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PERSONAGGI E CULTURA | mercoledì 25 gennaio 2012, 06:00

Imponderabile mondo del marinaio ligure visto da Luì Cerìn: tra Tempeste e Dragunne

Una grande marineria  genera un grande  linguaggio marinaro. Sanremo, in tutto l’alto  medioevo, è stata come città solo seconda a Genova per importanza commerciale, ha avuto una marineria che si spingeva sino  alla costa africana. Insieme a Genova e Pisa  sconfisse i Saraceni di Spagna, nelle Baleari, in Sardegna e Corsica ecc… ma aveva bisogno del mare per poter vendere le palme, olio  vino e agrumi. Gli agrumeti sanremaschi erano  l’unici in Italia  perché permettevano due raccolti all’anno, anzi tre.
             Aprì vie commerciali con tutto il Mediterraneo sino a passare le Colonne d’Ercole  e risalire i paese nordici, Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca e San PietroBurgo. Nel Sud i barchi sanremesi  si spinsero in America: Brasile, Argentina. Cile, Perù 
             Le sue palme seguivano le casse dei limoni. Tutto questo mondo ora  non c’è più, era stato sostituito dai fiori, dove si portavano i limone si portavano i fiori. Dopo quattro secoli gli agrumi aprirono  ai fiori del Ponente  una avvenire luminoso.
             Ora le nostre fasce non ci sono più limoni, aranci e cedri, non ci sono più i fiori,  sono abbandonate  a se stesse, come le mammelle rinsecchite dei donne del terzo mondo.
              La Liguria di Ponente non ha più niente da offrire. Ho pensato di fare questa piccola ricerca per non perdere del tutto la memoria storica di una marina, che è stata l’orgoglio di Sanremo e del  Ponente di Liguria                                                                                                                     
                  Premettiamo che su tre navi varate,  nell’Ottocento una affondava,  l’altre tre due venivano demolite, dopo una vita a schivare onde più lunghe della nave, Le attendeva l’ultima umiliazione venivano disalberate e lo scafo veniva usato come barcone galleggiante.
      Mà > Mare. Anticamente si usava termine maìna > mà: mare. All’inizio della Bibbia sta scritto: ” In principio Dio creò il cielo e la terra; ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. (Genesi1.1)
       In questo quadro solenne del mattino del mondo sono le acque primordiali a rappresentare lo sfondo privilegiato dell’azione di Dio creatore. Esse sono destinate a produrre la vita, ma il Ligure verace e nato terràgno (che odia il mare) per nascita, obbligato per necessità di diventare marinaio. Infatti, firma nei contratti d’imbarco  dôve va a bàrca, va Bacìccia. (Ge) Dove va la barca, va Baciccia (Giovanni Battista) fa mette per iscritto una condizione: “In scùu menu, ma con u diritu de mugùgnu” Un soldo meno di paga, ma con il diritto di dire la sua.  Anzi, si dice che, qualsiasi marinaio poteva rendere pubblico le sue lamentele, mettendosi prima dell’albero di trinchetto, di norma contro la triade composta dal: capitano, scrivano e cuoco. Certamente sui barchi liguri, la libertà è sempre stata di casa, pur restando ognuno al suo posto. Ecco il marinaio pronto a tutto anche per l’imbarco d’“andà a-a bùsca” Andare alla “bùsca”: era affidarsi, come carico e itinerario, ai vari agenti marittimi, cui il bastimento si sarebbe appoggiato nei diversi porti, senza avere un sicuro nolo per il viaggio di ritorno.
         Era una condizione non certo vantaggiosa per i marinai con famiglia o sposati, ma a corto di lavoro. Il marinaio aveva oltre ai doveri alcuni diritti, prima di tutto quello di Pacutìja. (Sr) Paccottiglia. Piccole quantità di merci, generalmente le più strane ma preziose dallo stocadò (essenza di lavanda) alle piume di struzzo, merletti di Rapallo, risme di carta di Voltri, chiodi, funghi sott’olio ecc... che una volta era consentito al capitano e ai marinai di trasportare e vendere per proprio conto sulle navi. La paccottiglia era chiusa nell’“baüju du marinà”. La dogana italiana consente ancor oggi l’introduzione della paccottiglia, previo pagamento dei relativi diritti. Questi commerci, al milite della legalità, permettevano di guadagnare più della paga, di qualche marinaio narrano facendo questi commerci riuscì ad armare una nave per proprio conto. Il marinaio nel “baüju du marinà” aveva la propria cappella, infatti, quelli di Sanremo avevano dipinto all’interno l’effige della Madonna della Costa, i propri indumenti, la merce di scambio, tabacco per la pipa, sapone per lavarsi, una bottiglia di grappa, un piccolo emporio. Se uno era credente, aveva una marcia in più, per aiutare a riscoprire la fede c’era un manuale scritto da P. Cappuccino P. Pietro da Quinto al Mare, Guida Religiosa proposta ai Marinai. Milano A. Guazzetti. 1869 era così chiaro e ben fatto che fungevano da calendario catechismo, libro di preghiera, brevi spiegazioni del vangelo per tutto l’anno, Suggerimenti né preci per seppellire in mare i defunti. La nave vista come una grande famiglia dove tutti si rispettano e concorrono al bene comune. Questo libretto ogni capitano camoglino ne aveva una copia nel cassetto.  
     La partenza aveva una sua formula: “Alza giovanotto con il buon giorno, bandiera al vento, salpa lo ancora”. Dovevano essere commiati tristi per tutti marinai e parenti ben sapendo di non vederli più per due o tre anni, erano tempi che piccole navi di 500 tonnellate partivano per gli oceani, lo attendevano bonacce e terribili uragani erano il credo di tutti i giorni, eppure le tempeste terribili a Capo Horrn il timoniere era legato al timone con il soprassoldo di mezza muta. (pochi centesimi) e un bicchierone di acquavite in corpo. Quando il barco (nave) ritornava al porto, l’equipaggio si portava in comitiva recando un bel ex voto alla Madonna del santuario invocato. Su tre navi partite una non faceva più ritorno! Nella prima Guerra Mondiale i sommergibili fecero piazza pulita dei velieri. Un capitano sanremese fu silurato ben due volte, ma ebbe salva la vita.
        Come si mangiava: la panatica era tutto quello che si riferiva alla somministrazione del vitto. Anticamente, erano compito delle comandate, inaccordo con il cuoco distribuire il mangiare. Il cuoco diventava, di fatto, dispensiere, infatti, era più importante conservare il cibo che cucinare, non esistendo frigo o né ghiacciaia. Il menu che ogni giorno propinava alla ciurma basta un po’ di sugo con pomodori di conserva, passati al setaccio, posti in albanelle di ceramica e coperti d’olio, si mangiavano minestroni con patate e zucca e cavoli fagioli secchi, castagne secche, fave secche, piselli secchi, riso e pasta secca. Alla ciurma Farina di mais, ceci. Come carne regnava sovrano il lardo e la carne salata. Pesce secco: stoccafisso e baccalà. Pesce salato, acciughe sotto sale e aringhe, pesce sotto sott’olio e tonno in barili, Il pane non esisteva, regnava sovrana la galletta. Come bere il vino de maina o cancarone. L’olio e derivati come numerose erano le confetture di funghi sott’olio, sotto aceti ecc. basilico sotto sale e bugliacche di pesto, che teneva lontano lo scorbuto. Un riguardo era il cavolo trapiantati in cassette di sabbia rivenuto nell’acqua, erano tagliati alla julienne si chiama “insalata alla camoglina”. Grandi scorte di prugne, fichi secchi, zibibbo, mele arance e limoni. Per i momenti speciali c’erano la grappa e la cagna, una specie di rum molto scadente a basso prezzo serviva anche come medicina. Un bicchiere di grappa equivaleva a una trasfusione. Per le altre malattie, tintura d’iodio, impiastri di senape e impiastri di semi di lino e la solita camomilla e cristeri al sapone di marsiglia.
       Nei barchi bestia e sulle scune veniva piantati dentro una zona riparata detto giardinetto u Baxiaicò. (Ge) Basilico: l’erba regale, dal gr. BASILIKON > baxiaicò > (Bad. Taggia), baxaricò (S. Stefano Mare), baxericò (Porto Maurizio), baxeicò (Oneglia), baixiaricò (Sr-Vent.), baxanicò (Bussana). Nel Ponente, stando a Emilio Azaretti, il termine sarebbe derivato dal greco BASILIKON > baixiricò e non dal latino BASILICU > baséregu.. La venerazione che per questa pianta avevano i Liguri era così sviscerata, guai a non piantarla sulle “scune” e sui “barchi béstia”. Nel minestrone pestando nel mortaio un po’ di basilico e aglio aggiungendo un cucchiaio d’olio, un po’ di formaggio di pecora grattugiato si aveva il sentore di cucina di casa.
      Una volta in mare, la novità arrivava dallo scorricane una lenza munita di un grosso amo, con uno snodo a molinello allascata a poppa, qualunque pesce abboccava era cucinato. Molto ricercate era la Süssapéije. (Vent.) Lampreda marina. PETROMYZON MARINUS L. Chiamata anche ”Süssa pesciu”, per la vita parassitaria che conduce sul corpo del pesce, al quale succhia il sangue e morde le carni. La variante süssapéije é nata dal fatto che le lamprede si attaccavano in primavera allo scafo, calafatato con la pece, dei velieri. Si facevano condurre comodamente alle foci dei fiumi, poi risalivano i corsi d’acqua per riprodursi. I marinai dei velieri per catturare le lamprede cambiavano bordo, facevano cioè emergere un fianco della nave. Se allo scafo erano attaccate lamprede, le staccavano servendosi di un coltello. Troppe volte si cacciavano i delfini con un arpione particolare. I vecchi marinai dicevano che era come uccidere i bambini, visto che emettevano lamenti quasi umani. Adesso che si uccidono i bambini viene voglia di dire chi se ne frega, c’è solo pietà per gli animali.
     Oggi, si sa tutto di tutti, ovvero su internet si riesce in tempo reale a sapere il perché e il per come di fatti atmosferici dalle trombe d’aria, agli uragani, tifoni ecc…Una delle prime  manifestazioni per i creduloni erano i I föghi de Sant’Eramu. Sr) I fuochi di Sant’Elmo, o meglio, di Sant’ Erasmo. Sono bagliori azzurrognoli, provocati da un campo magnetico ricco di elettricità che si scarica su quello che trova in mezzo al mare e anche sulle aste in terra. Appaiono talvolta anche di notte, sull’estremità degli alberi delle navi. Questi bagliori azzurrognoli partono dall’alto del pennone e scendono sulle vele sul cordame. Sono considerati dai marinai creduloni un presagio funesto. Esistono, a questo proposito, due proverbi dialettali d’ignota provenienza.
 Sant’ Emu Aau bu da vèrga con venti ai mezigiurni: mainà attentu a-a scotta. I fuochi di S. Elmo sulla punta dell’albero con venti da mezzogiorno: marinaio attento alla scotta. Sant’Emu in cùverta u lòva cuvèrta e corridù. I fuochi di Sant’Elmo in coperta, lava coperta e corridoio. Si sa che più di una volta l’equipaggio superstizioso abbia abbandonato la nave, di conseguenza annegando e mi facendo naufragare la nave. Il pericolo maggiore per questi vascelli a vela erano le onde anomale che spazzavano il ponte e molte volte erano la causa di molti naufragi. Altra causa del naufragio erano correnti e scogliere dove perivano troppe navi, basti pensare ai naufragi di armi  sanremaschi a Pachino e nelle Isole del Mar Egeo. 

                                          Seconda parte.
In caso di tempeste: Un Pater, un Gloria, una Ave per i nostri marinai e tutti gli altri che anneghino!
Il parroco della Marina di Piazza Bresca, dicessero durante l’infuriare delle tempeste ai chierichetti :” In Pater, Ave, Gloria pe i nostri marinai, gli autri che s’anéghe! Un Pater, un Gloria, una Ave per i nostri marinai, gli altri che anneghino! Parlando di tempeste con un vecchio pescatore di Finale mi raccontò che il giorno della Santa Croce, mentre tiravano su le reti piene colme  di pesci la loro gondola, si alzò il vento e si trovarono in mezza a un tempesta. In sei remavano,(non avevano ancora il motore a bordo)  non tanto per dirigersi a terra, cosa impossibile, ma prendere le onde dritte di prua, uno era al timone un altro agotava via l’acqua che entrava nella barca con sàssua. Per tutta la notte lottarono per restare a galla, quando sul più bello la batteria  per la pesca alla lampara, messa a prua, si stacco per un colpo di mare e volo sulla testa dei sei rematori e andò a finire sulle reti, bastava che cadesse sul timoniere o rematori o bucasse la barca che sarebbero annegati tutti quanti. Alla mattina al sorgere del sole, il mare si placò e capirono che erano al largo dell’isola di Gallinara, ringraziarono il Signore, stanchi, bagnati approdarono a Alassio, felici ritornarono a rivedere la famiglia a Finale, ma in treno.
       E’ il vento di Mistral o Mistrà.(Sr) Mistràl (Monaco). Vento di maestrale soffia da nord-ovest. Mistralìn. Maestrale leggero. Il Mistràl, detto anche “il folletto di Malur”, è il re dei venti della Provenza e del Ponente. Il suo nome deriva dalla parola “Mistrau”, che vuol dire padrone, signore. Detto anche “mangia fango” perchè favorisce il prosciugamento delle zone paludose della Camargue, il mistral giunge tranquillamente a burrasca forza 8/9, a tempesta forza 10, con raffiche a forza 12 (77 nodi misurati a Capo Couronne). Un vecchio detto genovese afferma:“Se sciuscia ô gorfo de Valencia no sperà de fa Liòn sensa”. Se soffia il vento sul Golfo di Valenza, non sperare di attraversare senza vento il Golfo del Leone.    Altra zona  di tempeste erano il golfo di Biscaglia, prima della II guerra mondiale le navi che andavano a carbone si rifugiavano nei fiordi spagnoli, aspettando che il tempo si calmasse, non volendo sprecavano il carbone non riuscendo a vincere la forza del mare. Tra le navi che si informavano sullo stato del mare era in voga dire:” Gh’e sun unde grosse e aute cume u Cu de Culona” ci sono onde così grandi come il sedere di Culona gentile signora … “
       I detti marinari si sprecano per i voti fatti in questi momenti dove la vita scorre sul filo del   remo, vecchie tradizione narrano di scongiuri fatti con preghiere cambiandone il significato, di più non oso dirvi, ma vi parlerò  della streghe di mare dette a Genova Dragonn-e,  Descritte dai vecchi marinai come donne orribili e perfide, erano ritenute responsabili delle trombe marine. Avevano labbra tumide e pendule, lunghissime, come i capelli. Correvano furiose per terra e per mare distruggendo tutto ciò che si trovava a tiro. Quelle di terra venivano chiamate “Strie, Bazzue, Fatueie” (Bad.) Le streghe della Valle Argentina (Badalucco, Andagna, Triora) avevano un debole, nei loro voli notturni,  per l’ isola Gallinara e, soprattutto, per Alassio. Dopo aver messo in mare le barche dei pescatori raggiungevano l’Africa, non tralasciando, al ritorno, di sciogliere gli ormeggi delle barche di Riva Ligure e di S. Stefano. Altra tradizione delle moglie dei pescatori  era u cunsùmu,  così erano chiamata la malattia che, secondo la tradizione del tempo, mieteva vittime tra i bambini. Dalle finestre  di casa s’avanzava, per stendere la biancheria, una pertica, dalla cui punta si partono due cordicelle  legate rispettivamente ai lati del davanzale, dalle quali pendono: fasce, cuffie, pezzuole abitini di bambini, secondo la tradizione dovevano essere ritirati prima del tramonto,  perché i bambini, proprietari degli indumenti, sarebbero, sotto l’influsso delle streghe.  Peiu > deperito (Bad) o piglià u cunsumu (Fin). (il bambino avrebbe subito un influsso maligno che l’avrebbe fatto intristire e dimagrire).  Ritornando a bordo c’era la tradizione del bestéto. (Ge) o Iettatore. Propriamente era colui che aveva continuato a succhiare al seno materno dopo la nascita del fratello. In navigazione si neutralizzava l’influsso di un “bestéto” inchiodando, alla porta del suo alloggio, un grosso totano pescato di notte. Ad ogni tentacolo corrispondeva un chiodo. Nei casi più ostinati lo iettatore veniva  sbarcato o buttato in mare. Estremi mali, estremi rimedi.
       In quanto ad invettive celebre è quella sanremasca: U Segnù u te mande pan, pesci e spine in ta gura. (Sr) Il Signore ti mandi pane e pesci e spine nella gola! E’ simpatica questa battuta, nel senso che ti augura di non morire di fame, negandoti il pane e i pesci, ma di strozzarti ingolfato dal cibo. Nel Ponente ligure è usanza salutare i migliori amici con invettive da far accapponare la pelle. Ma la più sconcertanti sono terragne basti pensare che il termine Bagàscia (Bad). Puttana. Dall’arabo Baghaya: prostituta, ovvero donna di facile costumi. In confidenza, le donne di Badalucco usano salutarsi dicendo:”Cume ti ta pasci o bela bagascia? Come stai  bella puttana? E’ sempre meglio degli uomini di Taggia che dicono: “Te venisse in cancaru, cume ti stai”. Ti venisse un cancro come stai? Certamente questi gresumi (contumelie) sono passabili in via confidenziale, detti in pubblico, si passa alla storia come l’alambardè (colui che dirigeva le processioni) di Perinaldo, che nel mezzo di una processione gridò alle “Figlie di Maria” che  avevano perso il contatto con il resto dei fedeli, a causa degli tacchi a spillo che gli impediva di camminare sui rizzöi (ciottoli):” Bugiaive figlie de bagasce, che u Segnù u l’è già a ca du diavu! Muovetevi, puttane, che u Cristu (il crocifisso) e una parte della processione è già a casa dell’inferno.
      Recentemente possiamo affiancare il priore della Confraternita della Visitazione di Loano, che sgridò un suo confratello  che si ristoravano  richiamandolo al lavoro dopo una pausa di ristoro  a meta processione per portare la cassa  processionale dal peso di dieci quintali.  Dal palco indicando un confratello che era distratto gridò nel microfono “Belìn che cosa ti fai”. Tutti i presenti 20.000 persone trasaliron e subito si misero a ridere.” Come saluto, si consiglia “in bon a-a müa e vui” Saluto prima la mula e poi voi,  o un semplice Bona.
          Il mare la lontananza da casa avevano sul equipaggio dei cedimenti quando in special modo i fantin ( non sposati ) sbarcavano a terra nasceva il problema: bagasce e marinai , musici  come Lucio  Dalla: “Dove vanno i marinai”  o De Andre : Via del Campo parlano di amore mercenario visto come illusione per i gonzi. Il detto:”  Passau  o monte  de Portufìn, addio mugge  che son fantìn. ( Ge) Passato il monte di Portofino, moglie addio, sono ritornato  ragazzino a Sanremo si diceva: Passau Cavu Pin, addiu muje ch’a sun fantìn”. 
      “Nel distretto di Savona non esistono bagasce” questa perentoria comunicazione del 1818 fa colpo, tuttavia, non intendeva affermare che non fosse professata nel savonese una certa attività, ma esercitata individualmente come al giorno d’oggi. Infatti nel censimento dei cattivi soggetti, sovente si elencano oziosi, ladri e numerose femmine di meritricio. Queste ricerche non miravano ad un controllo della moralità pubblica, ma per eventuali ripercussioni sui militari di leva. Un secolo dopo il casino di Savona, organizzatissimo aveva regolato i suoi orari su quelli delle funivie di San Giuseppe, che scaricavano il carbone a bordo delle navi a ritmo pazzeschi. Le signorine  dovevano essere disponibile 24 ore su 24 ore per i naviganti. Dove si dimostra che l’iniziativa privata è sempre pronta a adeguarsi a qualsiasi evenienza (se non è questo sfruttamento dei più bestiali!|) non chiamiamolo amore!  Ecco come venne la lebbra ed altre malattie in Liguria tipo il “Mal Francese”.
         Nel medio Evo c’erano due tendenze nella zona di Montalbano, ora sede del comune di Genova c’ era chi prediligeva i baffi da Saraceni e mento da prèvi. (Ge) Baffi da Saraceni e mento da preti. Questo detto ha origine medio-orientali, in quanto i Mussulmani usavano ed usano, per motivi religiosi, fare la tricotomia (rasatura del pube e delle ascelle). La moda si diffuse nei bagni pubblici o bordelli di Genova. La  moda femminile asseriva che coloro i quali si radevano possedessero un “mento da prèvi”, e dileggiava i non rasati con l’espressione “baffi da Saraceni”, “baffi de fiferétto”, ecc... o  i baffi da Saraceni e mento da prèvi. (Ge)
        Per ritornare ai giorni del dopo guerra era una lotta  alla luce del sole tra la lancia del cappellano del porto di Anversa che personalmente andava all’imbarcadero per caricare  i marinai e li portava nel salone della parrocchia dove giovani parrocchiani intrattenevano i marittimi  metteva su balli e intrattenimenti vari. Nel mondo marittimo genovese è rimasto il detto Anversa traversata persa, nel senso che procaci  donnine  mandavano avanti piccoli bar e più di una volta facevano perdere, oltre la bussola anche la testa.  Ora che elettronica ha svilito il contato umano si rimpiange quei rapporti tra persone vere piene di affetto e umanità, un vecchio diceva: “e bagasce d’ancöi i nu sun cume chele de sti egni”. O come dice la canzone “Dove vanno i marinai?   Ieri come oggi a soffrire di mal d’amore per il mondo intero.
    Nei porti del Levante  Andà a bòrdo ai Gréghi. (Gr) Andare a bordo di navi greche: essere omosessuale. Come è cambiato il tempo! Oggi, a Genova, esistono interi quartieri a luci rosse. Cent’anni or sono, in nome della legge era  tutto codificato, ora, in nome della legge è tutto libero. Se la virtù sta nel mezzo, dov’ è il giusto mezzo? In materia di omosessualità  maschile in un processo del 1780 la sodomia era definita dai testimoni: “Fare l’amore alla veneziana”. Nel mondo arabo, visto che il Corano non dice quasi niente c’ è il detto: “Per la necessità c’è la capra, per il piacere la donna, ma per l’estasi c’è il giovinetto”.
           Un vecchio proverbio ligure dice: “Chi ha in pan suu u furnu u bruxia. Chi ha un solo pane il forno glielo brucia. Inteso come pane un figlio unico. Anche la morte, faceva la comparsa sui barchi ora discreta, prelevandone uno solo, ora inghiottendo tutta la nave. La prassi era che se un  membro dell’equipaggio moriva, se la terra era distante più di tre giorni, il defunto veniva sepolto in mare. Il defunto veniva lavato e messo dentro una sacco  di tela cruda detta crulei, tessuto a Molini di Triora e veniva venduta passando da paese nei giorni di mercato, sempre vicino al comune vedi i paesi di Badalucco, Taggia dove esisteva riprodotta in ferro la cannella, questa tela cruda serviva per  per confezionare le tende  per abbacchiare le olive, sacconi  ripieni di foglie di granturco per i letti dei bambini effetti di enuresi, notturna, ecc… Il marinaio addetto alla pia opera iniziava a cucire partendo dai piedi e giunto la naso infilava l’ago nel del naso terminando l’opera di cucitura. Tradizione marinara esigeva questo atto che era fatto per il rispetto del defunto, infatti in caso di morte apparente avrebbe dato segni di vitalità e non si sarebbe buttato in mare una persona viva. Messo un peso ai piedi, dette dal capitano le preci il cadavere era calato in mare, prima o dopo i pescecani lo avrebbero divorato. Secondo certuni  l’orecchino (pendin)  che i marinai portavano all’orecchio serviva in caso di naufragio.
           Mi ha impressionato una tumulazione in mare di un militare italiano, su di una nave della Croce Rossa Inglese, nel Mar Arabico. Descritta da  cappellano militare il frate cappuccino P. Ginepro:“ La cerimonia dell’uomo in mare è uno di quei riti che la fede e la poesia dell’animo umano hanno saputo concepire fin dai tempi antichi. Il mistero della morte, cullato dal mistero degli abissi, di mistica serenità agli intrepidi, Ma noi, non siamo intrepidi, quando, alla presenza dell’equipaggio e dei malati, celebro sul ponte le esequie, quando l’involucro benedetto che avvolge la salma precipita in mare, scomparendo nella scia schiumosa, centinaia di occhi sgomenti mi fissano e mi supplicano:’ Padre, non vogliamo finire in fondo la mare; non vogliamo finire in bocca ai pescecani. Noi vogliamo arrivare in Italia. Purtroppo, in vista della costa dell’Incenso, abbiamo il decesso del marchigiano Ramalli e del catanese Privitera. Quando scendono in mare, due gabbiani bianchissimi si chinano a salutarli con volo radente. La pietà del cielo accompagna i morti del mare”. Con questa testimonianza, ho voluto ricordare,  la morte in mare. Questo triste rito che nel passato era considerato una doppia tragedia, non ha proprio niente di romantico.
         I marinai e pescatori quando ritornava a rivedere la Madonna della Costa posta in alto, come un pan di zucchero era finalmente finito e l’attendeva raccontare le loro avventure da Bacibelu. Covo dei Luvi de mà. (Sr) Lupi di mare. Esisteva un portico a sei arcate a tutto sesto, tra Via Gaudio e Piazza Sardi. Era il quartier generale della marineria sanremasca, ritrovo di battellieri, pescatori e lupi di mare. Per le “camàle” era “off limits”: esse stazionavano in via Cavour ed ingannavano il tempo lavorando a maglia. L’unica donna ammessa era “a scià Catìn” (la signora Caterina Gazoli) la quale, dopo aver libato abbondantemente, faceva sfoggio di oratoria galeotta contro tizi e tizie varie del quartiere. Il quartier generale dei “marinenchi” era dotato di ben due osterie:  quella ”du Capitanu” (di proprietà del capitano di lungo corso Domenico Bobone) e quella del “Bacibèlu” (di proprietà di tale Gio Batta Semiglia - “Bacì”- a quanto pare rinomato, in gioventù, per la sua bellezza...). Più in là seguiva la trattoria “da Camereta” (di proprietà dei Calvo,) famosa per le sue gustosissime vivande alla sanremasca, preferita dal celebre uomo di stato francese Leone Gambetta, di origine di Cogoleto. Il poeta Vincenzo Jàcono in “Sanremu du méi tempu” così descrive il portico del Quartiere della Marina:
“...De s-ciürme, barcairöi e pescaui
L ’eira u bötu, pé antìga tradissiun.
De rée, pesche magre e pesche grasse,
de viègi bèli o brüti, de bunasse
e buriane l’ün l’àutru i se cuntàva:
in fàuda sulu a vui se cunfiava
tüta a so vita grama e ardìa de mà
sti gajardi, asfarài luvi nustrà”.
Di ciurme, barcaioli e pescatori / era il ritrovo, per antica tradizione. / Di reti, pesche magre e pesche abbondanti, / di viaggi belli o brutti, di bonacce / e tempeste si raccontavano l’un l’altro: / solo in grembo a voi (vecchi porticati della Marina) confidavano / tutta la loro vita di mare grama e coraggiosa / questi gagliardi, arsi (dal sole e della salsedine) lupi di mare nostrani. I portici del quartiere della Marina, in Sanremo, sono stati demoliti anni ed anni or sono. Ne è rimasto uno soltanto, fà la guardia alla vicina lapide che ricorda il passaggio (con relativo discorso alla popolazione) di Giuseppe Garibaldi, cittadino onorario di Sanremo.
Ma non risulta che col mare liscio come un biliardo sia naufragastaalcun nave, il momento più critico era il varo questo fece si, per negligenza di chiudere tutti gli oblò alcuni transatlantici  si  inclinarono verso il mare, e fecero una brutta fine simile a quelle navi di guerra che lasciate aperti i portelli dei cannoni,per negligenza fecero anche loro una brutta fine.

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