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Sanremo Ospedaletti | domenica 23 luglio 2017, 07:21

Alessandro Cravotta e le sue “20 Regioni per Cambiare”, da un anno in giro per l’Italia in bicicletta sulle strade della sharing economy: “Ho trovato una serenità autentica”

32 anni, un posto fisso e una prospettiva di vita da cambiare: “Essere valutato secondo valori differenti da quelli a cui ero abituato mi ha permesso di sentirmi gratificato maggiormente e di acquisire un’autostima dimenticata da tempo”

Lasciare tutto per una vita nuova. Addio posto fisso, addio orari prestabiliti, un pensiero che chiunque nella vita si è trovato a fare almeno una volta. Ma c’è chi ha messo tutto in pratica.

Alessandro Cravotta ha 32 anni, è laureato, aveva un lavoro stabile nel settore per il quale aveva studiato, ma viveva in lui un’insoddisfazione che necessitava di essere placata. E, quindi, addio.
Una anno fa, senza la benché minima esperienza in merito, è salito in sella alla sua bicicletta partendo dalla pista ciclabile per girare l’Italia sulle strade della sharing economy. Un baratto in chiave moderna. Dare forza lavoro in cambio di vitto e alloggio. Ma non solo.
Dalla Liguria alla Valle d'Aosta, dal Veneto al Molise giù per tutto lo stivale. Ora è in Puglia.

Alessandro ha chiamato il suo progetto “20 Regioni per Cambiare”, perfetta sintesi del viaggio e del desiderio di trovare qualcosa di nuovo.
Un progetto ambizioso e faticoso e che proprio in queste settimane compie un anno. Il “nomade digitale” in salsa matuziana ha superato la metà del suo viaggio e, per festeggiare il suo primo compleanno sui pedali, lo abbiamo intervistato.

Iniziamo dal principio, chi era Alessandro Cravotta prima di partire?
Non è mai facile definirsi… e il periodo prima di partire è stato talmente caotico che descriversi è ancora più difficile. Sicuramente ero confuso, in generale su di me, su che percorso lavorativo intraprendere, sui miei bisogni, su cosa mi rendesse felice. Il problema vero è che avevo dimenticato cosa fosse davvero importante per me, continuavo ad inanellare scelte discutibili perché non avevo chiaro quali fossero le mie priorità. Partire è stato questo, trovare la voglia di resettare tutto con la speranza di trovare alcune risposte, in un ambiente più equilibrato privo di distrazioni. Sentivo la necessità di tornare ad ascoltarmi e, in mezzo al frastuono di prima, era impossibile”.

Che cosa ti ha spinto verso questa avventura?
Il progetto, un giorno dopo l’altro, ha preso forma da solo. Innanzitutto erano un paio d’anni che mi ero avvicinato con molta curiosità a tematiche quali energie sostenibili, permacoltura, decrescita, sharing economy, wwoofing. Da una parte poi, sentivo il bisogno di confrontarmi (sarà la crisi dei trenta) con realtà lontane dalla mia e mettermi un po’ in gioco. A chiudere il tutto c’è la fortuna di lavorare con il web e la possibilità quindi di poter portare il lavoro in giro con me. Di qui nasce “20 Regioni per Cambiare”, girare l’Italia appoggiandomi alla rete Wwoof scegliendo un host (fattoria, agriturismo, masseria) in ognuna delle 20 regioni soggiornando circa un mese, un tempo adeguato per osservare e speriamo apprendere competenze e stili di vita differenti. Fare il tutto in bici è stata una scelta di pura coerenza, in linea con lo spirito di muoversi in maniera sostenibile, anche se non nascondo attimi di sincero pentimento in alcune regioni piuttosto impervie”.

Che persone hai incontrato nel tuo viaggio?
Direi un po’ di ogni tipo ma sempre incontri positivi e costruttivi. Ho soggiornato in fattorie e agriturismi, azienda vitivinicola, parco naturale, comunità di famiglie, casa di accoglienza per pellegrini. Ho vissuto e condiviso la quotidianità con agricoltori e contadini, pastori e chef, ragazzi giovani all’inizio della loro avventura imprenditoriale e famiglie con una lunga tradizione alle spalle, italiani, romeni, polacchi, sloveni e svizzeri. E ho spesso incontrato altri wwoofers come me provenienti dall’Italia, dalla Francia, dagli USA, dal Brasile, dalla Spagna con cui confrontarsi e consigliarsi alla luce delle proprie esperienze simili”.

Quali sono le maggiori difficoltà che stai incontrando?
La vita “di campagna” non è facile, si sa. Quello che non si sa, è quanto non sia facile. Il freddo d’inverno (ho lavorato con -10 gradi), il caldo d’estate (sotto il sole a 36 gradi), la pioggia torrenziale mentre devi lavorare, gli insetti, la fatica di certi lavori. Abituato alla vita da ufficio e alla standardizzazione degli orari lavorativi non sapevo come fosse dura stare dietro alla natura, ai suoi ritmi, alle sue esigenze. E c’è spesso poca gratificazione, per come la si intende oggigiorno, perché i frutti del proprio lavoro hanno bisogno di tempo per maturare e c’è bisogno di aspettare, di perseverare e a volte anche di sperare”.

…e, invece, qualcosa che ti è sembrato più facile del previsto?
Con molta onestà: andare in bici. Sono partito un anno fa senza nessun tipo di allenamento specifico e vedevo nella condizione fisica il primo grande ostacolo da superare. Ricordo i primi giorni come infiniti e davvero demoralizzanti, percorrevo tappe giornaliere da 30 chilometri e a fine giornata ero stanchissimo, avendo con me circa 40 chili di bagagli; mi chiedevo se sarei riuscito ad arrivare almeno in Valle d’Aosta. Poi però, come avevo letto dai racconti di altri viaggiatori, il corpo ti ascolta, reagisce e si trasforma. Dopo un anno di pedalate riesco a fare tappe anche da 140 chilometri e questa è stata sicuramente la mia prima piccola grande conquista”.

Cosa ti manca di Sanremo?
Sarò banale ma sicuramente la famiglia e gli amici. In un viaggio di questo tipo hai la possibilità di conoscere moltissime persone ed entrare nelle vite di tanti, anche se per poco tempo: e questo bellissimo. Ogni tanto però hai voglia di condividere le tue giornate con gli amici di sempre, quelli che ti conoscono davvero e con cui è sufficiente uno sguardo per intendersi. Devo ammettere però che sono fortunato e sia la mia famiglia che i miei amici più cari, sono venuti a trovarmi lungo il mio percorso permettendomi di ricaricare le mie batterie emotive e ripartire ancora più motivato”.

Il tuo progetto si chiama “20 Regioni per Cambiare”, cosa vorresti cambiare?
Nell’anno prima di partire sentivo il bisogno di credere che ci fosse un’alternativa. Leggi, guardi video, ascolti interviste e sai che “il diverso” esiste, sai che ci sono realtà in cui alla velocità è contrapposta la lentezza, allo stress una naturale stanchezza, all’omologazione la possibilità di scegliere. Quello che mi serviva era toccare con mano queste alternative, vivere la quotidianità di chi davvero ha fatto queste scelte e le porta avanti, non senza difficoltà ma con coraggio e consapevolezza”.

…e dall’inizio del viaggio ad ora qualcosa è già cambiato?
In estrema sintesi: sto bene e sono felice. E non è poco, perlomeno non lo è per me. Ritrovare una serenità autentica, un equilibrio mai avuto e tante tante energie sono sicuramente i cambiamenti sostanziali che ritrovo dopo un anno di viaggio. Vivere non necessariamente per risultati ma soffermandosi a pensare alla persona che stai diventando mentre raggiungi i tuoi obiettivi, indipendentemente dal risultato. Essere valutato secondo valori differenti da quelli a cui ero abituato, mi ha permesso di sentirmi gratificato maggiormente e di acquisire un’autostima dimenticata da tempo”.

Che cosa ti aspetti al tuo ritorno a Sanremo?
Mi aspetto innanzitutto di non fare il gambero. Le comodità e la semplicità della vita di prima non mi mancano ma so che è più facile non ricadere in certe cattive abitudini quando non le hai sott’occhio, spero quindi che la pigrizia fisica e mentale che ho lasciato a casa non sia lì ad aspettarmi al mio ritorno. In generale mi chiedo spesso cosa farei se dovessi tornare domani e le risposte sono essenzialmente due. Dopo essere stato spettatore, avrei voglia di provare a costruire qualcosa di mio, con quello che ho imparato e sicuramente integrando con corsi o altra formazione più specifica; iniziare a capire se è davvero la vita che voglio fare. È anche vero però che “ora ne voglio di più”, l’idea di portare questa mia esperienza ad un livello superiore mi affascina. Pensarmi a pedalare per il Sud America e a pascolare in Mongolia, sono visioni che mi stanno entrando lentamente sottopelle e stanno mettendo radici. Il desiderio di esplorare una diversità ancora maggiore è un appetito difficile da saziare”.

Si conceda infine un inciso a chi scrive.
Alessandro non è solo un nomade digitale, non è solo un “matto” che lasciato la vecchia via per una nuova, non è solo un coraggioso che ha fatto ciò che molti si fermano solo a pensare. Per chi scrive è un amico, uno dei più cari.
E questa intervista vuole essere un dono, un pensiero, un’ulteriore spinta su quel sellino che spero possa portare Alessandro a superare ogni confine che ha in mente.
Sempre ricordando che qui a Sanremo c’è chi è pronto ad aspettarlo al suo ritorno, magari proprio nel punto da cui è partito.
Perché va bene partire, ma “don’t forget to go home”, ovunque essa sia.

Pietro Zampedroni

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