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Attualità | 24 giugno 2018, 08:08

Da Bordighera agli Stati Uniti l’orgoglio italiano della pediatra Alice Bertaina: la sua tecnica per il trapianto di midollo può salvare la vita ai bambini affetti da tumore

Dopo l’esperienza al “Bambin Gesù” di Roma la prestigiosa chiamata dell’Università di Stanford in California: “Non chiamatemi “cervello in fuga”, l’Italia è un’eccellenza e voglio tornare”

Alice Bertaina

Alice Bertaina

Chi ha detto che per portare in giro per il mondo l’orgoglio italiano si debba essere per forza sportivi, attori, musicisti o cuochi? C’è anche chi, senza il clamore mediatico riservato agli altri, a testa alta difende la propria professionalità e la esporta con grande soddisfazione.

Se già lavorare in un ospedale è una scelta di grande umanità, stare al fianco dei bambini affetti da tumore è una vera e propria missione. Alice Bertaina, bordigotta doc, ha scelto di vestire il camice quando, anni fa, si è trovata dall’altra parte dello stetoscopio. Giovanissima, in ospedale, con tutti i comprensibili timori del caso, ha deciso che lei, da grande, avrebbe fatto il medico.

E così, ultimate le scuole superiori, è partita per Pavia, si è laureata ed ha poi iniziato la propria missione professionale al “Bambin Gesù” di Roma, al fianco dei bambini malati di tumore. E lì ha sviluppato la tecnica che ora la sta portando alla fama su scala planetataria.

Abbiamo incontrato e intervistato Alice Bertaina, la sua storia non può e non deve rimanere nell’ombra. Ci parla da Bordighera, dove si trova per un po’ di meritato riposo prima di tornare al lavoro in California.

All’Università di Stanford faccio quello che facevo prima al “Bambin Gesù” di Roma, mi occupo di midollo osseo nei bambini – ci racconta – a Stanford divido il mio tempo tra la clinica e la ricerca, per metà sto con i pazienti e per metà in laboratorio”.

In Italia (e ora anche negli USA) Alice Bertaine si è fatta largo nel mondo della medicina con una tecnica rivoluzionaria messa a punto e sviluppata per dare una speranza ai bambini affetti da tumore. “Al “Bambin Gesù” , sotto la guida del Prof. Franco Locatelli e insieme all'equipe del dipartimento di oncoematologia, ho messo a punto una specifica tecnica che permette di utilizzare uno dei due genitori come donatore di midollo osseo – ci spiega Alice – in questo modo ogni bambino ha un donatore garantito. Fino a qualche anno fa non era così, si doveva cercare un donatore compatibile o, al massimo, un fratello, ma solo se compatibile. Utilizzando come donatore uno dei due genitori, invece, abbiamo una certezza. Ho lavorato 10 anni per mettere a punto questa tecnica che è stata validata e ha avuto successo. È una ricerca tutta italiana che è stata ampiamente pubblicata e negli Stati Uniti ne sono rimasti affascinati. È uno dei motivi per i quali mi hanno chiamata qui a Stanford”.

Ma come si diventa medico pediatra specializzato in tumori infantili? Non è una scelta facile e talvolta arriva per caso, come ci racconta Alice: “È capitato, non avevo un interesse specifico in questo campo. Ho deciso che avrei voluto fare il medico quando, a 18 anni, sono stata ricoverata a lungo a Genova e mi sono trovata di fronte a un servizio molto negativo, eravamo trattati come numeri. Lì ho deciso di fare il medico. Nel mio percorso di medicina ho scelto di fare la pediatra, stando con i bambini mi sono resa conto che con loro potevo dare il meglio. E durante la specializzazione sono approdata in oncologia pediatrica, è quello che mi sento di fare”.

Come si fa a vivere in modo distaccato un dramma umano come un bimbo malato di tumore? “Credo ci sia un qualcosa di innato che non si può imparare, lo hai dentro – spiega Alice Bertaina – è impossibile non portarselo a casa dopo il lavoro, fa parte di te e del tuo modo di vivere. Passando tanto tempo con queste famiglie alla fine si diventa tutti un’unica famiglia. Il punto fondamentale per chi ha questo tipo di vocazione è che quello che ricevi da loro è ben di più di quello che dai. È quello che ti dà la forza, è un rapporto molto intenso. Non è una cosa facile, non si può studiarlo all’università”.

Alice Bertaina è un’eccellenza made in Italy, ma guai a chiamarla “cervello in fuga”: “Adesso sono fissa a Stanford, ho un programma a lungo termine. Penso che starò un po’ di anni, ma il mio obiettivo è quello di tornare in Italia. Quella di Stanford è un’università prestigiosa e sono molto onorata di questa opportunità, mi dà la possibilità di sviluppare una serie di tecniche e spero di tornare in Italia più arricchita”.

E così come non è un “cervello in fuga”, Alice vuole anche sottolineare come il sistema italiano e quello americano abbiano entrambi pro e contro, anche per sfatare il mito di una sorta di innata superiorità di tutto ciò che è straniero: “In Italia c’è un’assistenza clinica e un’attenzione al paziente che negli USA non ci potrà mai essere, la nostra capacità di attenzione è unica. Così come anche la nostra preparazione medica è imbattibile, la nostra formazione di base è superiore a quella che troviamo negli Stati Uniti. Per contro, negli USA c’è la possibilità di sviluppare velocemente una serie di tecniche sofisticare di laboratorio che in tempi brevi possono portare a risultati che possono avere un’applicazione clinica”.

E, infine, non può mancare un messaggio ai giovani che si stanno approcciando agli studi medici: “L’entusiasmo e la passione sono tutto, l’importante è credere in quello che si vuole fare. Non è vero che fare ricerca è difficile o che serva essere dei geni, in Italia si può fare ottima ricerca e la mia storia ne è una dimostrazione. Ai giovani consiglio di tenere duro e seguire l’entusiasmo e la passione”.

 

Pietro Zampedroni

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