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| 26 giugno 2016, 07:10

La vera storia di Oscar Rafone: Due teglie di lasagne (cap.18)

Pubblichiamo ogni domenica il libro di Enzo Iorio, suddiviso per capitoli, per offrire a tutti un momento culturale nella 'giornata on line'

La vera storia di Oscar Rafone: Due teglie di lasagne (cap.18)

Zamina era stata a casa mia. Non so come fosse entrata, ma riuscivo a immaginarlo. Di sicuro non l'aveva fatta entrare mio padre. Lui odiava gli zingari e li riteneva responsabili di ogni maledizione. A me, a essere sinceri, non erano esattamente simpatici, ma nemmeno cambiavo strada se ne incontravo qualcuno. Diciamo che mi erano indifferenti, stavo solo un po' più attento se per caso me li ritrovavo nei paraggi. Sapevo che erano capaci di fregarti le cose da sotto il naso. Non che mi fosse mai capitato niente del genere, a me personalmente, ma ne avevo sentiti tanti di racconti su furti e fregature subiti dalle persone che conoscevo. Al bar del paese c'era sempre qualche espertone che la sapeva lunga e raccontava.

Proprio lì, una volta, ero ancora abbastanza piccolo, sentii dire che gli zingari rubavano i bambini, cioè li rapivano. Un tizio raccontò di persone e luoghi che conoscevo realmente e questo mi spaventò terribilmente: in seguito, per qualche anno, ogni volta che vedevo uno zingaro scappavo a gambe levate. Poi, crescendo, cominciai a ragionare sul fatto che mi accadeva sempre più spesso di sentire alla tv di fatti veramente orrendi che riguardavano bambini rapiti e uccisi da persone che conoscevano direttamente, per esempio vicini di casa, amici di famiglia o addirittura zii, nonni e genitori. Diventando grande seppi che esistevano i pedofili, e anche in quel caso gli zingari non c'entravano niente, anzi, erano di nuovo storie che parlavano di persone molto vicine ai bambini. Ne dedussi, così direbbe il mio prof di scienze, che gli zingari non erano più cattivi di altra gente, anche se questa deduzione imparai presto a tenermela per me, dopo che una discussione con mio padre sull'argomento era finita a bottigliate.

Dunque Zamina si era introdotta furtivamente in casa mia. Mi incuriosiva sapere come avesse fatto. Se entrando da una finestra o dal balcone. In fondo salire fino al primo piano arrampicandosi lungo il tubo della grondaia era una cosa che avrei saputo fare anch'io. O forse era entrata forzando la serratura della porta con qualche attrezzo strano. Una parte di me voleva cercare le parole giuste per rivolgerle la domanda, mentre un'altra parte mi spingeva a riflettere solo sul fatto che nei panni che mi aveva riportato avevo ritrovato non soltanto il cell, ma anche la collanina d'oro che riponevo nella tasca dei jeans prima di coricarmi. Tenuto conto di questo, se anche, trovandosi lì, avesse portato via qualcosa per tenerselo, sinceramente, non me ne importava nulla.

Insomma pensavo a questo mentre divoravo in silenzio una delle due teglie di lasagne al ragù che Zamina aveva messo in tavola. Le aveva comprate in rosticceria, erano ancora calde e mi sembravano squisite, quasi quanto quelle che mia madre mi preparava la domenica, tanti anni fa. Zamina non mangiava, stava in silenzio, di fronte a me, con lo sguardo girato di lato a fissare il buio intorno a noi, mentre continuava a sorseggiare vino rosso direttamente dalla bottiglia. Me ne offrì più volte ma io rifiutati perché a me l'alcol fa schifo. Non ne ho mai bevuto e mai lo berrò; per via di mio padre: non voglio essere come lui! Quando ebbi finito la mia porzione di lasagne e grattato anche il fondo della teglia, mi accorsi che la sua era ancora intatta. Lei me la avvicinò:

— Mangia anche queste, io non ce la faccio, ho lo stomaco chiuso.

Accettai, ovviamente: non mangiavo da due giorni e il mio stomaco sembrava, al contrario, molto aperto e soprattutto senza fondo. Lei invece continuava a bere.

 

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