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CRONACA | mercoledì 30 settembre 2015, 17:53

Processo d'appello de "La Svolta", il PM Arena chiede 6 anni per l'ex sindaco Scullino e 7 anni per Prestileo

Entrambi erano stati assolti in primo grado. Il PM ha chiesto pene più altre anche per gli altri imputati.

Chiesti 6 anni per l’ex sindaco di Imperia Gaetano Scullino e 10 anni per l’ex city manager Marco Prestileo, e un inasprimento della pena per i principali condannati al processo de La Svolta.

È entrato quindi nel vivo il processo d’appello, dopo la relazione di oggi del Procuratore Giovanni Arena, che ha definito “un errore macroscopico” quello del Collegio che, assolvendo in primo grado gli imputati dal 416 bis –concorso esterno in associazione mafiosa-, ha “stravolto la linea guida interpretativa perdendo la vista d’insieme”. Insieme costituito, come riassunto dal pm, dalle centinaia d’intercettazioni e dalle decine di testi, come ricordato anche dall’intervento del Procuratore Generale Vito Monetti- che “insieme costituiscono prove granitiche”, a cui si aggiungono le dichiarazioni dei pentiti, Francesco Oliveiro e Gianni Cretarola, che costituiscono “importanti riscontri”.

Dunque le prove, “che si incastrano come un mosaico e che aderiscono le une alle altre come pezzi di un puzzle” dimostrerebbero inconfutabilmente il concorso esterno in associazione mafiosa da parte di Scullino e Prestileo. In base a queste Arena ha ribadito come l’ex sindaco e Prestileo non solo conoscessero personalmente gli esponenti della ‘ndrangheta locale, in modo particolare la famiglia Marcianò –“lo sanno e lo dicono tutti che i Marcianò sono mafiosi, come non poteva saperlo anche l’amministrazione comunale?”- ma soprattutto sostiene che tramite la società Civitas (la partecipata comunale nata per volontà di Scullino) avessero favorito illegalmente la cooperativa Marvon, riconducibile, secondo l’accusa, ai Marcianò. E per garantire l’appoggio alla malavita, che avrebbe vinto gli appalti in modo illecito, avrebbero velatamente minacciato Achille Maccapani, segretario comunale al corrente delle procedure per i lavori affidati alla Marvon. Per l’accusa, quindi, i due indagati hanno agito non in difesa del bene pubblico, come indicato dalle motivazioni del Collegio, ma con “consapevolezza e oggettivamente hanno contribuito al sodalizio criminale e alla riconducibilità della Marvon ai Marcianò”.

A queste accuse va aggiunta quella di associazione mafiosa anche a Federico Paraschiva, assolto in primo grado. Quest’ultimo dalle intercettazioni risulta essere, secondo il Procuratore, ben più di un semplice amico di famiglia dei Marcianò, bensì un “ambasciatore come Palamara”, che durante le indagini faceva da messaggero –chiamando dalle cabine telefoniche per non essere intercettato- tra Marcianò padre e figlio, e ben addentro alla ‘ndrangheta, di cui conoscerebbe perfettamente l’iter di affiliazione, il cosiddetto “battesimo”. Per lui il pm ha chiesto in appello 6 anni.

Inoltre tra gli assolti in primo grado c’erano anche Stefania Basso, moglie di Ettore Castellana (condannato in primo grado a 7 anni) accusata di favoreggiamento e falsa testimonianza, per la quale si chiedono 2 anni e 6 mesi di reclusione, ed Enzo Gammicchia, accusato di favoreggiamento aggravato, per il quale la richiesta è di 2 anni e 8 mesi.

Infine il Pubblico Ministero ha chiesto un inasprimento della pena per alcuni dei principali imputati, che attualmente stanno scontando la condanna in diverse carceri e che seguono il processo in videoconferenza.

In particolare le pene più dure sono per gli esponenti della famiglia Marcianò - 24 anni per Giuseppe, 22 anni per Vincenzo, e 10 anni Vincenzo (del ’48)- per Giuseppe Gallotta -23 anni e 20 mila euro, e Maurizio Pellegrino -22 anni e 93 mila euro.

Medea Garrone

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