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LA VERA STORIA DI OSCAR RAFONE | 03 aprile 2016, 07:00

La vera storia di Oscar Rafone: Quella matta della Cozza (cap.6)

Pubblichiamo ogni domenica il libro di Enzo Iorio, suddiviso per capitoli, per offrire a tutti un momento culturale nella 'giornata on line'

La vera storia di Oscar Rafone: Quella matta della Cozza (cap.6)

La mia scuola si trova in città. Io devo scendere quasi tutta la vallata per arrivarci. Non mi piace quella zona, preferisco il mio paese, che è così piccolo che ci chiamiamo tutti per nome. Però a volte vorrei che nessuno sapesse chi sono, perché quelli che mi conoscono mi odiano. Forse è perché sono un casinista come ho detto prima o forse è perché sono il figlio di mio padre e di mia madre.

O forse per tutte e due le cose.

La mia scuola è vecchia. Cioè si trova in un palazzo molto vecchio, diciamo antico. L'hanno pitturata per farla sembrare nuova. Hanno messo anche l'ascensore però noi alunni non lo possiamo usare. Solo certe volte, quando non ci sentiamo bene o abbiamo avuto un infortunio, possiamo prenderlo. C'è un cartello che dice "l'uso dell'ascensore non è consentito agli alunni". Ma io lo prendo lo stesso ogni volta che posso. Non è perché non posso camminare o perché mi stanco a salire le scale — dovrei fare solo un piano — è che mi piace! E poi scusa, ma se un ascensore non sale e non scende che ascensore è!

Mentre tenevo il dito premuto sul pulsante per chiamarlo sentii l'urlo della bidella dietro di me.

— Oscaaaar!

La voce della Cozza è inconfondibile. Sembra quella di una papera che viene strozzata. Io la so imitare molto bene e infatti certe volte mi diverto a fare gli scherzi ai miei compagni quando vanno in bagno.

Di solito quando mi chiama io le rispondo con la sua voce e lei si imbestialisce, ma stavolta feci finta di non sentire. Sapevo già che cosa voleva dirmi e speravo che quel cavolo di ascensore arrivasse presto. Invece era lentissimo, più del solito.

— Oscaaar! — urlò di nuovo la Cozza.

Stavolta non riuscii a frenarmi e urlai più forte di lei: — Oscaaaaaaaaar!

Fu un attimo e me la ritrovai alle spalle.

— Dove stai andando con quel bastone? — aveva gli occhi spalancati come due piatti da pizza.

— Non è un bastone — dissi calmo, senza staccare il dito da quel cavolo di pulsante. — È una mazza da baseball.

— E dove credi di andare a quest'ora e perché prendi l'ascensore e a cosa ti serve questa mazza da baseball?

Erano troppe domande tutte in una volta. Risposi alla prima.

— Vado in classe.

— In claaaaasse?

— Sì, in claaaaaaasse! — urlai con la lingua penzoloni.

— Ma lo sai che oooore sono?

— Entro alla terza ora, — dissi calmo calmo.

— Alla teeeeerza!? Ma stiamo scherzando! E con quella maaaaaaazza? Ma stiamo scherzando sul serio!

Era pazza, secondo me prima di fare la bidella la Cozza stava in manicomio.

— Oscaaaaar! — urlò come se fossimo a un kilometro di distanza.

Fu a quel punto che sollevai la mazza. Dritta sopra la sua testazza. Che fa pure rima. Lei si bloccò all'istante con gli occhi spalancati che facevano ping—pong tra la punta della mazza da baseball e il mio viso, sul quale in quel momento avevo fatto comparire un'espressione che mi viene bene: sopracciglia sollevate e naso arricciato! Fu questa la scena che si trovò davanti la vice quando si aprirono le porte dell'ascensore.

La vice è la Toscano. L'anno scorso è stata la mia prof di italiano storia e geografia, ma è anche vice preside. È magra come un cacciavite ed è più bassa di me. Peserà sette/otto chili! Però è brava e mi vuole bene. Io non lo so se gliene voglio ancora, perché l'anno scorso mi ha bocciato, però la rispetto.

— Rafone!

— Buongiorno prof.

— Cosa succede?

— Niente prof.

— Perché non sei in classe?

— Stavo entrando prof, ma la Cozza mi ha fermato!

— La Cossi, Rafone, la signora Cossi. Ne abbiamo già parlato, ricordi? I collaboratori scolastici vanno rispettati.

— Ma è lei che ha cominciato!

— Coooosa? Professoressa io gli ho solo chiesto dove stesse andando...

— Non è vero mi hai aggredito "verbalmente"! — e lo dissi proprio cosí, con le virgolette.

La Cozza fece degli strani movimenti con gli occhi, le labbra e il naso ma non disse niente. Si voltò e si allontanò. La sentimmo borbottare "io uno di questi giorni chiamo i carabinieri".

— Insomma Rafone, siamo alle solite, mi fece la prof incrociando le braccia.

Era arrabbiata. Non si vedeva dalla faccia e non si capiva dalla voce. Perché lei non perdeva mai la calma. Poteva scoppiare un incendio o venire il terremoto, lei restava tranquilla. Però io lo capivo benissimo quando era arrabbiata con me. Lo capivo dal cognome. Se mi chiamava per cognome era arrabbiata. Ma forse non proprio arrabbiata. Una cosa diversa. Come si dice? Delusa, ecco, era delusa e questo per me è peggio che essere arrabbiati. Perché quando uno si arrabbia e ti attacca tu gli puoi rispondere. Insomma è come essere in guerra aperta. Tu contro lui o lei. Te la giochi. Invece con la prof era diverso.

— Potresti abbassare quella mazza, per piacere?

Cavolo, che scemo, ce l'avevo ancora su!

La abbassai. Facendo roteare la spalla.

— Ehm, prof, questa camicia è troppo stretta e mi dà fastidio alla spalla perciò ho allungato il braccio verso l'alto.

— Rafone, la Cossi si è spaventata!

— Ma, prof, quella è matta!

Al che la prof non disse nulla. Incrociò solo un po' meglio le braccia e mi fissò negli occhi.

— Prof, ha sentito dell'incidente di ieri sera? Madonna, uno si è cappottato nella curva prima di casa mia. Io lo conoscevo...

Niente, continuava a fissarmi e non abboccava al mio tentativo di sviare il discorso.

Tacqui e mi impegnai a grattare con l'unghia del pollice l'adesivo che avevo attaccato sul manico della mazza da baseball. Era rotondo, e c'era scritto "Beat it!".

— Con quella non puoi entrare — disse.

"Quella? Codesta, prof! aggettivo dimostrativo! si dice codesta quando si vuole indicare un oggetto lontano da chi parla e vicino a chi ascolta". Lo pensai ma non lo dissi, perché non mi sembrava il momento opportuno. Anche se forse le avrebbe fatto piacere notare che mi ricordavo ancora molto bene le cose che mi aveva insegnato lei.

— Se vuoi andare in classe devi lasciarla qui e domani portare la giustificazione per il ritardo.

— Ma prof, questa mi serve! — dissi, ma nel momento stesso in cui lo dicevo mi sentii cretino. Molto!

— Per spaccare la testa a Martini?

Sapeva già tutto!

— So tutto, — confermò. — Stamattina sono venuti a raccontarmi che ieri gliel'avevi promesso. Io non volevo crederci e all'inizio ho cercato di minimizzare ma poi alcuni professori hanno insistito che ne saresti stato capace e infatti...

— Ma Prof, ha cominciato lui! Martini mi prende sempre in giro e ieri ha offeso anche mia madre.

— So anche questo e infatti ho già convocato i suoi genitori con un avviso sul libretto personale.

— Sì, i suoi genitori! Prof, ma quelli sono peggio di lui!

— Può darsi, Oscar, ma la tua soluzione non era migliore. Ma davvero pensavi di venire qui e farti giustizia con una mazza da baseball? Non ci posso credere, Oscar! Dopo tutti i discorsi che abbiamo fatto sui conflitti, sull'assertività, sul vivere civile...

— Prof, ma quando mi dicono che mia madre è una p... Cosa dovrei fare? Essere assertivo? — adesso mi veniva da piangere. Volevo andarmene, sparire all'improvviso. Mi vergognavo di farmi vedere mentre piangevo.

Mi allontanai. Riuscii appena a dire:

— Me ne vado, prof. Oggi non entro.

Sapevo che la Toscano avrebbe chiamato mio padre per avvertirlo che non ero andato a scuola. Era suo dovere farlo, mi aveva spiegato diverse volte che quando un minore varca il cancello dell'istituto scolastico non può uscire se non al termine delle lezioni o se non è prelevato da un adulto. Provò a fermarmi:

— Oscar, aspetta! Dammi almeno quella mazza, non fare stupidaggini. OSCAR!

Accelerai il passo senza voltarmi e uscii dal portone. Avevo gli occhi pieni di lacrime e la rabbia mi stava offuscando il cervello. Mi accorsi che per la tensione stavo stringendo la mazza talmente forte che mi faceva male la mano.

Enzo Iorio

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