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LA VERA STORIA DI OSCAR RAFONE | 15 maggio 2016, 06:00

La vera storia di Oscar Rafone: Senza un briciolo di forza (cap.12)

Pubblichiamo ogni domenica il libro di Enzo Iorio, suddiviso per capitoli, per offrire a tutti un momento culturale nella 'giornata on line'

La vera storia di Oscar Rafone: Senza un briciolo di forza (cap.12)

Mi svegliai. Subito non riuscii a capire dove mi trovassi, poi mi ricordai della notte prima, dei tuoni e dei fulmini, della pioggia e del buio che avevo trovato entrando nella casa abbandonata. Adesso era giorno. Potevo vedere il cielo attraverso la grata di una finestra. Era ancora nuvoloso, ma forse non pioveva più. Avevo freddo e lunghi brividi mi fecero pensare che dovevo avere la febbre. Mi copriva un telo di plastica blu, sporco e a brandelli, uno di quelli che si usano per ricoprire i camion. Sentivo la guancia sinistra infuocata e dolorante. Doveva essersi gonfiato lo zigomo, perché con l'occhio non vedevo liberamente. Feci per tastarmelo con le dita ma le braccia mi facevano così male che riuscii a mala pena a sfiorarlo. Era proprio gonfio. Cercai di alzarmi, ma dovetti rinunciare, mi faceva male dappertutto e non avevo un briciolo di forza. Avvertivo come un cerchio di ferro stringersi intorno alla testa e sentivo pulsare la coscia nel punto in cui mi ero ferito. Mi bruciavano le costole e la schiena, però il dolore più forte lo sentivo in tutte le giunture e dentro le ossa. Cominciai a contare le cadute e i colpi della sera prima ma quando arrivai a dieci mi fermai. A cosa serviva?

Un lungo brivido di freddo mi fece vibrare come un cellulare. Cercai di tirarmi meglio addosso il telo di plastica. Era grazie a quello, che avevo potuto dormire almeno un po' durante la notte? Probabilmente sì. Provai a ricordarmi come me lo fossi procurato ma non mi venne in mente niente. Forse lo avevo trovato lì per terra, proprio in quell'angolo dove mi ero lasciato cadere e poi nel sonno me lo ero piano piano tirato addosso. Non ero sicuro, mi sentivo ancora molto confuso e facevo fatica a ricostruire. Ripensando a mio padre non mi sembrava vero tutto quello che era successo. Che avesse tentato di strozzarmi con una corda e cercato di farmi penzolare dal balcone, che mi avesse preso a testate e pianto disperatamente sul mio cuscino, mentre biascicava "ti ammazzo, ti ammazzo". Eppure lo zigomo me lo aveva conciato lui in quel modo e inoltre una delle cadute peggiori, quella dalle scale di casa mia, quando con ogni probabilità mi ero fatto male alle costole e alla schiena, l'avevo fatta inciampando proprio in quella corda. Sì, era andata proprio così, e ora che avevo ricomposto i pezzi potevo anche piangere un po', tanto per leccarmi le ferite, come si dice. E invece non mi veniva proprio da piangere, neanche un pochino. Tutte quelle cose che mi avevano fatto male le vedevo lontane e piccole.

Enzo Iorio

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