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Al Direttore | 06 febbraio 2019, 10:00

La 'malattia' chiamata droga che colpisce tanti ragazzi di oggi, l'appello di Marco Magliano

L’invito che rivolgo a tutti, me per primo, è di rimboccarsi le maniche, dismettere la mentalità del pregiudizio e provarci!

La 'malattia' chiamata droga che colpisce tanti ragazzi di oggi, l'appello di Marco Magliano

C’è un morbo che si aggira per le nostre strade, una malattia che colpisce in particolare i nostri giovani, che si insinua nelle nostre piazze, nelle scuole, nelle nostre case; senza che nessuno senta suonare, senza che nessuno gli apra la porta sguscia dentro le nostre stanze e colpisce ciò che dovremmo avere più a cuore. Inizia come un piccolo raffreddore, qualcosa che sembra essere passeggero, di lieve entità, qualcosa che si può bloccare o lasciar sfogare senza correre troppi rischi. È un malanno di stagione, in questo caso forse sarebbe meglio dire di “età”, prima o poi passerà. E se tale affermazione può essere vera, magari per quei ragazzi che hanno una situazione “normalizzata”, ossia inserita nel quadro della norma e della normalità, non lo è affatto per quei tanti e tanti ragazzi che non hanno una situazione chiara di famiglia, di socializzazione, di scolarizzazione e che sono sempre più fragili e “scoperti” davanti al rischio di “contagio”. Non stiamo parlando di chissà quale malattia infettiva, anche se il paragone risulta calzante, ma dell’uso di sostanze che sempre più colpisce il settore giovanile della nostra comunità e sempre più diventa una “normalità” per i ragazzi. Spesso l’uso di sostanze diventa l’unità di misura della socialità, l’indice di successo e di gradimento. Chi è stato beccato e poi rimandato a casa, anche se ha a carico dei provvedimenti che in parte restringono la sua libertà, diventa l’eroe, il sopravvissuto, la dimostrazione vivente che non è poi così sbagliato quello che fanno.

La ricerca di aiuto non è esplicitata, non viene messa nero su bianco su fantastiche carte intestate, né è così semplice comprenderla, sommersa come è, sotto tonnellate di arroganza, spavalderia, spacconeria, ma soprattutto tanta paura di questo mondo così faticoso da sopportare, così violento, dove o sei il top, o in qualche modo lo devi diventare. Sono personaggi unici, senza libretto di istruzioni, e vanno alla ricerca di un autore che ne sappia raccontare le avventure e possa scrivere un lieto fine per loro e con loro. Il problema è che di autori non se ne trovano più. Molto (troppo) spesso, gli unici a volere scrivere qualcosa con questi fantastici personaggi sono persone che sfruttano la loro debolezza e li avviano a vite che fruttano economicamente, in maniera quasi iperbolica: sono così invitanti che il rischio che sta dietro non viene nemmeno preso in considerazione. “Quale lavoro ti fa guadagnare 400 euro al giorno?”. La vita normale diventa una noia, un qualcosa per mediocri, per poveri scemi che non ce l’hanno fatta.

Scrive Bruno Munari “Il lusso è la manifestazione della ricchezza incivile che vuole impressionare chi è rimasto povero. È la manifestazione dell’importanza che viene data all’esteriorità e rivela la mancanza di interesse per tutto ciò che è elevazione culturale. È il trionfo dell’apparenza sulla sostanza. Il lusso è una necessità per tanta gente che vuole avere una sensazione di dominio sugli altri. Ma gli altri se sono persone civili sanno che il lusso è finzione, se sono ignoranti ammireranno e magari invidieranno chi vive nel lusso. Ma a chi interessa l’ammirazione degli ignoranti? Forse agli stupidi.” Ma i loro autori hanno insegnato loro che il lusso è la realizzazione della loro vita. La ricerca dell’autore non è semplice, né scontata. A quante porte bussano, a quanti campanelli suonano, quanto il raffreddore è diventato influenza e già la febbre li strema. A quanti silenzi devono resistere questi ragazzi? Al silenzio della loro famiglia, che o assente o attonita non vuole credere che il loro figlio è stato infettato; al silenzio della scuola che quando diventano più irrequieti o “ingestibili” in classe deve trovare un modo per portare avanti la classe “nonostante” loro e quindi non può fare altro, “povera” come è diventata, che estraniarli; al silenzio delle istituzioni che rispondono alle loro necessità con il linguaggio politico o con uomini in divisa, che a quest’ultima devono appendere il grado di “padre” se riescono; il silenzio di tutti quanti noi che a quel campanello che suona non riusciamo mai a rispondere perché abbiamo paura, che, aprendo la porta, il morbo ci contagi. Era il 29 maggio 2018 quando scrivevo una lettera simile. È il 5 febbraio 2019 e la domanda che nasce forte è: che cosa è cambiato? Ora come allora scrivo togliendomi ogni cappello o etichetta, scrivo come Marco Magliano, solo con la forza delle mie esperienze e della vicinanza che per passione e per lavoro, mi porta a vivere in mezzo a questi ragazzi. Nel quotidiano frequento almeno una cinquantina di ragazzi di cui non esiste traccia, non si conoscono i genitori, non si sa come possano stare dalle 14 alle 20 di ogni giorno, festivi compresi, in giro. È vero che trovano “rifugio” in oratorio e cerchiamo, con le poche forze che abbiamo, di dar loro una sorta di indirizzo, ma nella mente da educatore tutto questo non basta e non può essere sufficiente.

L’altro giorno passando in una via secondaria, ma poco distante dal centro di Vallecrosia, ho incontrato un gruppo di almeno quindici ragazzi tra i 16 e i 21 anni, ragazzi già conosciuti dall’educatore di strada, ma che comunque restavano appartati senza che nessuno li considerasse, se non forse per segnalare la situazione ai carabinieri quando fossero diventati molesti. Segnalo questo gruppo come esempio perché ciò che mi sono portato via da quell’incontro sono le loro facce e i loro occhi. Sono quelle mezze battute che avrebbero voluto che io mi fermassi ancora un po’ con loro. Sono il mettere la corazza da parte e nonostante tutto il voler essere ripresi per quello che stavano facendo. Tuttavia se a rimproverarli è una telefonata che resta anonima e l’arrivo di una volante, che cosa si potrà mai insegnare?

L’invito che rivolgo a tutti, me per primo, è di rimboccarsi le maniche, dismettere la mentalità del pregiudizio e provarci!

C’è una sovrapposizione inquietante tra comprensione e giustificazione, per cui se uno cerca di dare una spiegazione ad alcuni fenomeni diventa quasi immediatamente un connivente con quella situazione. Non ci domandiamo più il perché di tante cose, le diamo per assodate. Non ci domandiamo più cosa possa essere giusto, proteggiamo ciò che è nostro con uno smodato senso di possessione che non ci permette di cogliere nient’altro se non il nostro bisogno. La protezione dei nostri figli non li proteggerà comunque dal contagio. Finché il dito inquisitore non si trasformerà in mano aperta e protesa a questi elementi estranei alla nostra vita, potranno passare i mesi, ma non passerà il senso di vivere in un mondo frammentato e parcellizzato, denso di fazioni e povero di legami e di donazione profonda tra esseri umani. Il diverso, il deviante, l’immigrato, saranno le sole categorie che ingabbieranno il nostro pensiero.

Ma il vero nemico comune è l’indifferenza, la noia, il “non è compito mio”. L’avversario con cui rivaleggiare è lo sfruttamento di questi ragazzi come “corrierini” di sostanze. Il rivale autentico è il silenzio con cui facciamo scorrere i minuti senza balzare giù dai letti e dalle sedie e rimboccarci le maniche per togliere dal pericolo questi ragazzi che sono essenzialmente il nostro presente e futuro e che sotto mille strati nascondo la bellezza dello sperimentarsi, la gelosia per il proprio avvenire, l’amore incondizionato per la vita. Solo andando oltre si potrà scoprire il vaccino contro questa malattia e il morbo se non debellato verrà almeno attenuato.      

Redazione

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