giovedì 23 ottobre 2014, 13:42

Cento anni or sono si concudeva il celebre processo Tiepolo, definito ‘il processo del secolo’. Il racconto di Andrea Gandolfo

Unico imputato del processo la nobildonna veneziana, contessa Maria Elena Tiepolo, accusata di aver ucciso, l’8 novembre 1913, in un appartamento di corso Umberto I (l’attuale corso Mombello), il giovane attendente del marito, Quintilio Polimanti

Cento anni or sono si concudeva il celebre processo Tiepolo, definito ‘il processo del secolo’. Il racconto di Andrea Gandolfo

A un secolo di distanza dalla sentenza del celebre processo Tiepolo, svoltosi presso la Corte d’Assise di Oneglia nel lontano 1914, lo storico Andrea Gandolfo invia un suo articolo, apparso quest’anno su una rivista locale, dedicato a questo argomento. Ecco il racconto di quello storico episodio:

"Cento anni or sono si concludeva presso la Corte d’Assise di Oneglia quello che le cronache giornalistiche del tempo avevano definito ‘il processo del secolo’. Protagonista assoluto del processo, per la sua abilità oratoria e le sue doti forensi, fu l’avvocato sanremese Orazio Raimondo, eletto da pochi mesi deputato nelle liste del Partito Socialista e già fattosi notare, a livello nazionale, per un suo ardito intervento nel corso del dibattito parlamentare seguito al discorso della Corona del dicembre 1913. Unico imputato del processo la nobildonna veneziana, contessa Maria Elena Tiepolo, discendente da un doge della Serenissima, accusata di aver ucciso, l’8 novembre 1913, in un appartamento di corso Umberto I (l’attuale corso Mombello), il giovane attendente del marito, Quintilio Polimanti, un bersagliere marchigiano diciannovenne, in procinto di essere congedato. Tra l’altro, il fratello maggiore del Polimanti, Attilio, aveva lavorato prima di lui come attendente sempre presso la famiglia della contessa. La Tiepolo era nata a Venezia nel 1879. Il padre Giandomenico, un alto magistrato, nel 1890 era stato trasferito a Camerino. Da bambina aveva accusato qualche lieve disturbo psichico, tanto che gli era stata diagnosticata una leggera forma di isteria. A vent’anni aveva conosciuto l’allora tenente dei bersaglieri Carlo Ferruccio Oggioni, con cui si sarebbe sposata nel 1901, e dal quale avrebbe avuto due figli. Poco dopo il matrimonio, Carlo Oggioni era stato trasferito in Somalia, e la contessa l’aveva seguito. Dopo la nomina a capitano, nel 1913 era rientrato in patria e, assegnato al 1° Reggimento Bersaglieri di stanza a Sanremo, si era stabilito nella nostra città.

Secondo la ricostruzione dei fatti da parte dell’accusa al processo, la contessa, verso mezzogiorno dell’8 novembre 1913, aveva ucciso con una rivoltellata in pieno volto Quintilio Polimanti, presso la sua residenza sanremese di corso Umberto I. Compiuto il delitto, la Tiepolo sarebbe uscita dall’appartamento, con l’arma ancora in pugno, rifugiandosi presso una famiglia di vicini. Salita al piano superiore del palazzo, la contessa avrebbe dichiarato alla moglie di un collega del marito, che aveva ucciso il giovane bersagliere per difendere l’onore dei propri figli. Intanto giungevano nello stabile il giudice istruttore Pestarino, il procuratore del re Cammarota e il commissario di pubblica sicurezza Silvestri, che avviavano le prime indagini, interrogando prima la contessa e poi gli altri testimoni. La Tiepolo dichiarò di aver esploso il colpo di rivoltella a circa un passo dall’attendente. Nella casa, al momento della tragedia, oltre ai due protagonisti, non c’era nessuno. I due figli della contessa si trovavano infatti a scuola. Sembra che tra la Tiepolo e l’attendente del marito fosse avvenuta una colluttazione, tanto che sul volto di Polimanti furono rinvenuti alcuni graffi. La contessa, a un certo punto, si sarebbe trovata vicino a un comodino, e allora le sarebbe venuto in mente di impossessarsi della rivoltella d’ordinanza del marito, riposta nel mobiletto. La Tiepolo avrebbe avuto peraltro soltanto l’intenzione di intimorire l’attendente, ma, vistasi in pericolo, le sarebbe partito il colpo dalla rivoltella. Dopo essere rimasta tutto il pomeriggio in una camera dell’appartamento del capitano Bosio insieme al marito, piantonata da un agente di pubblica sicurezza, alle 22 fu tradotta nelle carceri di Oneglia, accompagnata dall’avvocato Moreno e da un medico. La signora sostenne di non aver commesso un delitto, ma di aver agito per legittima difesa, tanto che, appena entrata in prigione, si disse convinta che avrebbe riacquistato la libertà entro pochi giorni, opinione condivisa del resto anche dal marito.

C’era inoltre da registrare come, da oltre un anno, la Tiepolo soffrisse di disturbi isterici piuttosto gravi e che un suo fratello si fosse tolto la vita a Parma alcuni anni prima. Nei mesi successi al delitto, la ‘tragedia di Sanremo’, come era stata ribattezzata la vicenda dell’omicidio Polimanti sui giornali dell’epoca, tenne banco sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. La Tiepolo, intanto, veniva visitata periodicamente da diversi medici ed era assistita da una suora. Nel frattempo la madre dell’omicida, contessa Laderchi-Tiepolo, che viveva a Parma, appena informata dell’accaduto, era partita subito per Sanremo. Preceduto da un’ampia campagna di stampa pro e contro la contessa, il 29 aprile 1914 si aprì, presso la Corte d’Assise di Oneglia, l’atteso processo nei confronti della Tiepolo, difesa dall’avvocato Raimondo, coadiuvato dall’avvocato Conti, docente presso l’Università di Cagliari. La giuria era presieduta da Scipione Leati della Corte d’Appello di Genova, mentre svolgeva l’incarico di pubblico ministero il sostituto procuratore generale Giuseppe Margottini. La Corte era assistita inoltre dagli avvocati Del Bello di Fermo e Francesco Rossi di Sanremo. Il Rossi era un penalista di fama nazionale ed aveva ricoperto la carica di sindaco del comune di Bordighera dal 1901 al 1907. Nel primo dopoguerra sarebbe stato eletto deputato per tre legislature nelle liste del Partito Socialista, ritirandosi poi a vita privata negli anni del regime per non dover condividere le scelte della dittatura, di cui fu sempre uno strenuo oppositore. È scomparso il 28 giugno 1948 a Bordighera passando il testimone al figlio Paolo, anche lui insigne avvocato e politico, che sarebbe stato poi presidente della Corte costituzionale negli anni Settanta.

Diversi erano gli elementi che contribuivano a rendere il processo che stava per aprirsi nella città ligure, particolarmente interessante agli occhi dell’opinione pubblica. Innanzitutto il fatto che l’unica imputata non solo era una donna bellissima, un’aristocratica e una discendente di un doge veneziano, ma anche la moglie di un ufficiale dell’esercito, di un rappresentante cioè, dell’autorità militare, proprio quando si cominciava a fare il ‘processo’ al militarismo, pochi mesi prima che scoppiasse la prima guerra mondiale. Al processo il pubblico non parteggiava dunque solo per il soldato ucciso o per la nobildonna assassina, ma anche pro e contro una certa Italia, che sembrava ormai sul viale del tramonto. A Oneglia si faceva quindi un processo non soltanto alla Tiepolo, ma anche al militarismo, al privilegio di casta, a coloro che facevano pesare nei rapporti sociali il ‘peso della sciabola’. Prima dell’apertura del dibattimento giunsero al presidente Leati centinaia di richieste di posti speciali per assistere alle sedute del processo, che, nonostante la delicatezza dell’accusa, era stato deciso di far svolgere a porte aperte. La contessa aveva frattanto ottenuto il cosiddetto ‘patrocinio dei poveri’, ossia l’assistenza legale gratuita, in quanto sia la sua famiglia che quella del marito, non versavano in buone condizioni economiche. I giornali dedicavano intanto quotidianamente interi articoli a sei colonne alle udienze che si tenevano presso il tribunale onegliese.

Proprio dal resoconto di un’udienza dell’inviato speciale di un noto quotidiano dell’epoca, ‘La Stampa’ di Torino, si può evincere la particolare attenzione con cui la gente comune seguiva il processo: «Lo spettacolo della folla che invade l’aula, non appena si aprono le porte, è sempre caratteristico. È un urtarsi, un travolgersi, un arruffio di braccia, un far di gomiti e di pugni, un urlare, un correre all’impazzata per giungere tra i primi alla balaustra, mentre invano i carabinieri cercano di fare argine». Durante gli interrogatori cui fu sottoposta, la Tiepolo dovette affrontare varie contestazioni da parte della pubblica accusa, tra cui quelle relative alle presunte cartoline che avrebbe spedito da Venezia al bersagliere e a un medaglione con la sua fotografia, che sarebbe stato mostrato dal giovane attendente del marito ai suoi commilitoni. Davanti alla Corte sfilarono in tutto ben 137 testimoni, tra i quali anche la madre del bersagliere ucciso, che chiese tuttavia clemenza per la Tiepolo. L’avvocato Rossi, che difese con passione la memoria del giovane attendente, attaccò duramente la contessa, che reagì con forza alle accuse del legale di parte civile. Il giorno prima che si chiudesse il processo, l’avvocato Rossi, in relazione ad alcune macchie ritrovate sui pantaloni della vittima, avrebbe riconosciuto che l’aggressione non sarebbe partita da Polimanti, ma avrebbe avuto origine da un’iniziativa autonoma della contessa, che avrebbe voluto così cancellare finanche il ricordo della sua presunta storia d’amore con l’attendente del marito. La questione fondamentale verteva sul fatto se la Tiepolo avesse ucciso il giovane bersagliere ascolano per liberarsi di un amante importuno o per difendersi da una tentata violenza. Il pubblico ministero Margottini chiese ai giurati di emanare un verdetto che costituisse un trionfo della verità e della giustizia, ritenendo la Tiepolo colpevole di aver ucciso l’attendente in quanto suo amante.

Il 2 giugno, nell’ultima seduta prima della sentenza, l’avvocato Raimondo pronunciò la sua arringa, che si sarebbe rivelata decisiva per le sorti della contessa. L’allocuzione del legale della Tiepolo, considerata un capolavoro di abilità oratoria per finezza interpretativa e sapienza giuridica, cominciava con un ‘inno’ alla fondamentale importanza dell’arte oratoria nel processo penale: «L’arte della parola è l’unica arte che non si coltivi per sé soli. L’arte della parola ha bisogno del pubblico, che è la nostra costante preoccupazione… L’oratore che prova la sua immagine dinanzi lo specchio non è oratore: è un istrione». L’avvocato matuziano proseguiva quindi così nella sua spassionata e accorata difesa della nobile veneziana: «Ed io mi preoccupo meno dell’altro pubblico – il grande pubblico – giacché esso non insegue il perché Quintilio Polimanti fu ucciso; esso non cerca di sapere se al di là di quelle sbarre di ferro v’è una colpevole o una innocente, ma si appassiona morbosamente ad un’altra ricerca più spietata e più omicida: sapere cioè se si scoprano finalmente le fila dello scandalo; sapere se colei, che fu chiamata ‘contessa’ perché il boccone fosse più ghiotto alle fauci di tutti coloro che di scandali sono affamati, ha giaciuto nel talamo col giovane attendente… Ma il pubblico non ha perdonato d’avergli conteso questa soddisfazione, non ha perdonato che ella osasse negare, quando la moltitudine sperava di vederla confessa. Ed a misura che il processo si svolgeva… scomparivano gli indizi della sua colpa, gli elementi più preoccupanti della sua reità, il pubblico diventava più atrabiliare, più ostile, più feroce. Perché il pubblico perdona tutto e tutti, tranne che gli sia strappato l’oggetto della sua inferma e bramosa curiosità… Noi siamo qui, cittadini, per sbarrare il passo a tutte le deviazioni… Questa è la causa della uccisione di Quintilio Polimanti. Questa è una causa di omicidio, che reclamiamo sia giudicata senza che ci sia serbato il triste privilegio di una democrazia a rovescio».

La Tiepolo, che era in stato interessante quando uccise l’attendente del marito, aveva tra l’altro abortito in carcere venticinque giorni dopo il delitto. Una commissione di periti, nominata all’uopo dal Tribunale di Sanremo, aveva poi appurato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il padre del bambino che sarebbe dovuto nascere, non era il bersagliere ucciso dalla contessa. In relazione alle conclusioni dei periti, l’avvocato Raimondo dichiarava nella sua arringa tra il pianto disperato della Tiepolo: «Nulla ci avete risparmiato! Avete rovistato i tiretti nascosti di quella casa modesta; avete frugato le vecchie carte ingiallite con pazienza certosina di topi da biblioteca e con l’acre zelo di padri inquisitori; avete portato la mano negli intimi penetrali dell’anima di questa donna, dove erano racchiuse le più sacre speranze, tutte le sue più care memorie – e l’avete denudata e verberata in cospetto del pubblico; le avete fatto partorire il suo frutto immaturo come una capra che non abbia assistenza del veterinario… E quando sembrò che bastassero le vivisezioni più ostinate; quando sembrò che fossimo sazi degli osceni particolari esumati e sputati nel pretorio dei testimoni per i quali profanaste in suolo italiano il sacro nome di ‘eroe’ qui, sul banco del Presidente, avete vibrato l’ultima pugnalata alle reni, portando ‘l’albanella’ dove erano racchiusi i resti di quel povero feto che la natura o la provvidenza ha troncato prima ancora che nascesse ad amare, a lottare, a soffrire. E di queste spine avete intessuto una corona che chiamaste corona di privilegio». Il discorso del legale della Tiepolo venne peraltro interrotto più volte dagli avvocati di parte civile. Tra gli indizi a favore della contessa, che, tra l’altro, durante l’aborto in carcere aveva rischiato di morire dissanguata, vi era anche il fatto che era stata assente da Sanremo dal mese di agosto al primo ottobre del 1913. Tale circostanza, se provata, l’avrebbe di fatto scagionata dall’accusa di adulterio, e avrebbe anche smentito coloro che ancora ritenevano che il bambino abortito fosse figlio di Polimanti.

Al termine della sua arringa, Raimondo, dopo aver ribadito la propria convinzione che la Tiepolo avesse agito soltanto per legittima difesa, così concluse il suo intervento, salutato da un lunghissimo applauso del pubblico presente in aula: «Il tuo peccato, se peccato vi fu, è nel pensiero, e gli uomini sanno che il pensiero è involontario, che nell’atto risiede la responsabilità. Cristo ha letto il peccato nell’occhio, ma egli questo ha detto per rendere più dolce il millenario e indarno revocato perdono di Maddalena: ‘Il tuo peccato non riguarda il centurione, non l’avvocato, né il filisteo, perché il centurione colla sua spada, l’avvocato coi suoi cavilli, il filisteo colla sua morale, sono incapaci di risolvere un quesito che la prosa più cesellata non saprà mai definire e che l’anima più sensibile potrebbe soltanto comprendere’. Questo è il fardello del peccato tuo, che porterai sugli omeri quando, dopo di aver vacillato, ti avvierai col capo tremante, come se fossi caduta, alla pietosa ed infallibile giustizia di Dio!...». Così l’inviato speciale della ‘Stampa’ avrebbe commentato la reazione del pubblico alla conclusione dell’arringa dell’avvocato sanremese sul quotidiano piemontese: «Il pubblico è vinto, affascinato e scroscia un’immensa, interminabile ovazione. Si agitano fazzoletti, cappelli. Dal pubblico più minuto, quasi scamiciato, che è in fondo all’aula, si leva, con crescendo impressionante, il grido: ‘Viva Raimondo! Viva Raimondo! Liberate la contessa! Giurati, liberatela!’. Il presidente agita convulsamente il campanello e suona a distesa. Ma la dimostrazione, imponentissima, commovente, si prolunga. Raimondo, sopraffatto dall’onda dell’entusiasmo, piange. La contessa singhiozza, seduta nella gabbia. Il pubblico continua ad acclamare. Dopo dieci minuti il presidente cav. Leati toglie la seduta. Anch’egli appare chiaramente commosso. Quando Raimondo esce dal Palazzo di giustizia la folla che l’ha atteso, lo acclama, gli getta fiori e baci».

La sera dello stesso 2 giugno 1914, dopo trentuno giorni di udienze e otto ore di camera di consiglio, il cancelliere Boria lesse la sentenza della giuria della Corte d’Assise di Oneglia, che, con cinque voti a favore, quattro contrari e una scheda bianca, mandava assolta la contessa Maria Tiepolo dall’accusa di omicidio, per legittima difesa. La contessa, che alla lettura del dispositivo della sentenza aveva perso i sensi, dopo la fine del processo sarebbe stata immediatamente scarcerata. La notizia della sua assoluzione destò comunque una viva impressione in tutto il paese, spaccando di fatto la pubblica opinione tra coloro che approvavano la scelta dei giudici di Oneglia, e quelli che la giudicavano invece ingiusta, considerando colpevole di omicidio la nobildonna veneziana. In conclusione, il ‘caso’ Tiepolo è stato un fatto di cronaca locale che appassionò però non poco l’Italia giolittiana alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, e che ancora ai giorni nostri, a oltre un secolo di distanza, conserva intatto tutto il suo fascino e il suo accattivante mistero.

Dott. Andrea Gandolfo - Sanremo".

Redazione

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