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CRONACA | martedì 13 febbraio 2018, 15:08

Sanremo: processo per la bancarotta fraudolenta di Coffee Time, Ingrasciotta, "Mai avrei ceduto le mie quote a Milone". Tensione in aula, la moglie dell'imputato a un teste "Ora so chi è lei"

Lunga e movimentata udienza, questa mattina in tribunale a Imperia al processo che vede imputato con l’accusa di bancarotta fraudolenta, l’ex amministratore unico di Coffee Time Giovanni Ingrasciotta che, al termine dell’istruttoria dibattimentale si è sottoposto all’esame del proprio avvocato Giulio Bettazzi e a quello del Pubblico Ministero Antonella Politi

Lunga e movimentata udienza, questa mattina in tribunale a Imperia al processo che vede imputato con l’accusa di bancarotta fraudolenta, l’ex amministratore unico di Coffee Time Giovanni Ingrasciotta che, al termine dell’istruttoria dibattimentale si è sottoposto all’esame del proprio avvocato Giulio Bettazzi e a quello del Pubblico Ministero Antonella Politi.

Prima di lui in aula erano sfilati diversi testimoni dell’accusa, tra ex dipendenti della società e membri della Guardia di Finanza e della Direzione Investigativa Antimafia, che hanno svolto le indagini a seguito delle quali è partito il processo, che si lega a un’altra vicenda, chiusa con un’assoluzione in primo grado, relativa alla cessione delle quote di Coffee Time alla figlia di Ingrasciotta e poi a un dipendente, Roberto Milone.

Il primo testimone a essere ascoltato è stato il comandante della compagnia della Guardia di Finanza di Sanremo Massimo Biancheri, il quale ha spiegato le origini dell’attività di indagine, partita nel 2007 a seguito di un controllo generato da una vendita considerata anomala, di un capannone la cui fattura era addebitata alla Coffee Time, pur non essendo interessata dall’affare. Si è scoperto poi che una delle ditte coinvolte dalla cessione del bene fosse, la Ingra srl, di proprietà dello stesso Ingrasciotta.

Dall’esame della contabilità eseguito dagli inquirenti fino al 2012, sarebbero nel frattempo emerse varie anomalie, tra cui una fuoriuscita di denaro di circa 139mila euro contabilizzata come anticipi per spese di personale. Come riferito in aula da Biancheri e dai testi ascoltati in seguito, tra cui il maresciallo della Guardia di Finanza di Sanremo Roberto Alfieri, le cifre in questione non sarebbero però state versate in busta paga ai dipendenti.

l’ipotesi accusatoria è che Ingrasciotta abbia sottratto denaro alla società per intestarlo a sé stesso al fine di acquistare beni e automobili di lusso. Dal controesame dell’avvocato Bettazzi e dalla deposizione di Ingrasciotta, fatta sul finale dell’udienza, tuttavia è emerso che la fuoriuscita di denaro dalla società fosse dovuta allo stipendio da 24mila euro al mese che lo stesso Ingrasciotta, su consiglio del suo commercialista, si era assegnato con una delibera uninominale, di cui il presidente del collegio Donatella Aschero ha chiesto contezza.

Nel mirino degli inquirenti anche la cessione di alcuni macchinari da Coffee Time a Ingra, cessione, che per il curatore fallimentare di Coffee Time Massimiliano Franza, nominato dopo il sequestro preventivo da parte della Procura avvenuto nell’ambito delle indagini sulla società e su Ingrasciotta e i suoi presunti collegamenti con il boss latitante Matteo Messina Denaro, sarebbe stata fittizia, in quanto i macchinari sarebbero rimasti all’interno della Coffee Time che avrebbe noleggiato sempre da Ingra gli stessi macchinari.

Franza ha inoltre chiarito che Ingrasciotta, anche dopo il passaggio societario avvenuto a fine 2010 nei confronti della figlia Alessandra e a inizio 2011 da questa al dipendente Roberto Milone per 100mila euro, è rimasto amministratore di fatto di Coffee Time, circostanza confermata anche da un’ex dipendente, che ha parlato di una sua presenza costante in società.

Su questo punto Ingrasciotta ha chiarito che mai avrebbe voluto cedere Coffee Time, e che l’operazione di cessione fu dovuta al fatto che, quando la società vinse un importante appalto bandito dall’Asl1, alla ditta e al suo amministratore arrivarono l’interdittiva antimafia che rendeva dunque impossibile la prosecuzione dell’appalto. Lo stesso Ingrasciotta ha riferito che la decisione di cedere le quote alla figlia e poi a Milone fu dovuta al fatto che il Prefetto di allora disse che non avrebbe dato il consenso alla prosecuzione dell’appalto se il suo nome fosse comparso tra i soci di Coffee Time.

La presenza di Ingrasciotta all’interno della società era dovuta a motivi organizzativi, secondo quanto dichiarato dallo stesso. Serviva insomma per formare il neo amministratore Milone, per rassicurare i clienti, e inoltre perché la cessione non fu mai effettiva. Ingrasciotta divenne consigliere della società, perché il suo unico scopo era quello di rientrare quanto prima in possesso delle quote.

“Un paio di anni prima una ditta concorrente tentò di acquistare Coffee Time per 13 milioni di euro, ma io rifiutai. Come avrei potuto cedere la stessa ditta due anni dopo a Milone per 100mila euro?”, ha dichiarato Ingrasciotta che ha risposto anche alle domande sui beni in suo possesso, chiarendo di possedere un’auto e che gli altri mezzi erano furgoni e auto di rappresentanza dei commerciali, di proprietà della ditta.

Lo stesso Ingrasciotta, rispondendo alle domande del Pm, è intervenuto sulla verifica della Guardia di Finanza sulla sua società: “Volevano sapere se Matteo Messina Denaro mi mandava i soldi, questa era l’unica verifica, e il risultato e che non ho mai ricevuto soldi da lui”, ha detto.

Infine Ingrasciotta ha chiarito i suoi rapporti con alcune persone pregiudicate, confermando di conoscere Riccardo Ventre e Giovanni Pellegrino.

Sempre nel corso dell’udienza odierna, il collegio, costituito dai giudici Aschero, Botti e Trevia, ha sospeso il processo per diversi minuti a causa di alcune parole riferite dalla moglie a un testimone, appartenente alla Dia. La donna, quando questi è uscito dall’aula gli ha detto: “Adesso so chi è lei”. La frase è stata acquisita agli atti. Poco prima la moglie di Ingrasciotta era intervenuta nel bel mezzo dell’udienza denunciando il fatto che uno dei testimoni che aveva già risposto alle domande in aula, avrebbe tentato di influenzare i testi che sarebbero dovuti entrare in seguito.

Il processo è stato rinviato al prossimo 3 aprile per la discussione.
 

Francesco Li Noce

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