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#FONDATASULLAVORO | sabato 11 marzo 2017, 08:01

Il lavoro a chiamata: ecco cosa è e come è regolato, per legge non può mai essere inferiore a una giornata lavorativa

Oggi dedichiamo la nostra attenzione al lavoro intermittente, comunemente detto “lavoro a chiamata”.

Con l’appuntamento odierno continuiamo ad imparare e comprendere insieme le principali modalità attraverso le quali è possibile prestare il proprio lavoro.
Oggi dedichiamo la nostra attenzione al lavoro intermittente, comunemente detto “lavoro a chiamata”. Questa tipologia di contratto di lavoro viene disciplinata e confermata dal D.lgs. n. 81/2015, agli artt. 13, 14, 15, 16, 17 e 18. L’oggetto di cui si sta scrivendo è molto conosciuto, soprattutto tra i giovanissimi, e rappresenta una tra le formule più flessibili con le quali un’impresa può reclutare manodopera. Infatti, anche se lo svolgimento pratico dell’attività è comune a quello dei lavoratori “tradizionali”, nel caso del contratto a chiamata il lavoratore non viene sottoposto ad un vero e proprio orario di lavoro predeterminato.

In proposito, il prestatore di lavoro svolge la propria attività solo quando viene richiesta dal datore di lavoro (attraverso la “chiamata”), secondo le relative esigenze, ma ‒ ovviamente ‒ nel rispetto dei vincoli imposti dalla legge.

In particolare esistono due forme fondamentali attraverso le quali intrattenere un rapporto di lavoro intermittente. Nella prima tra queste il lavoratore si obbliga a garantire una disponibilità piena ed incondizionata al datore di lavoro e, proprio per questa eventualità, si vede corrisposta una indennità di disponibilità mensile. Tale somma di denaro serve proprio a compensare i periodi nei quali, pur non lavorando, il lavoratore garantisce la propria risposta alla chiamata (magari declinando altre offerte).
Esiste poi una seconda modalità ‒ la più diffusa ‒ nel cui ambito il lavoratore contrattualmente non si impegna a rispondere positivamente alla chiamata. In questo caso si prevede che vengano retribuite solo le effettive ore in cui ci si troverà fisicamente al lavoro (senza alcuna ulteriore indennità).
In termini generali, entrambe le ipotesi esposte non sono accessibili a tutti, esistono dei requisiti previsti dalla legge:
· Il contratto può in ogni caso essere concluso con soggetti con meno di 24 anni di età, purché le prestazioni lavorative siano svolte entro il venticinquesimo anno, e con più di 55 anni;
· Il limite temporale cui si sottopone il rapporto con ogni singolo datore di lavoro è di 400 giorni di lavoro effettivo nel triennio (questo vuol dire che, ipoteticamente, nulla vieta al lavoratore di sostenere una pluralità di contratti a chiamata e che, in caso di superamento di questa soglia, il contratto si trasformi in forma subordinata ed a tempo pieno). Il limite in questione non trova applicazione nei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo;
· E’ consentito ricorrere al lavoro intermittente secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi, anche con riferimento alla possibilità di svolgere le prestazioni in periodi predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno. Tuttavia i sindacati spesso si sono dissociati da questa forma di lavoro, considerata eccessivamente precaria, producendo il risultato che molto spesso i contratti collettivi tacciono sul tema del lavoro intermittente. In proposito la legge prevede che quando il contratto collettivo non contenga indicazioni utili ci si debba riferire ad un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, nel nostro caso il d.m. 23 ottobre 2004, che individua, seppur in via provvisoria, una serie di condizioni oggettive che legittimano il ricorso al contratto a chiamata.

Esistono alcuni divieti espressi nei confronti del ricorso al lavoro intermittente:
· Per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;
· Presso le unità produttive dove si è ricorso nei sei mesi antecedenti a licenziamenti collettivi o forme di sostegno all’occupazione in costanza di rapporto di lavoro (es. cassa integrazione o contratti di solidarietà) aventi ad oggetto lavoratori con mansioni analoghe a quelle dei lavoratori a chiamata;
· Presso datori di lavoro che non abbiano provveduto alla stesura della valutazione dei rischi imposta dalla legge.

Il contratto a chiamata è sottoposto al vincolo della forma scritta per i fini della prova e contiene anche la misura del preavviso, che per legge non può mai essere inferiore a una giornata lavorativa. Inoltre, in capo al datore di lavoro si impone l’obbligo di comunicare anticipatamente l’inizio della prestazione lavorativa o di un ciclo integrato di prestazioni di durata non superiore a 30 giorni alla direzione territoriale del lavoro competente per territorio tramite sms o posta elettronica (la violazione comporta una pesante sanzione amministrativa)

Sempre in chiave di tutela, per il lavoratore intermittente vige il principio di non discriminazione secondo il quale egli non può ricevere trattamenti economici e normativi complessivamente meno favorevoli rispetto a quelli corrisposti a lavoratori subordinati che materialmente si trovino in condizioni analoghe.

Risulta facile, alla fine di questa breve sintesi, comprendere perché il lavoro a chiamata sia definito come una delle forme di lavoro più precarie in circolazione. Infatti, fermi i requisiti che abbiamo precisato, sarebbe facile per un imprenditore utilizzare questo tipo di lavoratori per far fronte ad esigenze solamente temporanee lasciandoli subito dopo a casa (soprattutto nel caso del soggetto senza indennità mensile di disponibilità): basterà semplicemente smettere di telefonargli.

Edoardo Crespi

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