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CRONACA | mercoledì 19 settembre 2018, 16:50

Santo Stefano al Mare: due carabinieri a processo per la morte del tunisino Bohli Kayes. La testimonianza della moglie "Mi hanno detto che era morto solo il mattino dopo"

Sonia Alberti, moglie di Bohli Kayes, ha detto in aula: "Il mattino dopo ricevo una chiamata dal comandante dei carabinieri di Santo Stefano che mi chiede di recarmi in caserma per comunicarmi notizie relative a mio marito"

Santo Stefano al Mare: due carabinieri a processo per la morte del tunisino Bohli Kayes. La testimonianza della moglie "Mi hanno detto che era morto solo il mattino dopo"

Mio marito era un uomo buono, un bravo papà per i nostri due figli che sono rimasti scioccati dalla sua morte”. A parlare è Sonia Alberti, moglie di Bohli Kayes, il tunisino morto in circostanze da chiarire la sera del 5 giugno 2013 a seguito di un arresto concitato a opera dei carabinieri Fabio Ventura e Gianluca Palumbo, imputati al processo per omicidio colposo proprio per la morte di Bohli.

Sonia Alberti era la moglie del tunisino, si è costituita parte civile e questa mattina è stata sentita su richiesta dei suoi legali, Bruno Di Giovanni e Paolo Burlo.

La donna ha rivelato in aula di aver saputo del decesso del marito, avvenuto intorno alle 20.30 del 5 giugno, solo la mattina seguente alle 10, presso la caserma dei carabinieri di Santo Stefano al Mare, dove il marito era stato portato dopo l’arresto per spaccio avvenuto nel parcheggio del supermercato Lidl di Riva Ligure.

Ero preoccupata perché la sera mio marito non era tornato a casa, ho provato a chiamarlo ma il cellulare risultava spento. Così sono andata a dormire. Il mattino dopo ricevo una chiamata dal comandante dei carabinieri di Santo Stefano che mi chiede di recarmi in caserma per comunicarmi notizie relative a mio marito”.

Accompagnati i due bambini a scuola, la donna si è recata in caserma dove le è stato comunicato il decesso del marito, avvenuto circa tredici ore prima.

La vita per la famiglia di Bohli Kayes, 36enne con precedenti penali, è stata stravolta dalla sua morte. Era un aiuto carpentiere, come ha raccontato la donna, e con i pochi soldi che guadagnava, contribuiva al mantenimento della famiglia. “Lui lavorava in nero, quando c’era il lavoro. Lavoravo anche io, in due riuscivamo ad andare avanti. Dopo la sua morte mio figlio piccolo ha iniziato ad avere degli incubi, per cui è stato necessario l’intervento di una psicologa. Il grande sta realizzando adesso. È diventato geloso e possessivo nei miei confronti”.

La donna ha poi spiegato di non condividere le condotte illecite del marito, che a breve sarebbe tornato in Tunisia per sempre, per sfuggire a un arresto che gli sarebbe stato notificato per un cumulo di pene. “So che deteneva sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, ma per uso personale”.

Sonia Alberti ha poi precisato che il marito non soffriva di alcuna patologia, come ipotizzato dalla difesa dei due militari, che hanno prodotto i verbali di ventidue ricoveri negli anni precedenti alla morte, proprio per dimostrare che Bohli Kayes soffrisse di alcune patologie che gli sono state fatali nelle fasi successive all’arresto.

Non ricordo ricoveri, non ha mai avuto problemi cardiaci, giusto qualche calo di pressione. Per il resto stava bene, giocava anche a calcio”, ha raccontato la donna.   

Questa mattina in aula è stato sentito anche il carabiniere Fabiano Di Sipio, in un primo tempo indagato insieme a Ventura e Palumbo, ma prosciolto in fase preliminare dal giudice Massimiliano Botti. Anche Di Sipio era presente il giorno dell’arresto.

Quel giorno dovevo prendere servizio dalle 8.30 alle 16, ma nel primo pomeriggio il maresciallo Lizza mi ha chiesto se potevo fermarmi qualche ora per prestare ausilio a un’operazione di contrasto di sostanze stupefacenti a cui avrebbero partecipato Palumbo e Ventura presso il supermercato Lidl”.

Preso atto della convocazione, Di Sipio, insieme ai due colleghi si reca al parcheggio del supermercato dove, Secondo l’informativa Bohli Kayes si sarebbe recato per spacciare stupefacenti.

La mia doveva essere un’attività di osservazione e supporto. Venivo informato dell’attività da Ventura che mi ha fatto vedere una foto del soggetto, in modo che potessi riconoscerlo”.

L’attività di osservazione è avvenuta all’interno dell’auto privata di Palumbo, un suv con lunotto posteriore e vetri oscurati. “Ero sui sedili posteriori a osservare l’arrivo del sospetto e loro due si sono recati dentro il supermercato, andando tra gli scaffali, dove si presumeva avvenisse lo spaccio”. Uno dei militari all’interno si era anche procurato una maglietta del personale del supermercato per non destare sospetti.

I tre, in contatto telefonico, hanno monitorato la situazione fino a quando, intorno alle 19, Bohli Kayes, è arrivato davanti al supermercato, scendendo da un autobus. L’uomo in un primo tempo si è seduto su un muretto di cinta, e poi è entrato nel grande magazzino, da dove è uscito poco dopo, rincorso da Ventura e Palumbo.

Di Sipio, vedendo la scena, è sceso dall’auto ed è andato a dare supporto ai colleghi. 

Ventura ha chiamato il mio nome. Sono arrivato e ho visto tutti e tre a terra. Palumbo era in parte sdraiato verso il guard rail. Sopra c'era Bohli in posizione diagonale, quasi parallela al marciapiede, con la testa e mezzo busto fuori dal corpo di Palumbo il cui braccio sinistro era schiacciato dal corpo di Bohli, il quale era a pancia in giù, con le mani all'interno della tasca della felpa. Ventura lo teneva per i piedi e poi per i polpacci, perché Bohli si dimenava con forza”.

Secondo quanto ricostruito da Di Sipio, il tunisino si dimenava, chiedendo ai due militari cosa volessero, anche dopo aver capito che si trattasse di carabinieri. “Palumbo mi ha detto di prendere le manette dalla tasca dei suoi pantaloni. Mentre le tiravo fuori Ventura mi ha detto di prendere la stupefacente che il soggetto aveva gettato sulla strada”.

A quel punto è intervenuto un quarto soggetto, un privato cittadino, Vincenzo Speranza, già testimone durante la scorsa udienza.

Mentre raccoglievo lo stupefacente, ho sentito Ventura dire a un’altra persona, che ho scoperto dopo essere Speranza, ‘Vieni qui che lo ammanetto’. Nel girarmi ho visto Ventura ammanettare Bohli. Vedendo la situazione sotto controllo ho chiamato la stazione e mi ha risposto l'appuntato scelto Piras. Nel frattempo si è deciso di mantenerlo nella posizione. Lui si divincolava, ma meno di prima. In quel momento non parlava. La macchina è giunta dopo pochi minuti e si fermò all'entrata del parcheggio a sette otto metri di distanza da noi”.

Dall’auto sono scesi il maresciallo Lizza, l’appuntato scelto Piras e il maresciallo Massabò. Ventura, Palumbo, Lizza e Piras sono saliti a bordo portando con loro Bohli Kayes, ammanettato alle mani e alle caviglie, che hanno sistemato in posizione prona sul sedile posteriore, dove sono saliti Ventura e Palumbo. Secondo varie testimonianze, i due militari hanno portato il tunisino in auto tenendolo per le ascelle, mentre un terzo lo avrebbe sorretto per i piedi.

Di Sipio e Massabò, raccolti lo stupefacente e altri oggetti persi durante la colluttazione da Bohli e dai carabinieri, si sono recati in caserma con l’auto di Palumbo. All’ingresso hanno trovato il tunisino disteso per terra in stato di incoscienza.

Era ammanettato e apparentemente privo di sensi, in posizione supina. Si trovava nel corridoio subito dopo l’entrata. Era uno spazio piccolo, occupato da un mobiletto che decidemmo di spostare”.

Bohli Kayes aveva la cinta dei pantaloni slacciata, secondo Di Sipio per permettergli di respirare meglio. Poco dopo Palumbo ha chiamato il 118.

Quando sono intervenuti i soccorsi ero lì, hanno detto che respirava autonomamente, l’ossigenazione era buona. Poi lo hanno messo sulla barella e portato in ambulanza. Ricordo che il codice era giallo”, racconta ancora Di Sipio, che non ha ricordato se nel frattempo Bohli fosse ancora ammanettato, come risulterebbe alla parte civile, sia ai polsi che alle caviglie.

Sull’ambulanza sono saliti Ventura e Palumbo. Io ero dietro. Al pronto soccorso ho visto l’infermiera fare una puntura a Bohli, ci fu un’impennata del battito e poi più niente”.

I particolari del soccorso erano stati raccontati la scorsa udienza dall’autista soccorritore della Croce Verde Andrea Marchesi, e oggi dal collega che fece l’intervento insieme a lui, Bruno Giovanni Cavarero, che era con Bohli, Ventura e Palumbo durante il viaggio in ambulanza verso l’ospedale di Sanremo dove è avvenuto il decesso.

 “Ricordo che ci hanno chiamato nel tardo pomeriggio per un soggetto in agitazione psicomotoria. Al nostro arrivo trovammo un ragazzo sdraiato a terra all'ingresso, ammanettato anche ai piedi perché, ci dissero, che era troppo agitato. Abbiamo preso i parametri, non ricordo se avesse già la cintura dei pantaloni slacciata. Era in stato di incoscienza non apriva gli occhi spontaneamente. Non parlava ma la mia impressione mia era che fingesse perché quando lo muovevamo le palpebre si muovevano (secondo Di Sipio anche un altro militare presente aveva ipotizzato che Bohli stesse simulando un malore ndr). Non ricordo i parametri, ma misurammo pressione, saturazione e frequenza cardiaca e i valori erano buoni, tanto che lo trasportammo in codice giallo”.

L’ospedale lo ha però preso in carico in codice rosso. “Non immaginavo comunque che di lì a poco sarebbe morto. Il trasporto in ambulanza è stato tranquillo”.

A Cavarero il giudice Laura Russo ha però fatto notare che, interrogato dai carabinieri nelle ore successive al decesso, aveva dichiarato di aver dato a Bohli quattro litri di ossigeno. “Può darsi, ma comunque respirava, ripeto, non avrei mai detto che sarebbe morto poco dopo”.

Cavarero ha poi confermato che durante il trasporto il tunisino avesse le manette sia ai polsi che alle caviglie.

Mi è stato detto di lasciarle per paura che potesse riprendere a dimenarsi”.

Questa mattina sono stati sentiti altri testimoni, tra cui il dottor Carlo Bettazzo, medico odontoiatra che aveva avuto in cura Bohli nel 2012 per la rimozione di un molare. Al medico, il tunisino aveva detto di avere problemi di natura cardiaca, senza però scendere nei particolari, raccontando che in precedenza aveva avuto dei malori. Nel dettaglio aveva perso conoscenza in piazza Colombo a Sanremo.

In generale però, dalle ulteriori testimonianze è emerso che dalle analisi, i valori vitali erano buoni e che Bohli non soffrisse di particolari patologie.

Un’altra testimonianza importante l’ha fornita Valeria Finocchiaro, che quel giorno era presente al Lidl, quando Bohli è stato arrestato

Uscita dal supermercato ho visto due uomini atterrarne un terzo. Non avevo capito cosa fosse successo, mi sono avvicinata per chiedere se avessero bisogno di aiuto, ma i due carabinieri mi hanno detto di andare via. Poi lo hanno portato via in auto, a braccio. Bohli non si agitava. Era piegato su se stesso già da quando l’ho visto la prima volta".

Quale sia stato l’episodio che ha causato la morte del tunisino è ancora da chiarire. Secondo l’accusa, sostenuta dal Pubblico Ministero Lorenzo Fornace, i due carabinieri avrebbero esercitato una pressione eccessiva durante l’arresto sul corpo di Bohli. Da chiarire anche l’episodio delle manette, e se effettivamente si dimenasse o meno.

Su richiesta del Pm, il giudice ha affidato l’incarico a un perito di trascrivere le telefonate di quella sera alla centrale operativa del 118.

Il processo è stato rinviato al prossimo 26 settembre, quando verrà formalmente dato l’incarico al perito. I due carabinieri sono difesi dagli avvocati Pendini e Vaccaro del Foro di Genova.

Francesco Li Noce

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