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LA VERA STORIA DI OSCAR RAFONE | domenica 25 settembre 2016, 08:00

La vera storia di Oscar Rafone: Con la bocca digrignata volta al plenilunio (cap.31)

Pubblichiamo ogni domenica il libro di Enzo Iorio, suddiviso per capitoli, per offrire a tutti un momento culturale nella 'giornata on line

Dietro casa mia c'era un piccolo terreno incolto. Lo chiamavamo il giardino perché un tempo lo era stato, forse. Adesso era solo uno spazio abbandonato dove non crescevano neanche le erbacce. Quando pioveva si riempiva di fango e non ci si poteva neanche giocare per giorni e giorni. Il fango che imbrattava gli stivali di mio padre proveniva da lì. Non ne ero sicuro ma avevo la netta sensazione di avere ragione, e purtroppo era così. Uscii di casa senza far rumore, stavolta passando dalla porta e portandomi le chiavi. Nel mio palazzo c'era un silenzio assoluto. Non accesi neanche la luce delle scale e per scendere senza ruzzolare mi basai sul chiarore della luna che penetrava dal finestrone sul pianerottolo. Quando entrai nel giardino sentii subito le suole delle scarpe incollarsi al terreno. Il fango era scivoloso, dovevo stare attento a non ritrovarmi con la faccia stampata per terra. In un angolo c'era una vecchia vanga, la raccolsi e notai che proprio lì accanto il fango era smosso, come se fosse stato spalato da poco. Con il cuore che mi batteva come un tamburo, cominciai a scavare. Delicatamente cercavo di rimuovere la superficie fangosa. Ma non dovetti faticare molto. Mio padre non si era nemmeno sforzato di scavare sufficientemente a fondo perché la sepoltura fosse abbastanza degna. E non aveva neanche usato una coperta o un lenzuolo o un maledetto telo di plastica. Il mio cane giaceva lì in mezzo al fango.

A scuola mi avevano fatto leggere una poesia che mi aveva spezzato il cuore. Parlava di un soldato che aveva vegliato tutta la notte accanto a un suo compagno morto con la bocca digrignata rivolta al plenilunio. Diceva proprio così.

Ricordo che mentre la prof la rileggeva lentamente per farcela comprendere a fondo io avevo chiuso gli occhi e mi erano apparsi i denti di quel soldato morto illuminati dalla luna. Non la bocca, ma il bianco dei denti e, non so perché, quella immagine mi è rimasta sempre dentro. Adesso mi era ritornata in mente con chiarezza e si sovrapponeva a quella del mio cane. Il suo labbro superiore si era arricciato all'insù e lasciava scoperti tutti i denti. Anche se sporchi di fango, sembrava che splendessero alla luce della luna, come se mi sorridesse. Gli accarezzai la fronte nel punto che gli piaceva di più, in mezzo agli occhi e notai che aveva la nuca imbrattata di sangue. Mio padre doveva avergli sfondato il cranio. Piansi in silenzio, con le ginocchia affondate nel fango. Il mio povero Wrestler. Gli chiesi scusa per averlo lasciato solo quando ero scappato e pregai. Non sapevo bene per che cosa, in fondo i cani muoiono e basta, non credo che Dio abbia creato un paradiso anche per loro, ma pregai intensamente e mentre lo facevo alcune lacrime mi scesero dagli occhi e gli caddero addosso.

Mi sfilai la maglietta e la usai per coprirgli la testa. Mi rialzai e con la vanga, lavorando in silenzio, feci un cumulo di terra sopra di lui. Sulla sommità infilai un legnetto.

Enzo Iorio

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