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Economia | 16 marzo 2018, 10:11

Il lavoro è oggi sempre più intelligente. Allora è meglio passare dal Jobs Act al Peoples Act

Per chi vive in Italia sembra così scontato, ma ricordiamoci che molti Stati europei hanno una differente visione della priorità dei principi fondanti.

Il lavoro è oggi sempre più intelligente. Allora è meglio passare dal Jobs Act al Peoples Act

'L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro': l’articolo 1 della nostra Costituzione sancisce in modo solenne e chiaro l’esito del referendum del 2 giugno 1946 in cui, oltre a dichiarare la sovranità dello Stato esercitata dai cittadini, fissa chiaramente il lavoro come fulcro dello sviluppo della nazione. In una frase così semplice e breve è condensato quindi un principio cardine che regola non solo la vita economica dello Stato, ma soprattutto la responsabilità di ogni cittadino nel contribuire alla crescita della ricchezza del Paese, secondo inclinazione e capacità.

Per chi vive in Italia sembra così scontato, ma ricordiamoci che molti Stati europei hanno una differente visione della priorità dei principi fondanti. Per la Francia, ad esempio, il valore principale è rappresentato dall’indivisibilità della Repubblica e dalla sua laicità e per l’Olanda il modello si basa in assoluto sull’uguaglianza e sull’assenza di discriminazioni a tutto tondo.

Ma quale significato ha oggi lo sforzo dei costituenti di regalare agli italiani la possibilità di guadagnarsi il proprio futuro con il “saper fare”? Come possiamo reinterpretare il concetto di lavoro in un’epoca in cui gli uomini hanno iniziato a condividere parte della loro vita professionale con i robot e in cui la rivoluzione digitale è entrata nelle nostre case, nelle auto e nei nostri telefonini? Non esiste una formula magica in grado di dare una risposta completa e utilizzabile nel nostro Paese, ma solo una ridefinizione del concetto stesso di lavoro per rendere l’uomo sempre più responsabile delle sue scelte. Fin qui la teoria, ma uno stato civile si fonda anche su una continua innovazione legislativa capace di aggiornare le componenti del lavoro, come ad esempio la flessibilità, le tutele crescenti e l’adattamento delle esigenze delle Famiglie 4.0 alle regole del mercato.

In concreto, ogni tanto un Jobs Act si deve fare. Intendiamoci, una riforma del diritto del lavoro che vada al di là dei colori politici è sacrosanta. Soprattutto quando facilita l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e valorizza le competenze di chi vuole mettersi a disposizione delle aziende oppure di chi semplicemente vuole gestire il proprio tempo grazie all’esercizio di una libera professione. Ed è proprio qui che qualsiasi buona legge deve modellarsi al valore aggiunto dei lavoratori, piuttosto che assecondare vincoli di bilancio o semplici previsioni cabalistiche sul numero di posto di lavoro creabili nel medio periodo con l’adozione di questo o di quel provvedimento normativo.

Per fare la differenza, uno Stato deve quindi investire sulle risorse umane e sul loro capitale, cioè su quello zainetto di esperienze che ognuno di noi indossa e che nell’arco della vita lavorativa si riempie delle giuste competenze con cui trovare un nuovo lavoro e dei giusti attrezzi per riparare il lavandino.

Dobbiamo allora cambiare punto di vista e piuttosto che chiederci come creare più lavoro (molte volte è sufficiente l’offerta esistente!), dovremmo domandarci come contribuire a creare lavoro nuovo. In una parola sola, innovativo, fondato su politiche di attrazione dei talenti e riscoperta per tutti di mestieri non troppo antichi come il fabbro, il calzolaio, il falegname, il maestro d’ascia oppure il capoturno in fonderia. Certo, ma chi di noi oggi vuole fare il capo turno in fonderia oppure il marmista? Turni duri, un’attività usurante e l’impossibilità di sfoggiare il nostro abito slim fit o un tacco 12, sono pensieri che ci fanno accantonare subito l’idea. Senza dubbio meglio pensare di lavorare in qualche multinazionale dove in inverno fa caldo, in estate vi è una climatizzazione perfetta e magari si può accedere a benefit succulenti come soft drink gratis durante le ore di lavoro oppure a 40 ore settimanali con la possibilità di effettuare un giorno di smart working in pantofole da casa.

Riavvolgete il nastro e provate a chiedere alle tante Maria, Francesca, Carla e Paola che oggi svolgono questi lavori. Adesso i puristi diranno «ma come, donne in ruoli così faticosi?!». Sì, donne e allora?

Ma la realtà supera la fantasia perché magari alcune di loro sono state scelte al posto dei colleghi uomini dopo aver affrontato un corso di formazione per disoccupati ed aver sbaragliato la concorrenza maschile. Certo, per lavori tradizionalmente maschili - forse 20 anni fa - ma che oggi consentono di operare anche su simulatori di taglio, linee produttive e di prima lavorazione ingegnerizzate e software che collegano in rete e programmano il lavoro per cercare la perfezione tipica del Made in Italy.

Loro ce l’hanno fatta, sono diventate Peoples Act, parte di aziende italiane anche molto grandi che confermano la determinazione del Sistema-Paese seconda solo a quella dei cugini tedeschi. Questi lavoratori possono allora insegnare a tutti noi come reinventarsi, come creare un nuovo modello di lavoro frutto a volte della necessità, ma motorizzato dal capitale umano e perché no, dal talento.

Enrico Molinari

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