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AL DIRETTORE | domenica 14 gennaio 2018, 18:02

Informativa del prefetto di Imperia al ministero dell’Interno nel 1924, il racconto di Andrea Gandolfo

Lo storico matuziano si riallaccia al documento pubblicato qualche giorno fa da Pierluigi Casalino

Il ministro degli Esteri Sidney Sonnino (1914-1919)

“Egregio Signor Direttore,

    a completamento dell’interessante documento inviato qualche giorno fa al Suo giornale dal mio collega Pierluigi Casalino sull’informativa trasmessa dal prefetto di Imperia al ministero dell’Interno nel 1924 in merito al rafforzamento della vigilanza sulle persone che tentavano di espatriare clandestinamente in Francia attraverso il valico di frontiera di Ventimiglia, Le invio un documento risalente al 6 dicembre 1918, in cui il presidente della commissione incaricata di studiare la questione del confine italo-francese nella zona della Val Roia Alberto De Marinis prospettava al ministro degli Esteri Sonnino una serie di alternative per trovare una soluzione al problema della frontiera con la Francia nel settore della Val Roia. Le proposte italiane non sarebbero state tuttavia nemmeno prese in considerazione dal governo francese. Ecco dunque, nel dettaglio, il contenuto di tale documento:

     Alla fine della prima guerra mondiale il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino affidò l’incarico di studiare la questione del confine italo-francese in Val Roia a una commissione mista di rappresentanti della Presidenza del Consiglio e dei ministeri dell’Interno, degli Esteri, dei Lavori Pubblici e dell’Industria, Commercio e Lavoro. Il 6 dicembre 1918 il presidente della commissione Alberto De Marinis inviò a Sonnino un dettagliato promemoria sulla questione della Roia, nel quale venivano evidenziate tutte le principali emergenze derivanti dal tracciato della linea di confine all’interno della vallata. In merito a tali problemi, nella premessa del rapporto si può infatti leggere: «Il confine tra l’Italia e la Francia determinato con la Convenzione 7 marzo 1861, segue la cresta delle Alpi fino alla cima di Collalunga, ma a partire da questa abbandona lo spartiacque e scendendo prima verso la Tinea e poi risalendo la valle Vesubia, attraversa e oltrepassa la valle del Roja, fino a toccare il torrente Bendola. Dopo aver seguito un tratto di questo torrente, volge a occidente traversando di nuovo la valle Roja fino al colle di Termin, di dove, con andamento quasi rettilineo nord-sud, raggiunge il litorale tirrenico. Questo confine non risponde né alla parola né allo spirito dell’articolo 3 del trattato 24 marzo 1860 per il quale esso avrebbe dovuto essere determinato tenendo conto della configurazione delle montagne e della necessità della difesa. Invero non trova giustificazioni né in ragioni geografiche né in esigenze militari, poiché non segue la linea dello spartiacque e divide il corso del Roja che, mentre nasce dal versante sud del colle di Tenda e compie in territorio italiano il suo corso, si addentra per diciassette chilometri in territorio francese.

     Non assicura nemmeno interamente la difesa all’uno o all’altro dei due Stati confinanti, lasciando aperta all’Italia la via del Varo e del litorale attraverso le valli della Tinea e della Vesubia e alla Francia le valli della Nervia, di Taggia e del Tanaro verso le zone di Ormea e di Garessio. Non seconda poi neanche le ragioni storiche ed etnografiche, attribuendo alla Francia comuni come Saorgio e Breglio, fin da tempi remoti appartenuti ad aggregati politici italiani. Ed è in contrasto con le necessità della viabilità, del traffico, delle industrie e dei commerci locali. Questa irrazionale frontiera, infatti, taglia in due punti la valle del Roja con il risultato di spezzare l’unità economica della valle creando inciampo ai rapporti e agli scambi fra località e paesi della stessa valle facenti parte di Stati diversi e con quello di ostacolare i traffici fra territori del Regno i quali avrebbero, attraverso quella valle, la via più diretta di comunicazione».

    Per risolvere queste gravi anomalie la commissione avanzò dunque tre proposte di rettifica del confine così concepite e giustificate: «La rettifica del confine occidentale nella regione delle Alpi marittime (Valle Roja) fu chiesta fin dal 1861 dalle popolazioni di frontiera interessate, per tutelare il commercio locale fra l’alto Piemonte e la Liguria. Da quell’epoca, col progressivo sviluppo industriale che assume l’alta valle Roja, si fecero sempre più forti le ragioni per ottenere l’invocata rettifica. Queste ragioni si riassumono nelle principali seguenti: La rotabile della Roja è la sola via di comunicazione fra l’alto Piemonte e la Liguria. Tale rotabile traversa per 17 chilometri territorio francese: da ciò, a malgrado degli accordi doganali esistenti, derivano gravi intralci al commercio ed oneri all’alpeggio del bestiame. La strada ferrata Cuneo-Ventimiglia, che passa per la valle Roja, ha subito un notevole ritardo nella sua costruzione nel tratto che traversa il territorio francese… Il cuneo formato dal confine francese nel bacino della Roja lede i nostri interessi per l’utilizzazione delle acque del fiume quale forza motrice.

     A dirimere questi inconvenienti, gli enti locali interessati (basandosi anche su dati storici e contrattuali, questi ultimi relativi al protettorato del Piemonte su Monaco ed i diritti italiani su Mentone e Roccabruna) hanno prospettato tre soluzioni:

     1. Minima. - Inclusione nel nostro territorio di tutta la valle Roja e delle alture che la dominano immediatamente ad occidente, in modo da sopprimere il cuneo che attraversa la valle stessa da S. Dalmazzo di Tenda a Piena.

     2. Mediana. - Inclusione nel nostro territorio di tutto il bacino del Roja, e perciò anche del suo affluente il Bevera, in modo da eliminare ogni controversia circa il regime delle acque dei due fiumi.

     3. Massima. - Spostamento del confine a sud del bacino del Bevera, spostandolo verso occidente, sino al mare, portandolo a Capo d’Aglio, o anche poco più ad oriente di Capo d’Aglio, ma in modo da attribuire all’Italia i territori di Mentone e di Roccabruna.

     A complemento di queste proposte alcuni suggeriscono di cedere alla Francia, in compenso dei territori che si vorrebbero ottenere, la zona montuosa della provincia di Cuneo immediatamente a nord del confine attuale, nel tratto Collalunga Cima del Diavolo, riportando il confine stesso sullo spartiacque che si distende da Cima Collalunga a Monte Clapier.

In unito a tali proposte, dal punto di vista militare va rilevato quanto segue:

     1) La proposta minima importerebbe l’eliminazione del saliente francese di Breglio-Saorgio… Questa proposta, quando non si potesse ottenere di più sarebbe accettabile in quanto non pregiudicherebbe la nostra sistemazione difensiva, attuale, ed anzi ci metterebbe in condizioni di migliorarla, togliendo ai francesi la linea di alture ad occidente di Saorgio e di Breglio (sul culmine delle quali alture dovrebbe passare il confine).

     2) La proposta media porterebbe il confine sulla displuviale, che delimita ad occidente ed a sud tutto il bacino della Roja… Questa linea sarebbe indubbiamente vantaggiosa, giacché il possesso del bacino della Bevera favorirebbe la difesa della Roja, sia perché coprirebbe tale linea verso occidente con una importante zona montana, sia perché renderebbe efficiente, quale linea di arroccamento, il corso del Roja che è seguito dalla rotabile e dalla ferrovia…, sia perché – per contro – toglierebbe ogni importanza militare per i francesi alla rotabile del Paglion, che si verrebbe a trovare in quasi tutto il suo percorso nelle immediate vicinanze del confine e sarebbe dominata dalle nostre posizioni. Si aggiunga che il bacino della Bevera è solcato da una rotabile e da comunicazioni secondarie, le quali, oltre a giovare al nostro commercio, si presterebbero efficacemente ad una buona difesa manovrata e presenterebbe condizioni propizie agli effetti della finanza ad una futura eventuale sistemazione difensiva nostra su quel tratto della frontiera per la quale non sarebbero necessarie spese per l’apertura di nuove strade militari…

     3) Gl’inconvenienti ora accennati, presentati dalla proposta media, sarebbero eliminati con l’adozione della proposta massima, la quale costituisce una soluzione più radicale della questione, facendo seguire al confine, da Cima del Diavolo al mare, la linea naturale dello spartiacque fra il bacino della Roja e i bacini del Vesubio (Varo) e del Paglione… Questa delimitazione sarebbe assai conveniente in quanto metterebbe in nostro possesso tutto il bacino del torrente Carei con le sue risorse e la sua buona rete di comunicazioni e di accessi verso la frontiera.

     Con la soluzione proposta entrerebbero a far parte del territorio italiano Mentone, Roccabruna e Monaco. L’esame dei precedenti storici delle relazioni del principato di Monaco con la Francia, col Piemonte e col Regno d’Italia, dimostra come vi siano forti argomenti per sostenere i diritti dell’Italia su Roccabruna e su Mentone… Nella previsione ad ogni modo che le eventuali trattative per addivenire ad una rettifica di confine con la Francia abbiano ad incontrare gravi difficoltà, è bene essere preparati a dover rinunziare all’inclusione nel nostro territorio del Principato di Monaco, epperò la linea di confine in esame, in prossimità del mare, potrebbe essere la seguente: M. Agel, M. Gros, quota 438, Pont de la Veille. Con tale delimitazione il confine passerebbe immediatamente ad oriente di Beausoleil, senza pregiudizio dei nostri interessi militari.

     4) La zona, che si proporrebbe di cedere alla Francia, comprenderebbe l’alto e medio corso del Vallone di Castiglione, il torrente Mollierese (sic), il Vallone di Boreone, l’alta e  media valle di Madonna delle Finestre ed il Vallone della Gordolasca. La nuova linea proposta sarebbe, cioè, la displuviale che delimita tutto il bacino meridionale della Stura di Demonte… Questa linea non porterebbe pregiudizio all’industria ed al commercio locale… ed avrebbe un valore naturale inestimabile… Nei nostri riguardi militari, però, la proposta non è vantaggiosa. Essa ci priva della reale padronanza, che il confine attuale ci dà delle importanti linee di comunicazione dell’alto e medio corso della Tinea, dell’alta Valle Vesubia e della rotabile del Vallone di Bramajana (sic), mentre fissa il confine alle testate delle numerose valli di acceso alla valle Stura, agevolandone indubbiamente l’accesso ai nostri vicini, i quali col confine attuale per raggiungere quelle testate devono superare ostacoli montani di molta importanza. Per queste considerazioni tale proposta non appare meritevole di essere per sé accolta. Se però l’attuazione di essa fosse condizione per l’accettazione da parte della Francia della proposta massima sopra esaminata, non si può escludere che convenga all’Italia, anche dal punto di vista militare, di consentire alla cennata cessione di territorio, superiori essendo e notevolmente i vantaggi che in compenso le sarebbero assicurati.

     Le tre proposte esaminate: minima, media e massima corrispondono tutte alla miglior tutela dei nostri interessi economici: esse, inoltre, non solo non pregiudicano, ma sono a vantaggio anche della nostra situazione militare. In conseguenza le tre proposte sono tutte accettabili e da sostenersi, nella eventualità che fossero avviate negoziazioni in merito col governo francese. Quella più favorevole a noi, anche dal punto di vista militare, sarebbe evidentemente la proposta massima. Nella condotta delle trattative è da escludere da parte nostra iniziative delle cessioni a titoli di compenso (di cui al n. 4). E qualora esse ci fossero richieste, si potrebbe solo aderirvi in parte, in relazione all’accoglienza che troverebbero le proposte nostre… L’esame di una rettifica di frontiera ancor più vantaggiosa per noi della proposta massima, di cui si è trattato, e cioè l’esame di una rettifica di confine che ci metta in possesso del bacino del Padiglione, con o senza Nizza, sembra allo stato delle cose superfluo perché una tale rettifica è troppo remota dalle possibilità prevedibili».

    Questo progetto, che avrebbe forse potuto risolvere pacificamente alcune gravi controversie di natura confinaria tra i due paesi, venne però nettamente respinto dal governo francese con una nota trasmessa il 7 gennaio 1919 dall’ambasciata di Francia a Sonnino, nella quale il ministro degli Esteri transalpino Pichon comunicava allo stesso Sonnino che non rientrava nella visione del suo governo di consentire alla minima cessione di territorio né nel comprensorio delle Alpi Marittime, né in nessun altro luogo della frontiera italo-francese. Nella medesima nota l’ambasciata di Francia informava inoltre il nostro ministro degli Esteri che – considerato il fatto che il promemoria in questione aveva assunto la forma di una comunicazione indirizzata dalla delegazione italiana a quella francese nell’ambito della Conferenza della pace allora in corso nella capitale francese – il governo di Parigi, desiderando evitare che l’oggetto del promemoria si potesse ricollegare alle deliberazioni della conferenza, non aveva nessuna intenzione di ammettere un intervento internazionale in una vertenza concernente una frontiera comune già prima del conflitto, la cui soluzione non spettava alla conferenza, rientrando esclusivamente nella sfera delle relazioni dirette tra i due governi. In un promemoria di risposta a questa nota redatto da Sonnino per lo stesso Pichon, il nostro ministro degli Esteri chiarì alcuni aspetti della sua posizione in merito alla questione delle rettifiche confinarie nella zona della Roia, dove l’unico intento del governo italiano era quello di agevolare il traffico fra territori isolati tra di loro da un cuneo separatore, invitando nello stesso tempo il governo francese a prendere in considerazione l’ipotesi di riesaminare tutta la questione allo scopo di eliminare – senza alcun pregiudizio per i reciproci interessi nazionali – una grave anomalia (quella del cuneo della Roia) che caratterizzava negativamente la situazione della zona di confine nel settore delle Alpi Marittime.

Dott. Andrea Gandolfo – Sanremo”.

Redazione

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