrò un fruscio velocissimo  , come la corsa di un piccolo animale alla ricerca di un rifugio sicuro.

 

-          Hai sentito?

-          Deve essere un altro topo; prima ce ne andiamo , meglio è …..  – 

 

Enrico e Piero respiravano piano l’aria  umida. 

Un altro rumore. Questa volta distinsero chiaramente dei passi.

 

-          Cristo, c’è qualcuno ! -  

 

Piero indirizzò il debole fascio di luce del proiettore  verso l’uscita della camera circolare.

Qualcuno, o qualcosa, si nascose repentinamente dietro il muro esterno. 

 

-          Chi è, là ?! – gridò Piero alzandosi in piedi . 

 

Con il cuore in gola, avanzò con circospezione verso l’uscita. Enrico era rimasto seduto ed appariva stranamente tranquillo. 

 

-          Chi è, là ?! – ripeté  nervosamente. 

 

Nessuno rispose, ma nel silenzio irreale si poteva percepire un lieve ansito. 

Enrico, nel frattempo, si era alzato; la cassa emise uno scricchiolio sinistro. 

Avanzò lentamente verso l’uscita .

La luminosità era ridottissima ed il fascio di luce del proiettore da verdastro si era fatto azzurrognolo, dando all’ambiente circostante un aspetto quasi fiabesco. 

Mancinelli avanzò ancora  ed era ormai prossimo all’uscita, vicinissimo alla discesa sdrucciolevole che li aveva fatti ruzzolare nei pressi di quello strano locale. 

L’ansito si era fatto più intenso ..e veloce. 

 

-          Avanti, Lacombe, venite fuori ! –  

 

Proferì quelle parole con tono energico e perentorio , come se stesse impartendo un ordine. 

 

-          E  chi cazzo è Lacombe? -  chiese Piero sbalordito. 

 

-          Sapete? – riprese Enrico parlando in direzione dell’uscita ,con voce sicura – durante la colluttazione che ho avuto con voi , allorché vi siete introdotto clandestinamente a casa mia , vi ho riconosciuto dall’alito : lo stesso nauseabondo puzzo di aglio che avevo già sentito a casa del professor Siri, quando stavate per spezzarmi il braccio …- 

 

L’ombra azzurrognola di una figura altissima ed eccezionalmente magra fece capolino da dietro il muro, a sinistra dell’imboccatura. 

L’uomo si spinse oltre l’apertura della stanza ; reclinò  leggermente la testa di lato per distinguere meglio coloro che aveva di fronte.

Nella mano destra stringeva una pistola . 

 

-          Mes compliments , monsieur ! siete più furbo di quanto pensassi… - disse con voce arrochita .  

 

Enrico  restò in  silenzio, aspettando che Lacombe continuasse, mentre Piero  era come frastornato dallo stupore per la comparsa di quella specie di pertica e per l’inaspettato sangue freddo del suo vecchio amico. 

Lacombe avanzò ancora di qualche passo 

 

-          Vi pregherei di non fare atti inconsulti ; d’altro canto , monsieur Mancinelli , voglio solo che mi consegniate quella cartella che tenete sotto il braccio e poi me ne andrò senza disturbare oltre….  sono giorni che vi sto pedinando e comincio ad esser un po’ stanco… -

-          Siete voi che avete ucciso il professor Siri ed il suo assistente, vero? – domandò bruscamente Enrico.

-          Ah!  non avrei mai voluto, ma purtroppo le circostanze, a volte ,ci costringono a prendere decisioni che ripugnano. Ero convinto che quella putain  avesse consegnato il diario segreto di Antommarchi a Siri , ma evidentemente mi sbagliavo.   –

-          Perché lo avete fatto? – 

 

La risata gorgogliante di Lacombe  , amplificata dall’eco dei sotterranei, ricordava il frastuono di una cascata.  

-          Da te non mi sarei mai aspettato una simile domanda – 

 

L’improvviso tono confidenziale infastidì Enrico 

-          Per quale motivo credi che lo abbia fatto ? – continuò - per i soldi ..l’argent…certo non mi sarei  aspettato di trovarmi in una situazione tanto surreale –

 

Pronunciò quelle ultime parole guardando  il soffitto a imbuto della stanza.

 

-          Temo di non capire .. –  disse Enrico perplesso

-           E va bene! Facciamo due chiacchiere .. – riprese rassegnato Lacombe  - vedi, io non sto molto simpatico al mio capo, il commissario Dautierre che tu hai avuto il bene di conoscere ; forse perché sono un ex legionario, o forse la sua antipatia è solo istintiva. Comunque sia, non si è mai fidato di me….. io sono un ottimo investigatore, monsieur le professeur, e il disprezzo malcelato di quel barilotto era insopportabile. – 

 

Si allontanò di qualche passo 

 

-          Circa due mesi fa – riprese – ho intercettato casualmente una sua conversazione telefonica . Il mio  ufficio è attiguo a quel del grande capo e i telefoni , fino a qualche tempo fa, avevano due sole linee con il sistema dei pulsanti che si accendono quando una linea è occupata.

Insomma , Dautierre era  in conversazione con un ufficiale dei servizi segreti francesi .. subito sentii un valanga di improperi : quell’uomo stava diffidando il commissario ad usare ancora il cellulare ,quando doveva mettersi in contatto, e sosteneva  che la semplice linea telefonica   del commissariato era senz’altro più sicura …. – 

 

Una debole fiammella illuminò il volto scarno di Lacombe e l’odore acre del tabacco in combustione pervase la stanza . 

La nuvola di fumo grigio-perla investì il volto di Piero che non poté trattenere un colpo di tosse.

 

-          Il fumo passivo fa male . Non lo sapeva, signor francese ? – disse con l’intenzione di sdrammatizzare. 

-          Gia, e non solo quello , monsieur ! -   

 

Un brivido di terrore percorse la schiena di Lercari ; forse era meglio evitare battute sceme. 

Lacombe si avvicinò , fece ondeggiare la pistola , puntando prima Enrico e poi Piero. 

 

-          Credo che non perderò altro tempo per raccontarvi i dettagli dell’intera vicenda … ho molta fretta , per cui… se gentilmente vuoi consegnarmi quel …reperto…  -  

 

Gettò lontano il mozzicone e serrò l’arma  più vicino al  petto.  

 

-          Come….come hai fatto scoprire la password del mio computer e di quello di Siri ?-

 

La domanda di Enrico era inopportunamente dilatoria ; il braccio sinistro di Lacombe , allungato nell’attesa che gli venisse consegnato il diario segreto di Antommarchi ,cominciò a tremolare ed il tono della sua voce si fece più aggressivo . 

 

-          Comincio a spazientirmi, professor Mancinelli. Dammi subito quelle memorie, o  ti apro una finestra nel cranio !

-          Dagli ‘sto cazzo di diario ! – urlò Piero . 

 

Enrico continuava ad essere straordinariamente calmo. Con studiata ed esasperante lentezza, prese   la cartellina di pelle rossastra da sotto il braccio, la osservò lungamente , capovolgendola più volta sotto la tenuissima luce del proiettore posto sul pavimento, poi , d’improvviso, la porse a Lacombe che l’afferrò brutalmente con la mano sinistra.  

 

-          A la  bonne heure , monsieurs !  come dicevo, la necessità , a volte, ci impone azioni ripugnanti ..  – 

 

Piero  spalancò la bocca terrorizzato, mentre si accorse che le gambe non lo avrebbero sorretto ancora per molto : Lacombe aveva alzato il cane della rivoltella.

 

-          Adieu , monsieurs ! –  

 

Il proiettore  continuava ostinatamente a  diffondere una labilissima luce azzurrognola e sembrava non essere più in procinto di esaurire  la sua residua energia.

Nel momento in cui Lacombe stava per esplodere il primo colpo, la sua testa  ebbe un scossone violento, poi il francese cadde  bocconi,  con un tonfo sordo. 

La pistola scivolò poco lontano, mentre la cartella di pelle rossastra cadde ai piedi di Enrico che, istintivamente, la raccolse. 

Qualcuno apparve  come d’incanto, dietro il corpo disteso del francese. 

 

-          la mia borsa è un’arma impropria ! -  urlò  Gianni  De Caro 

 

Benché non riuscisse a smettere di battere i denti per la paura, il professor Mancinelli  non poté fare a meno di sorridere di fronte ad una manifestazione tanto rabbiosa quanto assurda, così come gli sembrò inverosimile riconoscere  Gianni De Caro con la sua inseparabile borsa di pelle nera, come se stesse andando a presiedere l’assemblea di qualche consiglio d’amministrazione. 

La borsa,  pesantissima, stracolma com’era della documentazione più disparata, aveva quasi staccato  la testa di quell’assassino. 

 

-          Gianni !  per la miseria , ma da dove spunti !? –

-          Se questo non si chiama culo … - soggiunse Piero con voce tremolante.

 

Non ebbero tempo per le spiegazioni, né di gioire per lo scampato pericolo. 

L’ombra della figura allampanata di Lacombe  stava  strisciando verso in centro della stanza.

Piero si accorse che era riuscito a riafferrare la pistola. 

A fatica, il poliziotto si sollevò sulle ginocchia  puntando l’arma in direzione di Enrico. 

 

E lui  fu il primo a sentirlo.

 

Era una specie di ronzio , dapprima fievole, quasi impercettibile , poi  più intenso; sembrava il fragore di uno sciame di api in avvicinamento.

Conosceva quel suono : era lo stesso ronzio del turbine che aveva visto sotto le ratteghe.

Quello che accadde in quel preciso istante  era inconcepibile ,  assurdo  , eppure  quasi a naturale perfezionamento di una vicenda costellata di fatti inspiegabili e di ritrovamenti straordinari. 

Lacombe aveva lasciato cadere la pistola e si era portato la mani  sul viso , inclinando il capo all’indietro. 

Inizialmente  un gorgoglio sincopato uscì dalla bocca del francese, attutito dal palmo delle mani, come una specie di eruttazione volutamente abortita; poi l’urlo deflagrò  per gli oscuri cunicoli , echeggiando terrifico : l’urlo di un dolore insopportabile.

Con il cuore in gola, Piero raccolse da terra il proiettore  cercando di illuminare maggiormente quella  azzurra figura inginocchiata.

Lacombe,  preso da furore incontenibile, si stava graffiando le guance, il collo , gli occhi , come se volesse liberarsi di qualcosa che lo stava soffocando. 

Sotto la luce suffusissima del proiettore,  i primi rigagnoli di sangue brunastro apparvero sulle gote del francese.

Una schiuma densa , fermentante, ricoprì le sue labbra . 

Con gli occhi  dilatati in un’ultima espressione di stupore, cadde in avanti, senza un grido. 

Fu in quel preciso istante che un miasma fantasmagorico e fosforescente  si venne a formare  sopra il corpo esamine di Lacombe. 

Frenetiche volute arabescate  di fumo  prendevano le forme più curiose , ma solo Enrico distinse in quella eterea confusione il volto sorridente di Elvira. 

Per una frazione di secondo   intuì che quella visione voleva comunicare solo con lui, e solo lui poteva vederla . 

Non si rese conto della durata di quell’incredibile manifestazione, ma ebbe la certezza di trovarsi sospeso  tra i fantasmi dell’imponderabile e la realtà oggettiva, nella momentanea  apertura di un varco comunicativo che si era cristallizzato  solo per lui, per convincerlo dell’impossibile. 

 

La scena si fece indistinta ; il volto di Elvira scomparve  e le volute si estinsero in sfumature   alabastrine, mentre il proiettore cessò definitivamente di funzionare lasciando i tre uomini nel buio assoluto. 

 

                                                        ****** 

 

Quella notte , il dottor Lenti  stava leggendo  il resoconto dell’ultimo Consiglio Comunale sulla “Cronaca di Imperia” del “ Secolo XIX “ . Il bilancio comunale era un disastro. 

L’articolo riproponeva  il pervicace dilemma all’attenzione della Giunta da ormai troppo tempo: alienare o no i gioielli di famiglia ? vendere o non vendere il dismesso   “Cinema Teatro Rossini “ ? . 

Alle tre e quarantasei del trentuno agosto 2002  il caratteristico gracchio del pennino del sismografo  lo distolse dalla lettura . 

 

-          Di nuovo ?! – esclamò 

 

Buttò il giornale sul pavimento e si precipitò sull’apparecchio. Dovette frenare il suo impeto per non cadere sopra il sismografo. 

 

     -   Questa  è più forte della scossa del luglio scorso – constatò  allarmato.  

  

                                                      *****

 

I tre uomini rimasero in silenzio, ancora increduli per quanto era accaduto.

 

-          E’ morto ? veramente ? – chiese speranzoso Piero 

-          Credo proprio di si, un attacco cardiaco .. o roba del genere – 

-           

Enrico mentiva. 

 

 

Si rivolse a Gianni De Caro  

-          Come hai fatto a trovarci ? –

 

Il buio non consentiva di vedere l’espressione del volto di Gianni, ma lui la immaginò nuovamente serafica per la riacquistata tranquillità. 

 

-          Vedi  - rispose con tono monocorde – Credo di avere fatto il tuo stesso ragionamento . Ero convinto che il cammeo incastonato nella parete stesse ad indicare qualcosa , ma mai avrei pensato che quel qualcosa si trovasse all’esterno dell’appartamento. 

Comunque ,non riuscivo a dormire con questo tarlo ; e poi sono rimasto molto colpito dalla tua reazione, quando ci siamo incontrati ieri l’altro; così sono andato a Palazzo Lavagna  con l’intenzione di effettuare altre ricerche, lontano da occhi indiscreti.

Quando sono entrato nell’appartamento, mi sono accorto di essere stato preceduto da qualcuno , e quel qualcuno non potevi essere che tu. 

Ho lasciato tutto come stava e  sono uscito con l’intenzione di venire a svegliarti. 

Non so perché ho portato con me la borsa , né per quale motivo sono passato dalle Logge, per raggiungere casa tua…. Ma ho visto l’apertura .. ed eccomi qui… – 

 

Il silenziò calò  nuovamente nella stanza circolare. Poi De Caro riprese 

 

-          In verità siete voi che dovete spiegarmi tutto …tutto questo ! – 

-          Non vorrei essere inopportuno – disse  Piero , troncando il dialogo– ma mi corre l’obbligo di ricordarvi che siamo al buio, almeno cinque metri sottoterra e con un cadavere tra le palle.. che ne direste di uscire ? e con una certa speditezza , oscurità permettendo… - 

-          Ovviamente ho una pila – disse candidamente De Caro – la tengo sempre nella borsa , e questa sera si è rivelata molto utile ; diversamente    come avrei fatto ha raggiungervi ? –

-          E lo dici adesso !? -  gridò  Piero infuriato – ma che testa di … -

 

Non ebbe il tempo di terminare l’improperio. 

L’improvviso movimento sussultorio del pavimento gli fece quasi perdere l’equilibrio. 

Preceduto da una sorta di sfregamento, udirono chiaramente uno stridore aspro, poi alcuni calcinacci caddero dal soffitto ad imbuto. 

Con fare impacciato , De Caro aprì la borsa e ne trasse un piccola torcia elettrica. 

Il timido fascio di luce illuminò la parete concava della stanza nel momento in cui una crepa sinistra si formava   saettando velocemente in direzione del pavimento. 

La scossa continuava  con maggior veemenza ed altre crepe si stavano formando. 

 

-          Usciamo, presto ! qui crolla tutto ! -  

 

Istintivamente, Enrico sistemò il diario nel tascone centrale del K.way , chiudendo subito la cerniera. 

De caro Illuminò la salita , fuori dalla stanza . 

 

-          Di qua , presto ! – 

 

Si precipitarono all’inizio  della salita nel momento in cui  pezzi di soffitto cadevano sul corpo esanime di Lacombe.

 

Enrico non poté fare a meno di notare i movimenti scoordinati di Gianni . 

Impacciato dalla borsa , stava letteralmente pattinando sulla pavimentazione sdrucciolevole , mentre  con la destra agitava convulsamente la torcia che proiettava confusi ghirigori di luce. 

Per un attimo paventò che stesse per perdere l’equilibrio . 

Non accadde . De Caro continuò ad essere in testa sino alla fine della salita quando, dopo l’ultima curva , il cunicolo si restrinse notevolmente . 

La scossa tellurica era cessata; un silenzio angoscioso , gravido di oscure premonizione li avvolse. 

De caro illuminò lo stretto intercapedine della torre che precedeva l’uscita semiaperta . 

La luce gialla proveniente dalle Logge di Santa Chiara finalmente fece capolino nell’intercapedine.

D’improvviso  un boato assordante, anche se relativamente lontano, li fece sobbalzare. 

 

-          La in fondo sta crollando tutto ! – urlo Piero  - Fuori ! fuori di qui ! – 

 

De caro incespicò nel borsone di tela che Piero ed Enrico avevano lasciato all’inizio del percorso. 

Lo sollevarono quasi di peso e lo spinsero oltre la stretta apertura tra la parete semi dischiusa ed il muro esterno del magazzino di Filippo . 

 

Si ritrovarono sotto le Logge , in Via Del Monastero,  confusi e terrorizzati, ma vivi .

 

In lontananza  alcune persone stavano correndo verso di loro. 

Un parlottare concitato ruppe la quiete religiosa dell’antico  portico. 

 

-          Ma  che succede ? – 

-          Il terremoto ha fatto crollare la torre ! – 

-          Ma no ! non vedi che è ancora in piedi ? –

-          E cos’è quel fumo …? – 

 

Incuriosita ed eccitata, l’eterogenea  schiera incrociò i tre uomini che procedevano speditamente, in senso contrario,  verso la piazzetta della chiesa di San Pietro e ,senza curarsi di loro, proseguì verso la torre.  

Stava albeggiando quando giunsero sulla piazza . 

Appoggiato al parapetto del belvedere , il commissario Dautierre stava confabulando con due questurini .   

 

 

 

  

                                                                 XII 

 

Enrico si fermò. 

Non era affatto stupito di vedere il commissario francese; in un certo senso si aspettava la sua comparsa in scena. 

Piero scrollò con il palmo della mano  la polvere che gli imbiancava i capelli corvini. 

Dautierre  si accorse del piccolo gruppetto di uomini.

Riconobbe Enrico e sorrise.

Le mani in tasca , si avvicinò lentamente a loro , seguito dai due poliziotti. 

Coma al solito era vestito di tutto punto. Indossava  un impeccabile completo blu. Sotto la giacca, un pregevole gilet  scamosciato si armonizzava con la camicia e la cravatta grigio scure. 

 

-          Chi è quello ? – domandò Gianni 

-          Credo che sia quel  commissario di Nizza di cui mi avevi parlato. Non è vero, Enrico ?- disse Lercari. 

 

Lui annuì stancamente.

-          Monsieur Mancinelli . Che sorpresa ! –

-          Non credo che lei sia sorpreso, signor commissario . Da quanto tempo ci eravate alle costole  ? –

-          Veramente eravamo sulle tracce di quel bastardo di Lacombe . A proposito: Dov’è ?- 

-          In un adeguato sepolcro – 

-          Voi da dove spuntate ? 

-          Sicuro di non saperlo, commissario ?

-          Le ripeto che eravamo sulle tracce di Lacombe , poi,  non so come , è riuscito a dileguarsi.

 

Dautierre guardò l’orologio; Enrico notò che portava il quadrante sulla parte interna del polso, come era di moda negli anni settanta . Si guardò intorno , arricciando le labbra. 

 

-          Forse è meglio andare in questura. Il terremoto ha spaventato molta gente che si è riversata in strada: Pare che la scossa   non abbia causato molti danni, né vittime …. per fortuna.

I miei colleghi italiani  ci metteranno a disposizione una stanza dove potremo chiarire   ogni cosa. Se gentilmente vuole seguirci. Solo lei , ovviamente.

 

-          Questi sono i miei migliori amici e mi hanno aiutato parecchio in questa vicenda. Pretendo che siano presenti anche loro.

 

Dautierre era un uomo ragionevole e sapeva capire quando un’affermazione perentoria non ammetteva repliche e visto che non aveva intenzione di trascinare Enrico in questura con la forza  acconsentì alla richiesta. 

 

-          D’accordo  - disse – ma prima facciamo un’abbondante colazione.  – 

 

                                                              *****

 

-          ….. E questo è tutto -  concluse Mancinelli 

 

Dautierre si alzò dalla scrivania e , come era solito fare quando stava pensando, cominciò a passeggiare lentamente lungo il perimetro della stanza spartana e debolmente illuminata. 

Un inatteso raggio di sole fece capolino. 

Il commissario scrutò attraverso i vetri  lattiginosi dell’unica finestra.  

Il parcheggio gratuito di Piazza del Duomo era completo. Si avvicinò alla porta e spense l’interruttore della nuda lampadina posta al centro del soffitto altissimo. 

 

-          lei si aspetta che io le creda, professore ? – disse infine 

-          Credo che  la frana sotterranea  non passerà certo inosservata, commissario  –

-          Ha con se le memorie segrete del dottor Antommarchi ? –

-          Naturalmente –  

 

La questura di  Imperia si stava animando. Nel lungo corridoio del secondo piano del massiccio stabile, il calpestio si era fatto più frequente; le fievoli ed indistinte voci delle ore notturne lasciavano il posto ad esclamazioni decisamente stentoree ; a saluti pieni di gaiezza ; a tristi belati di gente ancora sonnacchiosa e già irritata di dovere iniziare in proprio turno di servizio.

Qualcuno giurava di essere stato letteralmente sbalzato dal letto a causa del terremoto; altri affermavano , convinti, di non aver sentito un accidente di niente.

Un piacevolissimo aroma di caffè pervase la stanza disadorna , adesso resa più allegra dal sole del  mattino.

Fuori, nei pressi dell’entrata principale, alcuni extracomunitari erano già in attesa  che l’Ufficio stranieri aprisse i battenti , benché non fossero ancora le sei e trenta.

Leggevano e rileggevano il permesso di soggiorno  da rinnovare. 

 

Con le gambe allungate sotto la scrivania e le mani sul grembo, Piero si sentiva intorpidito; le   palpebre, pesantissime, si  chiudevano sempre più frequentemente .

Gianni, invece, appariva ben desto, attentissimo, quasi brioso . 

Enrico avvertì un dolore sordo  nel fondoschiena. La rovinosa caduta, nel cunicolo, stava producendo i suoi  tardivi effetti .” C’era da aspettarselo “ pensò .

Con noncuranza, allargò le borchie degli anfibi; si sentiva improvvisamente stanchissimo.

Palpeggiò il tascone centrale del k.way, sfiorando l’estremità spigolosa della cartellina di pelle rossastra.

Nuovamente, Dautierre si era chiuso in un indecifrabile silenzio; con lo sguardo perso nel vuoto, si massaggiava le gote rese ispide dalla neonata peluria mattutina. 

 

-          Che cosa stiamo aspettando, commissario ? –  domandò, infine, Enrico. 

-          Come? Oh, nulla! Stavo valutando mentalmente circa l’opportunità che i vostri amici rimangano ancora.. –

-          Mi sembra di averle già detto che loro sono parte in causa-

-          E sia ! –

-          Credo che mi debba spiegare un sacco di cose –

-          Pienamente d’accordo – 

 

Si sedette sulla poltrona di similpelle , sfiorando con i polpastrelli il bordo della scrivania, come un pianista alla ricerca di un accordo ispirato . 

 

-          Quattro anni fa- cominciò quasi sommessamente – durante i lavori di restauro della pavimentazione di una delle sale del palazzo del Bargello, a Firenze, alcuni operai trovarono un breve foglio manoscritto.

Benché fosse datato 1821, era ancora in buone condizioni e perfettamente leggibile; era scritto in francese: una grafia ampia , caratteristica; si trattava di una lettera indirizzata al signor Archibald Arnoth che ,secondo il mittente, era ospite dell’Abate del Monastero di San Bernardino, tale Francesco Campani.

Come diavolo fosse finita  nel centro di Firenze , dato che l’Abbazia si trova sopra Fiesole, è tuttora un mistero. 

Casualmente, la prima persona autorevole a cui venne mostrato il ritrovamento , fu il coordinatore aggiunto ai restauri , un francese di Nancy , il dottor Patrick  Trebbiani… -

    

-          Lei come fa ad essere al  corrente di fatti così precisi ? – lo interruppe Enrico – 

-          Se mi da il tempo di raccontare l’intera vicenda, lo potrà capire – rispose Dautierre sorridendo bonariamente . 

-          Il dottor Trebbiani – riprese- si accorse immediatamente dell’importanza di quella missiva; non tanto per il suo valore storico che, ovviamente, era tutto da valutare, ma soprattutto per il suo contenuto-

-          Cioè?-

-          Vede, il dottor Archibald  Arnoth è l’uomo che assieme al medico personale di Bonaparte ha condotto l’autopsia sul corpo dell’Imperatore , poche ore dopo la sua morte; in quella lettera , il mittente ha voluto assicurare Arnoth che non avrebbe rivelato ad alcuno il segreto che li legava. Tuttavia confessò , al contempo, di avere scritto la verità su ….. –

-          Mi scusi , commissario – lo interruppe nuovamente Enrico – credo di conoscere  questa parte ; ho parlato a lungo con il professor Siri sulla storia della lettera e so anche che Paula Milosz ne era venuta , non si sa come , in possesso… - 

 

Portò le mani sulle reni, arcuando la schiena  in una momentanea cifosi. L’altissimo schienale della vecchia sedia di legno massiccio  permetteva solo  movimenti sgradevolmente sincopati.  

-          Quello che voglio sapere – concluse – è il ruolo di Paula Milosz in tutto questo; perché Lacombe ha ucciso Siri ed il suo assistente e.. altro ancora, capisce? – 

 

Dautierre  si alzò di nuovo, dirigendosi verso la finestra e dando le spalle ai tre amici. 

Enrico lo seguì ansiosamente con lo sguardo , in un’attesa quasi febbrile. 

Il commissario aprì la finestra  per poi richiuderla subito dopo. Cominciava a fare caldo.

 

-          Cercherò di esporre l’essenziale – disse voltandosi – dunque, il dottor Trebbiani si sentì in dovere , come cittadino francese, di consegnare subito la lettera all’ambasciatore; con una scusa  si recò a Roma .  

Il diplomatico si rese subito conto dell’importanza del documento.

Chiese a Trebbiani di poterlo tenere  e di non farne parola con nessuno. 

Pochi giorni dopo , a Parigi, l’ambasciatore consegnò la lettera al Ministero degli Interni.  Immediatamente vennero poste in essere delle indagini “ top secret” poiché , dopo avere appurato l’autenticità della lettera, si convenne che era stata scritta dal dottor Francesco Antommarchi, il medico personale di Napoleone. 

Si renderà certamente conto che per la Francia  era di importanza straordinaria sapere quale segreto celasse Antommarchi  e conoscere , finalmente, la vera causa della morte dell ‘Imperatore. 

Le ricerche sull’esistenza di un possibile diario segreto di Antommarchi furono coordinate dai servizi segreti in una zona compresa tra Marsiglia e  Genova ; infatti, nella missiva, il mittente dichiarava di avere nascosto parte del memoriale , quello che non avrebbe fatto pubblicare , “ non lontano da qui” e visto che scriveva da Tolone e che si aveva notizia di un suo soggiorno in Liguria, prima di tornare in Corsica , i militari decisero di delimitare il campo di ricerche in quella  zona . 

Poi successe l’incredibile . 

Un giorno, una donna molto bella si presentò al dipartimento trentesimo della Defense , a Parigi.

Ufficialmente, il dipartimento trentesimo  è sede di ricerche economiche e statistiche , ma , in realtà, è anche una filiale del servizio informazioni per la difesa nazionale.

La donna dichiarò di essere una ricercatrice e di poter visionare alcuni microfilm d’archivio. Mostrò, effettivamente, un’ autorizzazione a firma della presidenza della facoltà di Economia della Sorbone 

Ebbene, circa due ore dopo la donna era sparita e con lei anche la lettera di Antommarchi. 

Come diavolo facesse a sapere della lettera  è un mistero assoluto. 

La cosa più sconcertante è che conosceva esattamente dove era conservato il documento. 

La donna misteriosa venne presto individuata , ma si decise di non intervenire perché i militari erano convinti che li avrebbe guidati, suo malgrado, al nascondiglio dove Antommarchi si supponeva avesse conservato il suo diario segreto.

Dopo avere verificato i suoi incontri con il professor Siri, il dipartimento decise di investirmi di una parte delle indagini , a Nizza.

Venni convocato dal colonnello Beauniveau, che conoscevo sin dai tempi della guerra d’Algeria, quando prestavo il  servizio militare  ad Algeri come marconista. 

L’incarico era notevole, decisamente importante . Beauniveau  mi disse chiaro e tondo che dovevo seguire gli spostamenti di Paula Milosz per ottenere , entro breve tempo,   risultati concreti ; in pratica dovevo trovare il diario segreto di Antommarchi. 

Quando la magistratura milanese appurò che Giordano Santinato era stato avvelenato, il dipartimento mi affiancò il giudice Vassalli , in collaborazione con il Ministero degli Interni italiano. 

Il giudice Vassalli era il titolare delle indagini preliminari sul caso Santinato, ma anche – e soprattutto -  sul “ caso Antommarchi” e su Paula Milosz , in Italia. -

 

Dautierre si sedette; i suoi movimenti erano fiacchi, sfibrati. Cominciava ad essere stanco.

 

  - A questo punto , entra in scena Lacombe. – disse guardando il soffitto – è strano : non  mi sono mai fidato sino in fondo di lui, benché non avessi da lamentarmi del suo lavoro.. ma c’era qualcosa nel suo modo di fare che non mi convinceva; forse certe  reazioni di violenza gratuita e fuori luogo, o forse quella sua maniera di curiosare anche in faccende che non lo riguardavano . In questo caso, siamo stati fortunati.

Sospettavo di lui  da tempo; ogni qualvolta ero in comunicazione con il dipartimento, spesso entrava nel mio ufficio con un pretesto. 

Scoprimmo che Lacombe era da tempo in contatto con una banda internazionale di ladri di opere d’arte , disposta a pagare profumatamente  qualsiasi articolo di una certa rarità ed importanza… - 

 

-          Li avete arrestati ? – domandò  Mancinelli 

-          Come ? Oh ,no! , non è questo il punto; il fatto sconcertante è un altro..-

-          Cioè ? –

-          Vede , dopo l’omicidio dell’assistente di Siri , scoprimmo casualmente che Lacombe era solito telefonare da una cabina di Avenue de la Republique , e sempre alla stessa ora , le due del pomeriggio. Intercettammo , quindi, alcune sue telefonate… ed il risultato fu stupefacente, impensabile.. – 

-          Con chi parlava Lacombe ? -  domandò Enrico, visibilmente ansioso 

-          Con la direzione amministrativa della  British Library , a Londra , con qualcuno che “ era autorizzato ad offrire un milione di  sterline per tutti e due i documenti “ ; evidentemente intendeva sia la lettera che gli appunti segreti .

Il misterioso interlocutore aggiunse che prima di ottenere  la somma  pattuita, avrebbe dovuto attendere che i reperti fossero sottoposti al vaglio governativo e poi a quello di autenticità. - 

 

Enrico trasalì  .

 

-          Il vaglio governativo!?  Cioè del governo inglese !? –

-          Per l’appunto – 

 

Piero socchiuse le labbra; un rivolo  di saliva trasparente apparve all’angolo delle labbra , involontariamente rilassate per la stanchezza.

Gianni , che fino a quel momento non aveva esternato nessuna emozione , né aveva proferito sillaba , si sporse in avanti con gli occhi  stralunati dallo stupore. 

Puntò il dito indice contro il francese. 

 

-          Lei vuole farci credere che il governo inglese era consenziente all’operazione , o addirittura che ne era l’artefice in prima persona ?-

-          Non il Governo inglese nel suo complesso, ma alcuni ..diciamo “ elementi”  

-          ..e gli accordi sono stati presi telefonicamente ,come tra due amanti  che si danno un appuntamento segreto all’autogrill ?  suvvia, non ci faccia sbellicare dalle risate! –

 

Dautierre corrucciò la fronte, serissimo, ma anche infinitamente triste . 

 

-          Può sbellicarsi quanto vuole, monsieur , ma  sono i fatti . Le ricordo, inoltre, che lei è reso partecipe di  segreti di stato e non dovrebbe essere qui, in questo momento-

-          Già.  Il fatto è singolare – 

 

Il timore angoscioso che la discussione potesse degenerare, costrinse Enrico ad intervenire. 

 

-          La prego ,commissario, sono sicuro che il dottor De Caro non voleva interferire. Non è vero, Gianni ? –

 

Nessuno comprese esattamente  il significato del grugnito di De Caro che incrociò le braccia senza aggiungere altro.

-          In tutta onestà – riprese Dautierre guardando sottecchi  Gianni  - non credo che gli “ inglesi” fossero coscienti che il nostro amico Lacombe potesse essere uno spietato assassino. – 

 

Il commissario emise un lungo sospiro , interrotto da un improvviso singulto; si tolse gli occhiali e massaggiò delicatamente l’estremità delle mascelle. Sembrava esausto. 

 

-          Dimenticavo di dirvi , professore, che Lacombe era in contatto con Santinato, a cui aveva offerto  metà della somma – 

-          Santinato era complice di Lacombe ? –

-          Esattamente, e avrebbero tolto di mezzo Paula allorquando , a sua insaputa, li avesse condotti al diario segreto di Antommarchi, ma , come vede, lei è stata .. preveggente. Fossimo intervenuti prima ……… –

-          Si sa nulla di Paula ?-

-          Buio assoluto e le domandi sconvolgenti che mi pongo sono : come diavolo faceva a sapere del documento conservato al dipartimento quattordicesimo? Come ha fatto ad intuire che il suo compagno voleva disfarsi di lei, dopo aver ottenuto quello che voleva? Possibile che Santinato sia stato tanto ingenuo da farsi scoprire subito? - 

 

Dautierre dischiuse le labbra , respirando velocemente ; poi agitò la mano semichiusa , come un artiglio ,  quasi volesse significare la  difficoltà ad esprimere un pensiero  astruso. 

 

-          E come se quella donna avesse un suo personale suggeritore; qualcuno che , costantemente, la informava su quello che doveva o non doveva fare. – 

 

Lasciò che il braccio  cadesse sulla scrivania , pesantemente , quasi senza vita . 

 

-          lei cosa ne pensa , professore ? –

 

Enrico abbassò lo sguardo, senza rispondere :  ma  lui , adesso, conosceva la verità . 

Per un momento, Dautierre si convinse che Enrico  potesse definitivamente far luce su quella maledetta  sciarada. 

Attese , pazientemente, per un lungo, interminabile minuto; poi scosse la testa rassegnato. 

 

-          Non voglio sapere come siete riusciti  a venire in possesso degli appunti segreti di Antommarchi. Mi fareste perdere solo del tempo, ed io sono tremendamente stanco e credo lo siate anche voi. Quindi , professore, se vuole consegnarmi quello che ha appena trovato … - 

-          E’ l’unica cosa che vi interessa , vero ? omicidi ed avvelenamenti sono in stretto subordine , come si dice .. –

-          Appartiene al governo francese , monsieur . D’altronde non vi avrei raccontato tutto questo solo perché siete tre simpatici “ quattrecentscoups”.

 

Enrico guardò il tascone del k.way sorridendo mestamente , poi fece scorrere lo zip, prese la cartellina di pelle rossastra e la consegnò al francese.

-          E’  quasi tutto ben conservato – disse.

 

Dautierre prese la cartellina , si alzò velocemente e premette un arcaico pulsante rosso posto sulla parete , dietro la scrivania.

Entrò un timido ed assonnato questurino. Il francese gli porse il reperto 

 

-          Sapete dove – ordinò . 

 

Silenziosamente  tutti si alzarono . Sembrava la fine di una  inedita piece teatrale di Vitaliano Brancati. 

Inaspettatamente , Dautierre pose il braccio sulla spalla di Enrico , con fare amichevole . 

 

-          Sono sicuro di poter contare sulla vostra discrezione; potete immaginare quale provvedimenti prenderebbero nei miei e nei vostri confronti se solo si venisse a sapere che vi ho lasciato andare senza ulteriori  indagini. 

-          Lo immagino – 

 

Il commissario sembrava improvvisamente di ottimo umore 

 

-          Monsieur Mancinelli, sa  dirmi chi rappresenta quella statua lassù , su quel muro , di fronte alla basilica ? non ho avuto  il tempo di leggere la didascalia –

-          E’ San Leonardo, il patrono di Imperia ……. un castigamatti.   

          

   

     

 

  

 

                                                                     

                                                                 XII

 

De Caro si congedò subito. Disse che aveva una certa fretta di concedersi un sonno ristoratore e che  avrebbero avuto tutto il tempo per riparlare dell’intera vicenda.

Enrico seguì con lo sguardo la figura  piccola ma solida di Gianni ondeggiare verso la Strà. Era convinto che la  sua improvvisa foga  nascondesse un’altra ragione :Il cammeo dell’aquila, per esempio. 

 

L’imprevisto e sgradevole suono delle sirene spiegate ruppe la quiete di quella prima domenica di settembre . 

Gli occhi di Piero, diventati due fessure per l’immensa  stanchezza , seguirono meccanicamente il corteo di automobili . 

Due “Stilo” ululanti della polizia precedevano una berlina blu con targa francese, dai vetri  opacizzati; l’intermittenza della luce bluastra delle auto di servizio  infastidì ulteriormente  le pupille di Piero.

Per quanto fosse difficile distinguere l’interno dell’elegante berlina, Enrico si accorse che ,dal sedile posteriore  Dautierre li stava salutando con il dorso della mano, come facevano i dirigenti sovietici durante il festeggiamenti del primo maggio, sulla Piazza Rossa. 

Con i pugni serrati dentro le tasche dei Jeans, sbadigliò lungamente, poi si rivolse all’amico.

 

-          Quando parti ? –

-          Avrei dovuto essere già tra i fornelli .. -  

 

Guardò l’orologio 

-          Credo che partirò nel primo pomeriggio, dopo avere riposato un paio d’ore  -

-          Piero ..-

-          Non devi dirmi nulla… stammi bene campanaro, okay ?   –

Lo seguì con lo sguardo. Si  diresse verso via San Maurizio con andatura stramba, quasi avesse una leggera zoppia.

“ Gli anfibi” pensò Enrico sorridendo , e lo rivide con la bicicletta di Garnero pedalare  vigorosamente …..    

 

                                                          *****

 

Da “ Il Secolo XIX” del 2 settembre 2002 : 

 

 

 

 

 Oggi , la nostra città è all’attenzione del mondo dell’archeologia e della cultura per le straordinarie e casuali scoperte dell’altra notte. A causa del terremoto del 31 agosto scorso, sotto l’austera mole della torre del convento di Santa Chiara, si è verificato un crollo che ha portato alla luce le inequivocabili tracce di un’antica galleria la cui esistenza era rimasta finora ignota.

Negli annali di Porto Maurizio, infatti, non vi sono notizie documentali a riguardo.

Solo un’antica leggenda tramandata nei secoli, raccontava di un passaggio chiamato “ la grotta del pescecane “, che , dalla zona marina delle cosiddette “ ratteghe “ conduceva sotto la cinta muraria , nella parte alta di Porto Maurizio, attraverso un sotterraneo che percorreva il promontorio detto dei “ bundasci”. 

Alcuni elementi di pavimentazione, dei grossi lastroni in pietra serena , sono stati rimossi e sono attualmente allo studio degli esperti.

Purtroppo, pare non sia possibile  inoltrarsi all’interno di quello che  resta di una galleria sotterranea costruita, probabilmente,  per scopi difensivi , poiché , oramai, è rimasto ben poco e oltretutto uno scavo in quella zona sarebbe quantomeno rischioso per la stabilità degli edifici antichi e nuovi . 

Ciò non toglie nulla all’eccezionale valore della scoperta di questo condotto franato. 

Ma le sorprese non finiscono qui : il funzionario responsabile dei servizi culturali del Comune, il dottor Gianni De Caro . noto ricercatore ed autore di importanti opere di storia locale, concernenti sopratutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo , ha annunciato, unitamente al sindaco di Imperia , una conferenza stampa , per domani pomeriggio, al  Centro Polivalente di Piazza del Duomo.

Pare sarà annunciata e presentata  un’altra straordinaria scoperta : un reperto storico di superlativo valore ,anche questo venuto casualmente alla luce…  

 

                                                            ***  

L’aula magna del Centro Culturale Polivalente di Imperia  era gremita fino all’inverosimile.  Frotte di persone di tutte le età si accalcavano nelle due entrate della sala, ma il locale non poteva più  accogliere nessuno. 

Tutte i posti erano stati  occupati  e molti  erano seduti sul pavimento, nell’angusto spazio divisorio, tra le file di poltroncine di velluto rosso. 

Dirimpetto ai relatori, in prima fila, il Ministro , i due assessori regionali  di Imperia , il vescovo della diocesi e monsignor Bazzano , parroco di San Maurizio.

Dietro, in ordine sparso, quasi tutto il consiglio comunale di Imperia, con una  leggera prevalenza  dell’opposizione, e poi i cittadini, tanti. 

Ai lati del lungo tavolo della presidenza, il padre padrone di Imperia TV , Pennino, sembrava molto agitato e non finiva di dispensare consigli al giovane cameraman .

Vicino alla finestra, su un’altra telecamera figurava bellamente la farfalla azzurra, simbolo della RAI .

Redazione

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